La violenza non è una cosa da poveri

Un eccesso di perfezione. Una famiglia perbene, un uomo famoso e facoltoso che sceglie per moglie una donna di buona famiglia. Carriera, tre figli. Un quadretto ideale, sognato da tanti.
Lui, medico dalla carriera indiscussa, sceglie di essere ‘dalla parte delle donne che subiscono violenza’ esponendosi nei programma Tv come testimonial.
Quanta programmazione di vita, quanti report da raggiungere in nome di una vita di successo? Quanta apparenza?
Non è vero che il femminicidio trova collocazione nelle lacune sociali, nell’emarginazione. Si trova ovunque.
Appartiene a ricchi e poveri. Acculturati di successo e persone in difficoltà economiche e sociali.
Cosa c’è dietro la mancanza dell’intelligenza del cuore anche quando è presente l’intelligenza sociale?
La cultura non protegge e non tutela, a volte crea una mancanza di identità, quando non si ‘permette’ più il mettersi in discussione.
La megalomania come la mancanza di autostima sono due stadi pericolosissimi, rendono sterili la parte umana che trovandosi fuori da canoni prestabiliti per la propria vita e quella della famiglia, si trovano a vivere il cataclisma di un reato efferato che nell’opinione pubblica non trovano un ‘perché’.
E’ necessario, indispensabile ripartire dall’educazione della mente , come nel famoso testo di Giulio Lombardo Radice e dall’educazione all’affettività, così duramente negata, oltraggiata e ritenuta sintomo di fragilità ad ogni manifestazione della stessa.
C’è bisogno di coraggio, quello vero, per essere umani. Quel coraggio che permette di accarezzare con gli occhi e abbracciare, essere vicini alla gioia e al dolore altrui. La forza di vivere ‘un danno’, chiamato sconfitta, fin dai banchi scolastici e nei “no” dell’educazione nei periodi di infanzia e adolescenza.
Come i rifiuti che ogni persona incontrerà da parte di persone oggetto dei nostri sentimenti.
L’educazione genitoriale, ripartendo dalla tenerezza, facilmente abbandonata quando i figli da neonati e piccoli per età anagrafica, vengono lasciati crescere senza sufficiente sostegno affettivo barattato per una compensazione di immagine e di beni.
La violenza non è una cosa per poveri, appartiene a chi vive ai margini e al centro. A quanti per ego diventano sbilanciati verso la proiezione di loro stessi mentre tutto il resto diventa contorno sfuocato.
A queste persone basterà un ‘elemento’ repentinamente (secondo loro) cambiato verso altre direzioni.
La violenza ha un comune denominatore. Il senso unico. Una visione propria e indiscutibile. La rabbia, la presunzione, l’aggressività, la prepotenza di stabilire ciò che non è consentito. Agli altri.

http://www.peridirittiumani.com/2016/09/25/scritture-al-sociale-una-nuova-rubrica-curata-da-patrizia-angelozzi/

Foto dal web

femminicidio

Woman in fear of domestic abuse

Chi ferisce, uccide

Sul web e sulla carta stampata, titoli di richiamo morbosi. Dettagli scabrosi, a ‘tirare dentro i pensieri ‘ oscure vicende rese note in modo volgare e triviale. Un mondo, quello della comunicazione che troppo spesso mira a distruggere qualsiasi parte rimasta illesa rivolta all’onestà, alla positività, alla legalità.

Eppure esiste anche dentro un mondo malato, una parte di persone che nelle situazioni più complicate, vede, osserva, agisce. E’ il caso dei docenti che hanno trovato tra i temi in classe, vicende di stupri e violenza inaudita, che sebbene nella consapevolezza di vivere in un contesto omertoso, non hanno fatto passi indietro o ignorato.
Sono i docenti della ‘ragazza’ diventata conosciuta alle cronache, che dall’età di 14 anni è stata violentata da un gruppo per ben tre anni. Lo sapevano tutti, i responsabili, il paese, i genitori che per qualche strana modalità di protezione hanno taciuto.
Persone consapevoli di avere a che fare con ‘materiale umano’ da difendere e proteggere davvero. Allo stato attuale non risultano azioni di merito rivolte a questi insegnanti per aver superato il muro del silenzio. Eppure, loro il muro lo hanno buttato giù.
Così come non esistono regole sul web, diventato circuito che umilia, mortifica, amplifica anche dove, per buonsenso e logica, avrebbe dovuto ‘eliminare’ a prescindere un video compromettente di una donna che per motivi personali aveva scelto di registrare un filmato.

