FORTUNATA…davvero?

Jasmine Trinca, è la meravigliosa creatura nella metamorfosi della vita, mi ha ricordato le Donne che lottano, vivono ai margini, nel limite sovrumano del percorrere strade così difficili con la leggerezza dei disperati.
Uno spaccato che riconduce al quotidiano, quello che ci fa trasalire nei titoli dei Tg e ci lascia sgomenti. Parla della forza delle donne, questo film. Dell’impeto del superarsi anche quando “i muri sono invalicabili“.
Gli incontri con l’amore, quello sognato da bambine che diventa un incubo da trasformare in normalità, dentro i soprusi, la violenza delle parole non dette e quelle urlate in faccia ad un millimetro di pelle.
La maternità e la forza di salvare un figlio a costo di non salvare se stessa…Fortunata, incontra tanti personaggi.
Uno tra questi nella figura di Stefano Accorsi, in un ruolo crudo e distinto, appassionato e febbrile, che nonostante tutto,si nutrirà anche lui, di lei.
Mentre, come spesso accade e per fortuna, l’amore materno, non solo resta vivo in una madre con le spalle al muro, ma diventa il binario dove mantenere l’irragionevole bellezza che l’amore conserva, anche ai confini della realtà, quella che spesso non sappiamo immaginare.

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“Vivere anche se sei morto dentro,vivere…”
E’ la seconda volta che Sergio Castellitto, regista, sceglie il testo di questa canzone di Vasco Rossi per un suo film. La prima volta era abilmente inserito tra le immagini di “Non ti muovere”, stavolta anche in “Fortunata”.
Sempre tratto dalla sapiente sceneggiatura di Margaret Mazzantini, nota e apprezzata scrittrice e nella vita, sua moglie.
Insieme a Jasmine Trinca e Stefano Accorsi una sempre strepitosa Hanna Schygulla.

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Mediorientati, Gian Stefano Spoto.  Corrispondente Rai, la verità sull’Isis

“Mostrare in video la vita della gente che si incontra è un buon servizio. Scriverla cogliendo i sentimenti è un atto di amore e di umanità”. Queste le parole di Franco Di Mare nella sua Prefazione per Mediorientati di Gian Stefano Spoto. 

Incisiva e chiara, apre alle pagine di un libro, che è testimonianza diretta di verità, senza giudizi di parte.

La scrittura sensibile, contraddistingue Gian Stefano Spoto, in questo viaggio narrativo di vicende, incontri, parole e sguardi. Perfino i gesti diventano immagini evocative, preziosi per comprendere fino in fondo, un mondo spesso troppo lontano eppure così vicino.
Gian Stefano Spoto come inviato Rai in medio oriente, incontra in quello che diventa per alcuni anni, il ‘suo quotidiano‘ la ferocia dell’Isis che usa e si appropria di persone, quelle che non hanno futuro, servendosi di loro e poi finendole.
Vite descritte in totale obiettività, dove il  racconto e le parole sono la storia. Senza tralasciare nulla, i perché, i come e i quando, delicatamente contestualizzati per permetterci di partecipare e di comprendere.
Si appassiona lo sguardo di chi assimila, questo scrivere che rapisce per emozioni e verità nella sua scorrevolezza di un inumano vivere che rappresenta la loro ‘normalità’.
Incontrerà nei suoi percorsi, chi si arruola per dovere, senza mai possedere odio verso l’altro o donne vestite di armi,metafore di abiti  e ancora, di altre che attendono immobili risposte sulla vita dei loro figli.

In questo narrare che non si quieta e ci orienta verso una comprensione più alta, perfino la descrizione pura degli scontri, anche quando fortemente violenti, giunge a noi.
Insieme alle ragioni di chi ha perso la ragione e di chi allo stesso tempo, spera senza arrendersi.
Gian Stefano Spoto attraversa le loro paure, le vite, i desideri appoggiati ad esili possibilità di sopravvivenza, con dentro inciso il nome dei loro cari.

Non si schiera. Guarda, osserva, traduce. Trattiene con responsabilità e purezza il senso dell’umanità e la restituisce  portandoci ad assorbire.
E’ un divenire che scorre, la lettura, come dentro una telecamera che registra con occhio attento e discreto, senza violare il ‘dolore già violato’, senza indugiare  sulle cicatrici,  inserendo tasselli preziosi che diventano transfert immediato.

Un viaggio, il suo, senza ‘anestesie dell’anima’, dove è possibile sorprendersi per i doni ricevuti,  fatti di esperienze e vissuto, che contengono la ferocia di un destino di chi nasce in un luogo piuttosto che in un altro, mentre al tempo stesso, nel suo stile, puro, l’ attenzione, la cura e la discrezione sono presenti dentro tutte le verità del suo percorso.

