NON VOLEVO MORIRE VERGINE, Intervista a Barbara Garlaschelli

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Quindici anni. Quelli per correre da chi ci aspetta a braccia aperte per stringerci forte, farci sentire il sangue pulsare . Quindici anni per desiderare tutto quello che è dentro l’immaginario chiamato futuro.

Lei a quindici anni è già donna, una sirena. Sensuale nel corpo e nei suoi capelli fluenti.
Un tuffo e la vita cambia posizione, il suo supporto diventa una ‘sedia con le ruote’.
La seguo da diverso tempo, nel suo sguardo languido e nella pelle liscia e luminosa, c’è un mondo. E’ proprio vero che spesso siamo quello che fuoriesce, come nel suo caso.
Bella, straordinariamente bella, nelle schermaglie, nell’attenzione dell’uso delle parole.
Nella mimica a volte tendente al severo, spesso intrigante come poche donne sanno essere.
“Non volevo morire vergine” è il suo ultimo lavoro letterario edito da Piemme, con laprefazione di Daria Bignardi, attualmente nella classifica dei libri più venduti.
Prima di questa nuova proposta editoriale, Barbara Garlaschelli si è già distinta, con pubblicazioni importanti, premi illustri e riconoscimenti.
Tra le righe di annoverati scrittori al maschile e al femminile, al suo confronto, spesso i testi erano paragonabili a musiche già ascoltate.
Barbara ha la capacità di rinnovare il pensiero, di insinuare il dubbio dentro un filo intelligente  chiamato ironia.   Leggendola,  arrivano riflessioni non ancora  sfiorate e si estendono, dilatano.  Lo fa, capovolgendo la retorica statica di chi legato a convinzioni immobili, rinuncia a crescere.

Barbara Garlaschelli, racconta di passione e forza, di desiderio, di vita,  attraverso le proprie emozioni miste, a volte al senso di frustrazione per un rifiuto.
Lei  non ha rinunciato ed ha scelto di cercare l’amore, la sessualità da vivere, la tenerezza e la e gioia. Di bisticciare o litigare, di sorridere e ridere fino alle lacrime, di allontanare il‘non posso’ in una rincorsa che diventa esempio contagioso in chi si avvicina a lei.
Qualche domanda:

Barbara Garlaschelli, sai di essere una donna speciale, al di là di questo aggettivo fin troppo abusato. Tre aggettivi per definirti?

Entusiasta, tenace, impulsiva.

Ascoltare le tue interviste in Tv negli ultimi giorni, guardare le foto tue e di tuo marito insieme, appassionati e veri, sei cosciente di essere una esplosione di verità rispetto al vivere pienamente e senza riserve?

Di verità mi pare eccessivo. Preferirei dire “vitalità”, questo sì.

L’amore, vince sulle barriere mentali e fisiche. Il “Poli”, come ami chiamare tuo marito, è un uomo fuori dalle barriere. Il tuo suggerimento per educare all’amore gli uomini di domani?

Dovrebbero solo avere un po’ più di curiosità e coraggio che sono la molla, secondo me, che sostengono l’essere umano, lo fanno progredire. Essere chiusi, spaventati dal “diverso”, dall’ ”alterità” non portano a nulla di buono. 

Scrive con la naturalezza che le appartiene, con semplicità e concretezza, sottolineando, senza rendersi conto, tutta la sua femminilità che riporta al titolo dell’ultimo libro.
Da questo, un breve brano, gentilmente concesso:

...”E quindi mesi di lettere e baci e baci e baci e sempre baci. Appassionati, dolci, sensuali, lunghi, brevi, alla fran-cese, alla tibetana e baci e baci baci baci… E io che mi chiedo: «Ma questo, al sodo, quando ci arriva?». Perché per avere a che fare con me sotto un punto di vista, diciamo, biblico, è necessario essere dotati di un po’ di intraprendenza. Bisogna prendermi dalla sedia e adagiarmi sul letto e lì… vabbè, si va di fantasia, non e che si può raccontare proprio tutto tutto (anche se per un certo periodo ho accarezzato l’idea di fornire al partner del momento un libretto d’istruzioni, cosi, tanto per tranquillizzarlo. Gli uomini hanno bisogno di certezze, tipo un libretto d’istruzioni, appunto). Però dopo mesi di baci e baci e baci, la sua ritrosia nell’andare oltre è la conferma che qualcosa in me sia respingente, che il mio corpo lo sia, ormai è fuori discussione. Che sia lui ad avere problemi non mi passa neppure per l’anticamera del cervello.