L’assalto mediatico, le parole di offese, diventate ferite sempre più profonde. Sono diventate cancrena, perdita di sangue, di identità, di libertà di esistere. L’unica scelta rimasta è stata il suicidio, trasformato in dibattito pubblico senza alcun ritegno. Senza un pensiero per i familiari, per Lei, per chi vicino a lei.
In questo profondo baratro, neanche nella morte, le è stato concesso il ‘riposo’.

Un richiamo alla deontologia, senza lasciare che passino di ‘porta in porta’, urla di dolore così forti rimaste nel silenzio di una realtà che nega, rinnega, punisce, decapitando la vita ancor prima che sia finita.
Il silenzio ferisce a morte chi subisce e non ha voce, chi nel terrore e nella vergogna, ogni giorno inventa un modo per sopravvivere.

Una pensiero a chi non c’è più, una speranza di ricostruzione a chi ha subito.
Senza nomi in grassetto, senza riportare dettagli, senza scavare nelle vite degli altri.
Senza fare silenzio e senza troppo chiasso. Per restare vivi e ricordare di essere umani e veri.

Chi ferisce, uccide

Patrizia Angelozzi

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L’unione fa la forza, Dory e la memoria emotiva

In circolazione da qualche giorno, l’ultimo cartone animato della Pixar Animation Studios e Walt Disney Pictures, una famosissima casa di produzione dove ritroviamo Dory, una pesciolina con la memoria a breve termine che non ricorda nessuno, ciò nonostante viene aiutata da quanto è rimasto inciso nella ‘memoria emotiva’, quella degli affetti più cari. La sua famiglia, gli amici e le persone che hanno saputo starle vicino. Saranno infatti amici e parenti che l’aiuteranno a ricordare e a rimettere insieme ‘spazi del suo passato’ per vivere il futuro.
E’ un film consigliato ai minori, alle famiglie perché è questa una storia che avvicina in modo semplice e concreto al tema della disabilità, e non solo.
Nonostante sia presente ‘un limite’,  la pesciolina “Dory” dimostra di avere capacità e abilità tanto da riuscire a cavarsela nella vita fino a compiere grandi imprese.
Anche altri personaggi del film, soffrono di qualche non abilità o di alcune imperfezioni, ma a pensarci bene, in fondo chi non ne ha?
Un invito a rendersi conto che tutti siamo in grado di fare cose belle e utili.
Uno dei  messaggi più sottolineati e importanti  è proprio quello dell’amicizia come valore e come sostegno all’altro,   quando se un Amico non si ferma alle apparenze è possibile riuscire a cogliere virtù e talenti nascosti.
Il filo conduttore dell’intera storia è accompagnato da quello dell’ ecologia, che i registi  Andrew Stanton e Angus MacLane arricchiscono di importanza e significati attraverso una sceneggiatura meravigliosa riuscendo a lanciare il suo SoS…al mondo dell’infanzia e a quello degli adulti.
Trailer “Alla ricerca di Dory” Walt Disney

https://www.youtube.com/watch?v=GPzXX63hL0k

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Patrizia Angelozzi

 

 

 

 

 

 