Gian Stefano Spoto è privo di qualsiasi forma di retorica, ci porta nel suo libro, in compagnia della sostanza di giorni che sebbene senza sole restano illuminati dalla speranza e dall’attesa della stessa, come nutrimento per resistere; quella che in occidente perdiamo forse facilmente e questo rende Mediorientati, ancora più prezioso, negli  incroci, labirinti e vite a volte parallele eppure così vicine alle nostre.

Io ho scelto di raccontare le storie della gente,storie della storia del Medio Oriente. Mediorientati non si schiera. Parla di un mondo che il viaggiatore, e persino chi vi risiede a lungo, intravede, ma non sempre ha gli strumenti o la voglia di separare dal groviglio di veleni in cui è imprigionato.”

Il fucile è parte di lei, lo porta sulla stessa spalla della borsa alla moda. Lui le dà un bacio leggero, lei sorride sognante. Durante la guerra nessuno può essere solo militare o solo ragazzo, ma i due ruoli si alternano in continuazione.”

Gian Stefano Spoto, bolognese, nasce nel 1952. è stato capo della cronaca del Tg2, dirigente di Raiuno, vicedirettore di Raidue, vicedirettore di Rai Internazionale. Dal 2014 corrispondente Rai dal Medio Oriente. Autore, ideatore e conduttore di diversi programmi, fra cui “Linea Verde Orizzonti” e “Futura City, ha pubblicato tre libri: Un futuro che viene da lontano (FrancoAngeli, 2003, scritto con il sociologo Giorgio Pacifici), MOST (Curcio, 2007) e Salgari. Centocinquanta Indie (Curcio, 2012), testi e fotografie dell’autore. Giornalista per le testate: «la Repubblica», «il Secolo XIX», «Il Resto del Carlino», «Il Giornale nuovo», «Cosmopolitan» (in totale, più di 5000 articoli). Oltre 7000 sono i servizi e gli speciali realizzati per la Rai.

 

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Mamme,in punta di piedi

Un particolare da solo spiegava un’esistenza intera. Si era poggiata sullo scalino lasciando la parte finale del piede fuori. Come a voler accedere ‘in punta di piedi’. Lo aveva sempre fatto, entrare nei discorsi in modo delicato, aspettare,saper attendere il momento sentito più giusto per intervenire. L’infanzia, con tanti fratelli e la responsabilità di essere per loro un riferimento, lo studio scolastico rincorso ad ogni costo, sebbene le difficoltà economiche e la famiglia la inducevano a lasciar perdere, in fondo era solo una donna.
Piena di sogni onesti e lungimiranti, di speranze e desideri di maternità e famiglia.
Non era consentito divertirsi, frequentare compagnie in quegli anni, le poche libere uscite venivano concesse solo in compagnia di un fratello maggiore. Era così per le ragazze di allora, dovevano rispettare regole ferree.
Conobbe mio padre, si innamorarono e dopo un tempo scandito dalle buone prassi, si sposarono.
Non poteva immaginare di certo che di li a poco, il fastidio appena accennato dei suoi occhi, sarebbe diventata cecità completa..
Visite mediche e indagini cliniche, era il 1955 e lei aveva solo venti anni.
Allora gli interventi di neurochirurgia erano davvero devastanti, pur non sapendone un granché, si ritrovò a Bologna, in ospedale in un tour di accertamenti invasivi. Comunicò l’intervento ai suoi familiari mentendo sulla data, posticipandola di alcuni giorni, sufficienti per non renderla riconoscibile quando arrivarono suo marito, mio padre e sua madre, mia nonna. Sembrava una mummia, dissero..
Lentamente il ritorno alla normalità, mentre per strada chi la incontrava aveva preso a chiamarla ‘la sposina cieca’.
L’intervento, riuscito, aveva dato però una sentenza, diagnosi di sterilità. Se nel tempo avesse percepito nausee e malori, avrebbe dovuto urgentemente rivolgersi al reparto di neurochirurgia dove era stata per le cure.
Solo due anni dopo, riapparvero i malesseri e ripresero le indagini, che puntando alle diagnosi crearono danni al bambino che non sapeva di aspettare e che nonostante tutto, venne al mondo. Nasceva così Paolo, mio fratello. Solo pochi giorni di vita, era stato danneggiato in modo irreversibile a causa di accertamenti invasivi per una donna ritenuta sterile..
Il dolore non riuscì ad abbatterla, Un anno più tardi, aspettava me. In una mattina di freddo e neve, arrivai sulle braccia di una ostetrica, con sulla testa folti capelli incredibilmente rossi, così rossi….che mia madre, girandosi di lato e osservando la paziente ricoverata di fianco a lei, sussultò dicendo: “la signora ha i capelli rossi..io no.Ho perso un figlio,adesso non avete mica sbagliato?”
Solo mio padre esultò tranquillizzandola. Sua madre aveva i capelli rossi come me, solo che era morta quando papà aveva solo sei anni e quasi nessuno la ricordava.
Dopo tredici mesi nacque mia sorella, con un problema di celiachia, patologia ancora troppo sconosciuta, che portò mia madre, in preda alla disperazione, a salire su un treno per Firenze, con il suo fardello.
Una bambina che pesava quasi come alla nascita. Arrivarono al Meyer di Firenze, dove smentirono la diagnosi di leucemia e passarono alle cure che permisero a lei di crescere e a noi tutti di non perdere Lia.
Furono lunghi anni, trascorsi in casa dei miei nonni materni , quando i controlli per la seconda figlia, erano frequenti e duravano anche un mese intero. Erano giornate piene di farina ‘a fontana’sul tavolo, profumate di limone e vanillina. Di legna nel camino,aneddoti raccontati durante la cena e d’estate arrampicate sugli alberi a raccogliere fichi e albicocche.
Mamma prese la patente e guidò così tanto da portarci ovunque. Al mare, nelle pinete a giocare, dai cugini..
Ancora desso è intenta a preparare il cibo preferito ai nipoti, a noi figli. La cura e la dedizione, arrivano sempre prima di lei. La domanda più frequente è sempre la stessa:”hai mangiato abbastanza? stai bene?” In questo nutrire il corpo e l’anima..
E questa filosofia, veniva applicata anche a chi capitava in casa, amici di scuola, feste varie e occasioni speciali.
La sua prerogativa, è sempre stata l’ascoltare per poi esprimersi. Avrebbe desiderato studiare medicina, sarebbe stata bravissima. Quello che ancora non sa, è quanto è stata davvero brava nel compito più difficile. Riuscire a far crescere il senso della parola ‘coscienza’, il mettersi nei panni dell’altro, il non escludere mai nessuno.
Non sono mancati momenti di grande dolore, come capita in tante famiglie, ma ciò che non è mai mancata è stata la sua presenza, lieve e forte, delicata e decisa, anche quando per prima, aveva paura di ciò che stava accadendo..
L’amore per chi abbiamo vicino, è proprio un passo dietro l’altro. Piccoli passi per arrivare al cuore. Proprio come i suoi che salendo alcuni scalini, continua a farli quasi in punta di piedi..
(da Madri )
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Imperfetto futuro