D’altronde sono io quella su una sedia a rotelle, no? Sono io che non posso muovermi come voglio. Sono io la disabile. Lui non mi vuole ed è colpa mia. Nessuno mi vorrà, questa è la verità. Nessuno vorrà̀mai fare l’amore con me perché sono su una sedia a rotelle, e quindi, per quanto sia doloroso e straziante: dovrò̀ morire vergine! No, no, no, morire va bene, ma vergine no!

Cosi, una sera, complici Franca e Renzo, gioco il tutto e per tutto e lo aspetto, adagiata sul mio letto/poltrona. Indosso una minigonna nera, una camicia che lascia il decolté in mostra, autoreggenti in pizzo, completino intimo super sexy. La gamba destra è stata leggermente piegata ad arte da mia madre che esegue le mie istruzioni senza proferire verbo. E, voilà , la posizione è quella della maja – quasi – desnuda. I miei escono quando Dario arriva, anche se non li incrocia nemmeno perché quando è necessario sanno diventare fantasmi. Entra nella stanza e resta a guardarmi, incantato. «Sei bellissima…» dice. Il mio sangue ribolle, che è un luogo comune ma è anche la realtà perché davvero sento le guance bollenti, le mani bollenti, la pancia bollente… Lui si avvicina, si siede accanto a me e comincia a sfiorarmi il seno con la mano, a stringerlo. La mano scivola sul ventre, sulla coscia e poi comincia a baciarmi, baciarmi, baciarmi. Anch’io lo sfioro, con attenzione, sentendomi strana perché il mio modo di accarezzare è particolare e mi domando se ècosì che si fa…

Il libretto delle istruzioni lo vorrei io in questo momento. Però, sì, forse sto facendo giusto perché il suo respiro cambia ritmo, accelera, il che mi pare un buon segno. L’atavico istinto della femmina non mi ha abbandonata. Dopo altri minuti di baci baci baci senza che mi abbia ancora sbottonato la camicetta, ho una di quelle illuminazioni che nel corso degli anni mi hanno salvato la vita. Gli blocco la mano con ferma dolcezza, lo guardo fisso negli occhi e chiedo: «Mi aiuti a spogliarmi?»
Ed èqui che lo aspettavo. Lui spalanca i suoi bellissimi occhi verdi, annaspa, si stacca da me, si alza e dice: «Non posso… io non posso… scusa…». Il mio sorriso e i miei occhi si trasformano, lo sento che succede, lo sento proprio mentre diventano quelli di una serial killer. L’illuminazione era giusta: non sono io a essere sbagliata, è lui! Io sarò anche paralizzata nel corpo, ma questo è messo peggio di me. E la cosa meravigliosa è che non mi viene voglia di uccidermi, ma di uccidere lui. Con un’eleganza di cui poi sarò orgogliosa, rispondo: «Non c’è problema». Traggo un lungo, silenzioso respiro e gli chiedo di andarsene, per favore. Lui raccatta le sue cose e se ne va. E mi lascia lì, come un relitto. Perché adesso che l’energia per comportarmi con dignitosa eleganza si è esaurita, è proprio così che mi sento: un relitto. Una cosa abbandonata su un letto in completino intimo e calze autoreggenti. Così, ora che sono sola posso farlo. Posso lasciarmi andare e piangere, piangere, piangere. Perchésì, sono riuscita a dire a me stessa che èlui quello sbagliato e non io, ma in questo momento non èche la cosa mi faccia sentire meglio.”

Il libro ha una narrazione fluida ed intensa, letteratura per l’anima e per il corpo. Innovatore per tematica e terminologie, in una forma diretta e appassionata, ci pone nella condizione di vedere oltre.
Un ringraziamento per questo ultimo lavoro, che lascia grandi opportunità per essere, fuori dai  pregiudizi che ogni tanto, ancora incontriamo.

Chi è Barbara Garlaschelli

Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini, del 1995 è il suo esordio a stampa, con O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos.
Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir, alla letteratura per ragazzi (quest’ultima edita da EL, di cui ha diretto la collana “I corti”; con Walt Disney in collaborazione con Nicoletta Vallorani) al teatro. Costretta fin dall’età di 16 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto con stile asciutto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi, in Sirena, Moby Dick, Faenza 2001. Il libro è considerato un long seller e ha avuto varie ristampe: nel 2004 con Salani, nel 2007 con TEA e nel 2014 con Laurana Editore.
Nel dicembre 2004 ha vinto il Premio Scerbanenco con Sorelle, ex aequo con Trilogia della città di M. di Piero Colaprico.
I suoi romanzi e racconti sono tradotti in francese (editi da Gallimard), in castigliano per il mercato spagnolo (Roca Editorial) e messicano, in portoghese, in olandese e in serbo.
Il suo libro, Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010), è un romanzo psicologico che tocca il tema scottante degli abusi sui minori e ne descrive le devastanti conseguenze; con questo romanzo Barbara Garlaschelli nel 2010 è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il premio Libero Bigiaretti, il Premio Università di Camerino (2010); Premio Alessandro Tassoni (2011), e nel 2012 ha vinto la 25ª edizione del Premio Letterario Chianti[1].