Ti punisco in nome del padre

Marisa e Demetrio avevano perso il padre e come capita troppo spesso, da fratello era diventato, “l’uomo di casa”, colui che avrebbe potuto scegliere, decidere e vigilare su di lei. Sua sorella.
Non sopportava che lei usasse il trucco, indossasse una minigonna o fumasse una sigaretta..In un immaginario che ci riporta  indietro in una epoca patriarcale che non concedeva libertà di pensiero e di azioni, lui  non riuscendo a ‘controllare le scelte di una sorella troppo autonoma’ le spara, gambizzandola, nel bar dove stava lavorando da sei mesi.
Marisa desiderava andare a ballare, vedere amici, lavorare come avviene per tutte le giovani donne che per questo non si sentono ‘in colpa’ o ‘in difetto’, Marisa Putortì a solo 21 anni stava scegliendo, e la lente di ingrandimento di Demetrio conteneva troppi giudizi.
Le ha sparato con un fucile, pallini calibro 12 che le hanno bucato le gambe spezzandole il femore destro.
L’ambulanza, la paura di morire ascoltando le parole dei medici “speriamo non abbia colpito l’arteria femorale, altrimenti non ci arriva in ospedale..”
Demetrio si è costituito, ora è in stato di fermo e i carabinieri indagano per capire dove abbia preso il fucile e dove l’abbia nascosto.
Questi i fatti, in una Italia tutta nostrana dove viene ancora fuori il “possesso, la territorialità del padrone, in questo caso non padre ma fratello”.
Quante volte nei casi di perdita paterna abbiamo ascoltato frasi come “adesso sei tu l’uomo di casa..”, riferite perfino a bambini o adolescenti senza considerare il carico di investimento su chi ancora in crescita per insano tutelare sono diventati carnefici, aggressori poiché privati già in prima persona della libertà di maturare. Una storia, l’ennesima, che sottolinea il predominio sulla figura femminile, senza parlare di ideologie lontane e mentalità che superficialmente pensiamo distanti anni luce. Invece è qui, tutto questo e purtroppo, il sommerso è tenuto in religioso silenzio.
Quello che si può continuare a fare è comunicare dimostrando che esiste la possibilità di scegliere, legittimamente per la propria vita.
Marisa ha 21 anni, un bambino ed un compagno di vita da 5 anni. Avere una vita, non era abbastanza, andava punita per averne scelta ‘una normale’.

Patrizia Angelozzi
*foto dal web

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LASCIAMOLE IN VITA

A pochi giorni dalla morte di Vania, la sessantesima vittima, mi tornano in mente tutte le altre.
Ad oggi, sono 60 le donne uccise in Italia dal partner o da un ex.
Tra le ultime, una ragazza di Pordenone ‘finita’ con quattro colpi di pistola dal suo ex fidanzato, una maestra di 46 anni dal suo ex convivente. Uno dei casi che ha suscitato più clamore è quello di Sara Di Pietrantonio, la studentessa di 22 anni strangolata e poi bruciata dal suo ex fidanzato. L’ultima, Debora Fuso, venticinquenne uccisa a coltellate nel milanese..
I dati di Telefono Rosa, parlano di almeno 8.856 donne vittime di violenza e 1.261 di stalking.
Una percentuale impressionante è quella di chi “non denuncia”.
Vittime, da un’istante all’altro non c’è più una donna, una ragazza, una madre, e nessun bambino vorrà comprendere il come..
Non ci saranno più abbracci, gesti d’amore. Piatti caldi sulla tavola con il cibo preferito ed un film da condividere. Mai più mano nella mano per insegnare ad attraversare la strada, mai più un fiore rubato da portarle a casa, mai più il profumo dei capelli. Un mai più a sostituire il per sempre regalato a chi amavano.
C’è chi resta in vita, chi no. Senza più pace e con le ferite aperte.
Un modo di amare patologico che deve essere sconfitto da una educazione sentimentale che possa viaggiare dentro famiglie, scuole, comunità, in una società dove tutti siano consapevoli di combattere un fenomeno diventato delirio.
Uomini che uccidono nel loro ultimo spasmo di follia a tratti tenuta a bada come fanno le belve in gabbia; dov’erano quelli che lo hanno visto, perché lo hanno visto impazzire, fare gesti inconsulti, mortificare, esaltare il dolore. Dov’erano tutti ?
Ora Sara , Debora, Claudia, Francesca e tutte le altre saranno dimenticate, dentro fascicoli di burocrazia asettica. Numeri assemblati con risposte vaghe: “non abbiamo prove”, “non c’è il corpo”, “non avevamo capito”, “non aveva mai detto nulla” e “sembrava proprio un bravo ragazzo, un brav’uomo..”
Mentre aspettiamo proposte di Legge e adeguamenti delle stesse; mentre spegniamo la Tv e voltiamo le pagine dei giornali senza riuscire a capire da quale epidemia questo mondo è contagiato, possiamo provare a sottolineare la tenerezza, la calma, l’enfatizzare il dialogo, la necessità di comunicare in modo che l’altro, adulto o bambino, rifletta sulle azioni umane.
Troppo spesso alle donne, usate nelle campagne elettorali e di marketing non è stata chiesta ‘voce’ , la declinazione al femminile è spesso parvenza, altre vengono ricattate per fame e per sete anche quando rimaste con i loro ‘carnefici’ tra le mura domestiche.
Eppure ogni giorno corrono, in discesa, in salita, nella loro immensa fatica, sostengono. Audaci guerriere spesso pronte a morire per salvare una vita. Adesso, lasciamole in vita.