Anna aveva finalmente trovato un posto speciale.
Una soffitta, con gli ultimi raggi di sole filtrati dal lucernaio che illuminavano anche quelli ciondolanti dei ragni, abitanti abusivi completamente a loro agio, ormai.
Qui, transitavano ricordi. Era pieno, zeppo di dettagli che tornavano indietro avanzando
come gatti furtivi, erano i giorni di ieri. Poggiati sparsi nella stanza, erano pronti per essere gustati ed Anna, adesso aveva voglia solo di assaporarli.
Aveva raccolto foto dai contorni sfuocati, album ingialliti e la prima licenza elementare di suo padre..Che belle tutte quelle ‘cose’ che non erano più oggetti, ma storie e quanto le piaceva toccarle, lasciando impronte nella polvere . Prese un quaderno trovato sopra tanti altri, la scrittura acerba e familiare raccontava inquietudini adolescenziali..
“Amo l’imperfetto della pelle della mia amica Lucia, con i suoi brufoli, mentre a scuola si specchia alle finestre ogni volta che può, i solchi scavati dal tempo sulla faccia di nonno Pierino, felice ogni volta che noi nipoti arriviamo e facciamo tanto chiasso e rumore, le rughe di espressione di nonna e la tenerezza disarmante dei gatti raggomitolati nei cesti vicino il camino, l’intensità dei sentimenti che sembrano il vapore sopra i fornelli ,mentre aspettiamo tutti insieme di far festa, solo perché ci piace quando stiamo insieme..”
Quel riuscire a dire, fare , perfino baciare in modo imperfetto. Erano così i ricordi di Anna e sembravano arrivare in fila indiana.
Accadeva con labbra sigillate del primo bacio, le guance rosse alle interrogazioni in piedi di fianco alla cattedra, la fronte corrugata di chi avevo di fronte mentre farfugliavo qualcosa che non capivo bene neanche io, il mio collo proteso a guardare dentro la culla, i baci sull’addome dal sapore di borotalco, e tra le ciglia di occhi socchiusi.
Ancora foto, tra le mani di Anna, con i capelli scompigliati e girandole, parole scritte dietro, uguali a tante, eppure diverse.
Ancora anni e percorsi, dove adesso le sembrava di essere di nuovo sopra divani con la musica intorno, le finestre aperte e le coperte dai colori vivaci soffici e profumate piegate e poggiate di fianco.
Aprendo l’anta di un piccolo armadio, i vestiti di allora tornarono veri e vivi, maglioni, giacche, cappelli e sciarpe accoglienti, insieme ai pensieri riapparsi:
“Vesto panni imperfetti, a volte troppo piccoli, altri troppo grandi, indossati sopra pelle scottata o a volte stupita, li tengo e respiro profumi lasciati dentro le fibre.”
Anna, vieni giù? E’ pronta la cena. Sua madre stava preparando con la cura di sempre piselli e carciofi, a lei piacevano tanto. Scendendo le scale i pensieri salivano:”siamo esseri imperfetti di un tempo troppo preciso, scandito, dettato da canoni convulsi di finta pace.
Siamo dentro la storia e fuori dalla stessa quando non affondiamo le mani nella terra per riconoscerle che è lei a sostenere il nostro cammino. Siamo ironici, bizzarri e strani dentro misure che non vestono più le nostre taglie.
Siamo cresciuti, abbiamo aperto varchi e barriere per vedere “oltre” continuando a chiederci se eravamo nel giusto. Per vivere di convinzioni e crescere, dentro un odore.”
Siamo campi da coltivare, perché esiste uno spazio perfetto dentro ogni imperfetto futuro.
“Sto arrivando, eccomi..”

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Un ragazzo da serie A

Arrivato come tanti, a soli 17 anni su un barcone, Mamadou Coulibaly dal Senegal, in cerca di un modo di sopravvivere. Il coraggio di affrontare la possibilità concreta di morire dentro un mare in tempesta. La disperazione dei genitori… Poi i vari centri di accoglienza, lui, un minore non accompagnato. Prima in Francia, successivamente in Italia: Livorno, Roma, Roseto e Pescara. Ad accoglierlo stabilmente è l’Abruzzo nella  casa famiglia di Montepagano, a Roseto degli Abruzzi, che accolse anche un certo Babacar. E tutto sembra ripetersi.

Inizia a giocare a calcio, sebbene con tantissimi ostacoli, perché poteva farlo solo in una squadra amatoriale mentre guardava le partite “vere”dagli spalti, non poteva essere tesserato, perché non aveva genitori che potessero, come da regolamento, firmare il cartellino che gli permettesse di partecipare al campionato giovanile. Una fitta e solidale campagna di articoli giornalistici, convinse i vertici regionali e nazionali della federazione calcio  a dare il placet per farlo giocare.

Una storia di riscatto sociale, la sua, che oggi lo vede inserito in serie A come centrocampista. Proprio lui che aveva dormito all’aperto e viaggiato attraversando un mare senza orizzonti, così  la ‘sorte’ ha scelto per lui.

Attualmente gioca con il Pescara calcio, lungimirante nella scelta, perché nonostante le richieste dalla Fiorentina lo ha tenuto tra i ‘suoi’.
Tra i commenti tecnici la somiglianza con Pogba, mentre il suo idolo resta Yaya Toure del Manchester City…

Con i primi soldi guadagnati, ha scelto di ‘aiutare i suoi e comprare una casa’.
Ai ragazzi italiani, una domanda che nasce dalla riflessione di un noto giornalista Rai:
quando, a breve, questo ragazzo sarà ricco e famoso, ci sarà ancora qualcuno che lo vedrà come un nemico?”. O diventerà inevitabilmente il simbolo di una vita di successo?

Ecco dovrebbe essere data a tutti non solo una prima ma anche una seconda possibilità.
L’augurio a lui, di un percorso di successi e quella serenità rincorsa a rischio della propria vita.

http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/un-ragazzo-da-serie-a

IO NON DIMENTICO, L’AQUILA 3:32

C’è ancora silenzio. Troppo silenzio.
Sono otto anni che circola in ogni luogo a L’Aquila.
Una terra di superstiti e vittime. Di luoghi sacri e vita quotidiana, una volta perfino frenetica.
Anche quando c’è il sole, non è mai abbastanza per scaldare anime e luoghi.

Un posto rimasto ‘senza voce’, dove c’è chi ancora prega davanti alle macerie di quella che era, una volta, una chiesa.

Io non dimentico, L’Aquila 3:32

L’Aquila e le sue ferite, per 309 famiglie che hanno perso abbracci e volti, profumi rimasti sui vestiti e pigiami in quella tragica e spietata notte. Mentre in questi otto lunghissimi anni conservano  la disperata necessità di sopravvivere per vivere.

Dall’idea che L’Aquila dovesse diventare uno dei centri più moderni d’Europa alla realtà, cruda, spoglia e triste di quello che è, oggi.
Lo spopolamento,l’abbandono, le speranze riposte, senza risposte..