Un uomo, una donna..

Il cammino degli umani contiene storie senza confini.
Un uomo camminava in modo convulso proprio per non fermarsi a pensare. Aveva visto sorgere il sole, accolto vento e pioggia, lasciando il suo sguardo sulle onde del mare e sulle montagne innevate. Allontanando grovigli di domande alle quali non poteva dare risposte,  avrebbe voluto dire, fare,agire,risolvere,rivedere.
Aveva scelto il silenzio per barricarsi dentro uno steccato dove poter ritrovare se stesso bambino,ragazzo, uomo.
Colui che aveva fatto scelte nel pieno rispetto di quanti avevano creduto in lui.
Una donna attraversava sulle strisce pedonali seguendo un orologio biologico che le imponeva di resistere ad una vita troppo densa. Insieme ai dati anagrafici portava con se l’emotività di lunghi percorsi. Corridoi senza corrimano dove appoggiarsi,  nè stampelle.
Ogni tanto una panchina le aveva concesso una sosta, accadeva quando il solo pensiero di incontrare dietro l’angolo  fantasmi di un passato remoto riaffiorava .

Spesso viviamo mondi paralleli quando non ci concediamo la verità.  Quando guardiamo ad occhi socchiusi quello che stiamo dolcificando perché la verità è troppo amara.
Attraverso la vetrina addobbata per il Natale lo vide passare.
Con le gambe di nuovo tremanti non si giro’.
Lui camminava veloce, attraversava calpestando se stesso ed i suoi pensieri.
Era passato tanto tempo. Anni. I capelli bianchi e lo sguardo perso.  In cerca di milioni di cose da risolvere. Per il bene di tutti.
Le buste della spesa le caddero a terra insieme alla frutta che rotolando attirò l’attenzione dei passanti.
Fu così che lui si giro’, la vide. Pochi passi per raggiungerla. Raccolse velocemente quanto caduto porgendole tutto.
“Lei mi ricorda qualcuno, lo sa?”
“Grazie” rispose, stringendo le buste a sè come si fa per proteggere i bambini.
“Grazie davvero. Ma ora devo proprio andare”.
Erano loro, dopo almeno dieci anni. Con tante rughe sul cuore.
Dietro ogni sguardo frammenti di un amore condiviso e mai confessato fino in fondo, avrebbe voluto dire, cambiare le loro vite.
Senza sapere che si muore ogni giorno se si ha paura.

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Al mare con il mio amico a 4 zampe..

Uno stabilimento ‘particolare nell’accoglienza’.
L’offerta che sorprende è la possibilità di far accedere clienti con i propri ‘amici a 4 zampe’ di piccola e media taglia, adeguatamente educati  insieme a persone che sanno prendersene cura.
Ovviamente, importante il  rispetto della quiete, un comportamento civile e l’attenzione alle esigenze primarie dei loro ‘amici’. Per cura si intende il non tenere il proprio cane esposto al sole, fare in modo che abbia acqua da bere e tutte le altre attenzioni che un bravo ‘umano’ sa riservare al proprio ‘amico’.

Lo stabilimento balneare che offre questo servizio da oltre cinque anni, ha al momento una buona percentuale di persone che fruiscono di questa possibilità in modo completamente gratuito.

Oltre a questo, c’è la Pet -Therapy che cominciarono a far conoscere come terapia e modo di comunicare con gli animali diversi anni fa.
Nonostante le prime diffidenze, l’insegnante Lucy D’Ercole, con due cani di razza Shitzu ha lavorato con i bambini ottenendo un  grande successo, soprattutto nell’inserire in questo gioco-terapia bambini con disabilità o difficoltà relazionali.