Quattro anni fa, insieme al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Geologi con il presidente Gianvito Graziano e il consigliere nazionale Michele Orifici, è nato il Premio Avus per la migliore tesi sulla prevenzione sismica.
Fin da subito, fu contattato il giornalista, Umberto Braccili inviato Rai, che scrisse il libro“Macerie dentro e fuori”, rinunciando ad ogni tipo di compenso e rimborso. Proventi che hanno sostenuto i costi dei  processi.

“In fase di processo civile, abbiamo dovuto pagare il compenso per una perizia psicologica dove si dimostrava che eravamo rimasti scossi dalla morte dei nostri figli” dice Angelo Lannutti , presidente dell’Associazione Avus 2009 che quel 6 Aprile, perse la figlia Ivana.

L’università de L’Aquila e il Gran Sasso Science Instituite hanno affiancato l’Associazione dei genitori nel premio. Qualche giorno fa, presso l’aula magna GSSI a L’Aquila, sono stati  premiati Marco Zanini, laureato in Ingegneria Civile presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “Valutazione della sicurezza sismica con metodi di primo livello: gli edifici in linea”, e Vincenzo D’Oriano, laureato in Geologia e Territorio presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi dal titolo “Sfide alla geologia: le opere di Miozzi e Calatrava a Venezia”.

Alla manifestazione ha partecipato, tra i tantissimi presenti, Vasco Errani, commissario straordinario alla ricostruzione.
Ha rivolto parole ai giovani studenti  di Amatrice, L’Aquila, Teramo e Camerino facendo riferimento al tema della rinascita dopo i devastanti terremoti nel centro Italia di questo ultimo periodo.

Rinascita, questa parola ha un bel suono. Sa di arte, di nuova vita, di emozioni da vivere ancora. Tra passato e futuro, esiste il presente  che per 309 famiglie è ancora dentro un ‘fermo immagine’, un fotogramma di sentimenti che durerà tutta la vita, mentre continuiamo a sperare in una città spogliata dai fantasmi e di nuovo viva per accogliere chi pur non dimenticando è rimasto e quanti arriveranno.

E nel frattempo “Io non dimentico” resta scolpito in questa data.

http://www.iogiocopulito.it/author/patrizia-angelozzi/

Don Luigi Ciotti #sbirroancheio

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           @Costanzo D’Angelo,Occhiomagico

Era già accaduto poco tempo fa, in occasione della manifestazione nazionale contro la mafia. Poi di nuovo,scritte sui muri a Palermo, rivolte a don Luigi Ciotti,presidente dell’Associazione Libera.
Sul muro di una villetta pubblica, la scritta:”Sbirri siete voi, don Ciotti secondino”.

Un messaggio che si trova all’ingresso di un’area intitolata a Rosario Di Salvo, collaboratore di Pio La Torre, ucciso nell’agguato mafioso del 30 aprile dell’82. E ancora “Dalla Chiesa assassino..”con chiaro riferimento al prefetto ucciso da Cosa Nostra.

Le scritte sono state prontamente cancellate dagli stessi cittadini, ma non è l’unica volta.
“Più lavoro meno sbirri, don Ciotti sbirro” queste a poca distanza dalla sede di monsignor Francesco Oliva, dove don Ciotti era ospite.

In una nota il centro studi di Pio La Torre esprime solidarietà “Le mafie nel momento in cui hanno raggiunto il punto più basso della loro storia sanguinaria, si sono ridotte a scritte notturne che non fanno spaventare più nessuno. La coscienza antimafiosa della gente è più forte e diffusa che mai”.

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                                 @Costanzo D’Angelo,Occhiomagico

Allo stesso tempo arrivano le parole dell’on.Rosy Bindi, presidente della Commisssione parlamentare antimafia: “Se reagiscono così, vuol dire che anche se la guerra non è vinta, la battaglia che stiamo conducendo va nella direzione giusta, e forse spaventa e preoccupa qualcuno”.

Alla luce dei fatti, tutto questo non potrà che rafforzare l’impegno di don Luigi Ciotti che nonostante gli anni che lo hanno visto e lo vedono, vivere una vita sotto scorta, continua a ripetere nei suoi incontri pubblici che “potranno anche uccidere lui,ma Libera resta, con le idee, i progetti e le attività”.