Come per tutte le cose nuove, scavalcare le perplessità non è stato facile all’inizio, il crederci ed il mettersi in gioco hanno prodotto  un grande interesse e risultati.
Anche quest’anno il “Trabocco” ha numerose richieste ed anche questo è un servizio completamente gratuito; una scelta dei proprietari per fare in modo che questa modalità di intervento arrivi ai più e riesca a diffondersi  in un luogo di divertimento e svago come la spiaggia.

Un simpatico episodio tra i tanti, racconta il proprietario :” una mamma preoccupatissima per la figlia che aveva paura dei cani. Vedere la sua bimba dopo poche ‘sedute’ di Pet-Therapy giocare e portare a passeggio il cane, non le sembrò vero..”
Questo a dimostrazione che le fobie si possono superare e chi fruisce di attenzioni riesce ad aprirsi e a comunicare con un mondo che tanto ‘animale’ non è..
http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/al-mare-col-mio-amico-a-4-zampe

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Patrizia Angelozzi

I campioni hanno l’oro in bocca

Special Olympics, insieme per vincere

Hanno cominciato le prime “vasche” nella struttura della piscina comunale di San Salvo “Tano Croce”, con la Coop. Mille Sport i tre campioni, Luigi Daccò, Ylenia Cirullo e Paola Giorgetta.
I primi due residenti a San Salvo e Paola a Montemitro, in Molise.
Nella gara a Rieti,  “Play the Games” organizzata da  Special Olympics  hanno raccolto cinque medaglie d’oro e due d’argento.
La loro allenatrice Stefania De Felice è orgogliosa e fiera di questi risultati sorprendenti e allo stesso tempo attesi dagli atleti:
Luigi Daccò,  tre medaglie d’oro,
una 100 mt dorso, 25 mt stile libero e nei 25 mt dorso, Ylenia Cirullo con due medaglie d’oro nei 100 mt dorso e nei 25 stile libero, si conferma Paola Giorgetta con due medaglie d’argento nei 25 e 50 stile libero (già oro ai mondiali di Los Angeles).

Special Olympics nasceva moltissimi anni fa, quando la famiglia Kennedy, tra tanti figli viveva l’esperienza della disabilità di uno di loro. Partì in questo modo la proposta di far ‘uscire’ i ragazzi dagli istituti per introdurli allo sport, carta vincente per una inclusione e partecipazione alla vita sociale.
Da quel momento in poi oltre che negli Stati Uniti, Special Olympics è diventata presente in tutto il mondo con risultati meravigliosi e soprattutto per tutti, dando opportunità  alle esigenze di ognuno.

Questi atleti, non nuovi a salire sul podio dei vincitori si sono già annoverati  campioni, come Paola Giorgetta,  lo scorso anno ORO ai mondiali di Los Angeles per i 25 metri dorso e altre medaglie per lo stile libero.

  • A Stefania De Felice , loro istruttrice, chiediamo “cosa si prova a vivere emozioni così forti e come si comprendono le capacità dei ragazzi?”
  • Gareggiano tutti a seconda delle proprie possibilità, superandole, questo accade in Special Olympics e questo lo fa anche la FISDIR e la FINP, senza escludere mai nessuno.
    Vivo con loro gli allenamenti, intuisco la determinazione, la volontà, la forza che impiegano, la gioia e la passione per questo sport.  Essere con loro, incitarli, gridare ed esultare, partecipare attivamente anima e corpo e alla vista “della manina a toccare il bordo sentire il confine del superamento e la conquista della meritata medaglia”
  • Atleti in tour, Biella, Venezia, Viterbo, La Spezia. Siete pronti per continuare?
  • Certo! E’ la prima risposta che diventa un coro. Ci daremo molto da fare…
  • Genitori, quanto è importante esserci, partecipare?
  • E’ molto importante coinvolgere anche altri ragazzi, essere parte di un gruppo forte ,composto da genitori e figli che vivono la gioia, la festa di esserci tutti insieme, senza alcuna esclusione.