Per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo e di ascoltare le attraverso le sue parole, la sua storia; partendo dall’infanzia fino al suo impegno fatto di dedizione, forza e cura per i ‘fragili’, don Luigi Ciotti non solo rappresenta la legalità ma lo stimolo a continuare e coltivare il sogno di una vita ‘libera’ da ogni forma di contiminazione , dalle piccole azioni quotidiane alle grandi scelte.
E riguarda tutti noi.

http://www.peridirittiumani.com/2017/04/03/scritture-al-sociale-don-luigi-ciotti-sbirroancheio/

Il confine umano, vite in cerca di pace

Il confine umano (vite in cerca di pace) | Patrizia Angelozzi
Ianieri Edizioni

di Emanuela Chiriacò

Il confine umano. Vite in cerca di pace. Storie vere, testimonianze in presa diretta di sette rifugiati richiedenti protezione internazionale. I fatti e gli avvenimenti riportati corrispondono fedelmente alla realtà è una raccolta di sette racconti. Sono narrazioni in presa diretta avvenute durante una riunione tra gli operatori del consorzio Matrix e sette immigrati richiedenti asilo politico.

Sette testimonianze che danno un tempo, uno spazio, uno spessore, a sentimenti e ricordi

Una tavola rotonda che mette insieme esperienze e vissuti difficili. Sette vite, sette anime tormentate dal dolore dell’eradicazione dalla terra e dagli affetti, in cerca di sopravvivenza. Racconti crudi accomunati dalla speranza di un nuovo inizio che fanno riflettere. Che pongono lo sguardo nelle imbarcazioni che siamo soliti e assuefatti vedere in televisione. Non sono più agglomerati di persone attaccate le une alle altre per non finire in mare o approdate in un porto del sud Italia con un giubbetto arancio o un plaid addosso. Sbarcate su quella che per loro è la terra della conquista di una forma di libertà.

Con Il confine umano, si entra nel racconto di vite vere. Di profumi di tè e cibo lasciati e il cui ricordo o preparazione evocano affetti e casa. In ogni racconto si rivela il bisogno di fuggire per non morire, di non farsi piegare alle logiche dei terroristi. Sono persone scomode a quei regimi, per dissenso o impegno.

Avevo solo due possibilità: rinnegare il mio modo di essere e arruolarmi o morire. Per questo ho scelto di fuggire. È stato così che un giorno ho abbracciato la mia famiglia e sono scappato, sapendo che non avrebbero fatto loro del male perché volevano me.

[…] Sono nato nei campi palestinesi in Libano, senza aver mai visto la Palestina. Sono come la “terra di nessuno”, palestinese di sangue ma libanese di nascita. I nati e cresciuti in questi posti non sono riconosciuti né dalla Palestina né dal Libano. Non siamo né l’uno né l’altro, per questo motivo non ci sentiamo mai davvero “a casa”. Un documento libanese che accredita una nazionalità palestinese è una contraddizione. Che diritti ho? Nessuno.

Per proteggere la famiglia spesso uccisa dopo la loro partenza o partiti da orfani; in ogni caso mai ritroveranno quell’abbraccio umano d’amore. In ogni storia si rintraccia un elemento comune a tutte le vittime della diaspora: la speranza del ritorno. Il bisogno di credere che si possa toccare ancora il suolo, accarezzare l’aria che è naturale respirare e di cui riconoscere il profumo ad occhi chiusi. I loro paesi di origine.

Un’operazione di scrittura corale che si allarga anche all’esperienza dell’équipe multidisciplinare del Consorzio Matrix, degli operatori che aiutano concretamente questi rifugiati. Un supporto legale, psicologico, artistico e morale che aiuta queste anime a sentirsi meno sole per affrontare la bulimia burocratica italiana che spesso fagocita e alle volte rende vulnerabili persone che senza identità formale cadono nello smarrimento della solitudine e della disperazione.

L’équipe sperimenta nuovi percorsi attraverso l’arte, la musica, il teatro e il volontariato per porre in luce, sotto una nuova lente, la realtà dell’immigrazione. L’équipe multidisciplinare si impegna per creare nuove reti e collabora con le varie associazioni presenti sul territorio, preziose risorse per organizzare occasioni di socializzazione, crescita e formazione per i nostri utenti. La metodologia utilizzata, inoltre, desidera scovare e mettere in luce le capacità dei ragazzi ospiti. Strutturando con percorsi mirati i loro personali talenti e le conoscenze pregresse.

Una narrazione solidale e anche equa degli attori coinvolti nel processo di integrazione e del dialogo interculturale. Non si finisce di dire grazie a chi vive questo impegno con la naturalezza del respiro e di ascoltare la difficoltà senza tendere almeno una mano ideale alla riflessione.

Il confine umano”, che abita e vive dentro ognuno di noi, è come una porta che si apre solo quando scegliamo di dare. Oltrepassare questo confine vuol dire crescere ogni volta che saremo in grado di superare le barriere.

per gentile concessione della casa editrice invitiamo alla lettura di due brevi estratti QUI


Copuright 2017 – Zest Letteratura sostenibile

http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-confine-umano-vite-in-cerca-di-pace-patrizia-angelozzi/

Copertina Il Confine Umano

Maura Messina, Diario di una kemionauta..

Il riferimento è  la  grande area dell’Italia meridionale tra Campania e le provincie di Napoli e Caserta, tristemente famosa per la presenza di rifiuti tossici.

“Terra dei fuochi”, nome nato da un rapporto Ecomafie nel 2003 di Legambiente, riguarda un territorio di 1076 km quadrati con all’interno 57 comuni e 2 milioni e mezzo di abitanti.

Il periodo di riferimento ha origine negli anni ’70 per arrivare ai nostri giorni.
Sversamenti di rifuti tossici e nucleari responsabili di un alto tasso di tumori, colpite da questa terribile patologia, in particolare giovani donne e bambini.
Di conseguenza segue  l’inquinamento dei prodotti agroalimentari, a causa della diossina nei terreni, nel latte prodotto dagli allevamenti. Solo recenti test effettuati in Germania non hanno più rivelato presenza di sostanze tossiche. Ma senza abbassare la guardia sul problema, perché si continua a morire.

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Una scrittrice ed interprete in prima persona  di questo tema è Maura Messina che nel libro “Diario di una kemionauta” è testimone diretta, un diario scritto durante la terapia chemioterapica che porta ironicamente il nome di “Diario di una kemionauta”, a evidenziare positività e speranza per il futuro. Maura Messina occupando un tempo reso fermo momentaneamente dalla malattia racconta a se stessa e il suo viaggio che diventa un modo nuovo di affrontare malattia e  vita.

L’autoironia di Maura, le salva la vita e lei nel suo ‘diario’ racconta con generosità come armarsi di ironia e combattere’, senza mai pensare di non farcela, conservando l’energia di trasmettere agli altri ciò che ha imparato ogni giorno.

Maura Messina si occupa di design, a Napoli. Non hamai ceduto senza cedere all’idea del  ‘non si può fare nulla’, anzi, ha sfidato questo luogo comune  combattendo con forza e con iniziative volte a migliorare le situazioni attuali. Attraverso  la sua tesi di laurea  si esprime su una nuova formula nella comunicazione che riguarda proprio Napoli.
Vincendo due volte, nella convinzione che essere audaci aiuta, e così è stato.

– Maura, il tuo libro sebbene sofferto è un meraviglioso percorso per infondere coraggio. Perché hai pensato di scriverlo e poi di pubblicarlo?
In realtà il libro è nato come “diario personale”. Quando l’ho scritto, non avevo minimamente immaginato di pubblicarlo. L’idea di scrivere è nata su suggerimento di un caro amico, Mario. Essendomi stati negati i colori (io adoro dipingere ad olio) per motivi di salute, ho seguito il suo consiglio, ed ho riempito il tempo rimasto orfano dello svago della pittura con una nuova amica: la scrittura. Ogni volta che tornavo da una seduta di chemioterapia, riempivo il mio diario. Nessuno sapeva che io lo stessi scrivendo. Era la mia “terapia privata” per affrontare meglio quel momento difficile. Pochi giorni prima di Natale del 2012, ho completato la chemioterapia. Mi è venuto naturale condividere quel diario privato con chi, quel viaggio, lo aveva percorso insieme a me. Con chi mi aveva dato l’amore per vivere al meglio la malattia. L’ho mostrato al mio fidanzato Eddy, la mia famiglia e a Mario. La reazione è stata unanime, mi hanno esortato a pubblicarlo. Mi hanno spinto a riflettere sulla possibilità di essere utile, in qualche modo, a chi stava affrontando direttamente o indirettamente l’esperienza della chemioterapia. L’intento è di dare un messaggio di speranza. 

– Cosa ti senti di dire a chi sta combattendo la tua stessa battaglia?
 Mi sento di dirgli di non mollare, di combattere sempre… Quando ti ammali la paura di morire prende corpo e la percezione della vita stessa cambia. Mi ha aiutato pensare che, indipendentemente da come sarebbe andata a finire, la mia vita era lì e pretendeva di essere vissuta. Ho pensato che, se mi fossero rimasti dieci minuti o dieci anni, non li avrei sprecati piangendomi addosso. Certo con le limitazioni e le difficoltà del caso, ma non mi andava di sprecare quel tempo che avevo scoperto, improvvisamente, essere così prezioso.

– Dopo averlo letto, l’ho trovato ricco, intenso, contagioso nella forza e nella determinazione. Un libro che dovremmo leggere tutti. Possiamo sperare in altri progetti da leggere?
Non voglio sbilanciarmi, ma ci sto lavorando…spero di non metterci troppo.

In una società che non ci tutela abbastanza, che spesso ignora e ci costringe a vivere drammi e pericoli, Maura ha avuto la forza di rendere noto a tutti, attraverso il suo libro, ciò che è insito in noi umani, la forza di reagire, di lottare, combattere e vincere. Un messaggio che arriva dritto al cuore e pone  naturalmente nell’atteggiamento della positività, perché ciò che è davvero importante è credere in ogni nostra azione.