Due genitori dicono “senza di lei non avremmo potuto girare il mondo”, ed un papà conclude
“la cosa più bella di queste attività sportive non è solo il loro successo, è che anche l’ultimo avrà una medaglia da mordere e da far vedere al mondo intero..!”
Mentre su Fb,
Luigi Daccò dedica un post a Stefania De Felice, la sua allenatrice:
Sei la mia vita, sei tutto quello che hai fatto per me ed Ylenia. Con te per sempre, felici insieme
http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/i-campioni-hanno-l-oro-in-bocca

I campioni hanno l'oro in bocca

 

Patrizia Angelozzi

Hanno pagato prima..

Le forze abbandonate diventate dolcezza.
Le espressioni  sembrano recitare una nenia, una preghiera, somigliano tra loro, nonostante le età diverse, la cultura, il credo, la resistenza. Arresi quel tanto che basta per continuare a sperare con il viso scolpito di  attesa e candore.
Hanno pagato prima, per sorte, affrontando terremoti tra terre sconvolte dall’ira di un epicentro,  musi duri, violenze mai immaginate prima dentro corpi acerbi di donne, hanno ascoltato sulla loro pelle il non poter respirare per una mano a tenere con forza la bocca o una mascherina a passare l’ossigeno. Hanno pagato la dittatura fin dai primi passi, compreso il non poter pensare, replicare, sognare, sperando che il destino scegliesse per loro, impietosito dalle lacrime versate.
Hanno imparato così a regalare sorrisi e forze a chi incontrandoli non trovava parole da dire..
Sono le anime trasparenti, come il lino consumato divenute delicate e preziose.
Per dolori diversi sono state disidratate, asciugate, rese anime pelle e ossa..
Non si sa mai perché un’anima debba portare così tanti pesi da trasformare umani in barboni di vite saccheggiate mentre altre ciondolano nel nulla e nel vivere lieve.
Non c’è spiegazione, ragione.
La loro certezza è aver aperto porte alla conoscenza, all’essenza, al voler spendere e ipotecare un domani senza futuro come privilegio per esistere, resistere, combattere, lottare, a volte tornando alla vita, altre permettendosi di morire, senza dover aver più spazio per ‘sentire’.
Hanno pagato e lasciato parole, echi di amore, di fiato sospeso, trattenuto e ripreso..
hanno pagato prima per ogni giorno di sole e di amore.

Per ogni InSano giorno

Arrivano così, diventate come il meteo, le notizie di violenza sessuale, di donne ferite a morte, oltre ogni immaginazione.
Ogni giorno, una donna, una ragazza, una bambina.. Muore per oltre 30 coltellate, senza che sia ritenuta valida l’aggravante della crudeltà, muore per strangolamento, bruciata viva, attraverso una pistola senza porto d’armi, di acido gettato sul corpo, di abusi sessuali che fanno desiderare la morte purché finiscano..
Muoiono le sessualmente donne abusate anche quando sopravvivono, accade in tenera età, da chiamarle ancora bambine, alle adolescenti, alle adulte. Accade alle donne.
Ogni Insano giorno, una notizia arriva e passa, per finire in quei posti bui dove la memoria accantona e fa finta di dimenticare.
La legge non è abbastanza, ha ‘tare’ che vanno modificate.
La violenza subita da una ragazzina di soli sedici anni da un gruppo di cinque minorenni, prevede una pena che va dai sei ai dodici anni..(art.609bis).
Anni che verranno presumibilmente ridotti per buona condotta, domiciliari e lavori socialmente utili.
Anni che non troveranno risposte nell’educazione all’affettività, al capire, al comprendere.
Anni che vedranno chi ha ‘subito violenza’ subirne ancora in ingiurie, supposizioni, illazioni, emarginazione e una autopsia nei brandelli dell’anima attraverso l’analisi’dei fatti’.
Il coraggio di insegnare i sentimenti, la cura, la tenerezza,a quelle stesse famiglie che hanno generato ‘il mostro’..per riqualificare la vita.
Tocca scegliere, proporre nuove cose, affrontare questa ‘guerra’,  proporre ‘sportelli’, educazione sessuale ed affettiva, ricollocare ciò che è consentito con quello che non lo è, fare gruppo, diventare strumento di nuove proposte di legge, rivedere il codice penale nelle sue concessioni ed omissioni. Fare, fare, fare..
Non si può continuare a morire ogni InSano giorno..

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