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Chi è Maura Messina

Maura Messina è nata a Napoli nel 1985. Fin da bambina ha mostrato un’autentica passione per il disegno.
Frequenta il liceo Scientifico e a quindici anni incontra Amleto Sales, un artista dal quale impara a dipingere ad olio su tela.Nel 2009 si laurea alla triennale in Disegno Industriale per la moda (facoltà di Architettura – SUN) e nel 2011 consegue la laurea Magistrale in Design per l’Innovazione con il massimo dei voti e relativa pubblicazione della tesi “Napoli città di scarto” su aiapzine (osservatorio internazionale di design), http://aiapzine.aiap.it/notizie/13600.
Il percorso formativo la avvicina al mondo della comunicazione e del design.Progetta alcuni lavori di communication design, loghi, posters, pannelli pubblicitari e partecipa attivamente a numerosi contests nazionali ed internazionali.Si occupa inoltre della esecuzione di un ampio murales per una scuola primaria nel 2012 a Quarto (NA). Negli anni dipinge numerose scenografie su teli per recite scolastiche.Si dedica alla realizzazione di presepi e piccole miniature e dall’estate 2013 si avvicina alla ceramica grazie alla guida dell’amico/Maestro Amleto Sales. Ha partecipato ad alcune mostre collettive (si ricorda la mostra collettiva di pittura, presso la Domus Ars Centro di Cultura, Via Santa Chiara 10C, Napoli, Incontri Pittorici, 17/26 ottobre 2013), la mostra collettiva dal 2 al 24 Maggio 2014 presso la Picassarte Gallery, via IV Novembre, Nuoro (Sardegna), e la mostra collettiva presso il Real Sito Belvedere di San Leucio, via del Setificio 5/7, San Leucio (CE) dal titolo “La terra dei fuochi”. Nel novembre 2016, la casa editrice Homo Scrivens rilancia il testo con una seconda edizione arricchita di contenuti inediti.

Premi

PREMIO PULCINELLAMENTE, Sant’Arpino XVII rassegna di teatro-scuola

Motivazioni: Per la grande forza e speranza che trasmetti

MEDAGLIA DEL COMUNE DI NAPOLI, SINDACO LUIGI DE MAGISTRIS

Motivazioni: Per l’impegno civile

Martina si è arresa, nella Terra dei Fuochi..

 

di Patrizia Angelozzi

Martina, studentessa di 17 anni è morta nella “Terra dei fuochi” per un tumore.
Quattro lunghi anni di cure, di dolore attraverso protocolli oncologici finché si è arresa.
A dare la notizia Gabriele Aiello, referente per la regione Campania dell’Unione degli studenti della regione. Lo ha fatto in modo ufficiale su Facebook scrivendo:
“Martina è volata via, aveva 17 anni. Era di Mariglianella, ha lottato per 4 anni, non si è mai arresa. Oggi però, il mostro l’ha divorata, lasciando il solito vuoto amaro. Il vuoto di chi perde un figlio, un padre, una madre, un amico. Aveva la mia età, un’età dove inizi a pensare al futuro, dove inizi a progettare, ma in questa terra i progetti non li puoi fare. L’ennesimo fiore viene strappato violentemente dalla nostra terra. Quanti ancora dovranno morire?”.

A Napoli, era molto conosciuta, la sua battaglia contro il cancro, che durava da quattro anni, aveva commosso tutti e lascia in questi giorni tutti senza parole per il drammatico epilogo.

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Sono tante le mamme che hanno perso un figlio nei comuni della Terra dei Fuochi:

Antonella, mamma di Enrico, morto a 8 anni
Ida, mamma di Martina di 9 anni
Anna, mamma di Riccardo morto a 22 mesi
Luisa, mamma di Alice morta a 3 anni
Tina,mamma di Dalia morta a 13 anni
Antonella,mamma di Francesco morto a 8 anni..e tante altre ancora.

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La forza di una madre è capace di oltrepassare il proprio dolore, come ha fatto Marzia, mentre suo figlio era alla fine gli ha dedicato parole che le mamme dicono ai loro piccoli prima che si addormentino:
Marzia, mamma di Antonio “Antonio “a mamma” adesso ti somministrano una medicina per farti guarire. Appena ti addormenti non senti più niente, poi ti svegli e stai bene. “

Uno Stato latitante, che permette usi e abusi, patologie dilaganti che prendono di mira sopratutto i più giovani, dove inceneritori, rifiuti tossici, amianto e discariche hanno reso invivibile ben 1.076 km quadrati di terra. Dove si muore senza che esista una risposta.

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