Non volevo morire vergine è pubblicato da Piemme ed è in libreria dal 28 marzo
Attualmente tra i Best seller
https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/ HYPERLINK “https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/9788856658163″9788856658163

In attesa di protezione..

Incontri che lasciano il segno, ricordano il senso.
Bella, “A”, in attesa di consenso a restare nel nostro Paese.
La vado a prendere..
Questa mattina, una colazione per due. Io e lei. Rifugiata. Protezione internazionale. Musulmana. Ha solo venti anni, un numero che da noi in Italia, racconta di svaghi, di gite scolastiche, di euforia.

Lei e il suo cappuccino. Iniziamo il viaggio dei ricordi, i suoi. Piano…
Lo zucchero bianco scende ed il cornetto scricchiola.
A., posso chiamarla solo così per ovvie ragioni, aveva solo due mesi quando morì suo padre e i suoi nonni decisero che erano inutili e fastidiose due donne in più. Per lei e sua madre fu necessario spostarsi in un altro paese,madre che inventandosi l’arte del commercio ambulante, la tirò su con tanto affetto da renderla grande ancora prima di esserlo.
Studiare, devi studiare..le diceva. Le lingue sono importanti, senza “non potrai mai andare via..”. Via da un posto che la finì distesa in una pozza di sangue dopo un attacco dei guerriglieri. Senza un motivo, senza un perché.
A., aveva già terminato gli studi delle scuole superiori, senza poter accedere ad una università, il sogno di sua madre per lei.
Venne rapita una volta, poi ancora e ancora. Scappò una volta, un’altra e poi ancora. Un marito imposto a costo della fame e della sete, per non morire, dal quale scappare di notte approfittando della sua assenza. Notti di corse infinite, di giacigli dentro case diroccate, di silenzi e rumori improvvisi. Di paura.
Una famiglia che la presenta ad un’altra. Il deserto da attraversare in tanti giorni, la forza delle mani addosso di uomini violenti a lasciare segni.
A., ha cicatrici, evidenti, profonde, fanno male solo a guardarle. Me le mostra tirando su la stoffa della sua camicia quando le chiedo:”com’è stato l’uomo che hai sposato?”.
Mentre scappava via da un ennesimo tentativo di violenza attraversò la strada e un auto la investì.
Due mesi e più trascorsi in un ufficio della polizia locale finché uno di loro la portò in un posto, ad attendere ore ed ore finché vide i “barconi”.
Infiltrandosi tra loro si imbarca, senza cibo per oltre tre giorni, insieme ad occhi stracolmi di pianto, tutti.
Persone addormentate per sempre, bambini piccoli senza più voce per piangere.
Furono soccorsi e salvati in Sicilia, il primo centro di accoglienza. Un letto, un posto e le voci lontane che restano dentro.

“Cosa pensi del terrorismo?” le chiedo. Lei mi guarda con gli occhi neri e profondi e dice:”Islam vuol dire pace, i terroristi non sono musulmani, nè cristiani, nè altro..”
“E qui in Italia, come stai?”
– “Penso che in un Paese dove non c’è guerra puoi essere povero, anche tanto povero, ma se non c’è guerra, sei ricco”

Finiamo la nostra colazione,sorridiamo..
Mentre andiamo via in macchina, guarda dal finestrino il cielo dicendo “tutto quello che ho vissuto deve avere un perché e se sono viva allora c’è una possibilità anche per me..”
Unendo le mani al petto chiude gli occhi. La sua è una preghiera.
Noi il suo rifugio.
Foto: Occhiomagico, Costanzo D’Angelo, Vasto

bola

NON MI FACCIO…CAPACI..

Mi si consenta il quasi gioco di parole, in una polemica arrivata come un uragano, paragonabile ad un attentato terroristico della legalità:
“La possibilità di ‘cure adeguate al proprio domicilio per Totò Riina, malato terminale.
Nella definizione PER NON DIMENTICARE facciamo riferimento alle vittime, in questo caso, è necessario NON DIMENTICARE chi è Totò Riina. E non c’è ‘pietas‘ che tenga…basterebbe anche solo il piccolo ‘Matteo’, il bambino sciolto nell’acido. Ma per chi ha la memoria corta o crede nel diritto per chi NON HA PIU’ DIRITTI, la voce strozzata di notizie come queste, possono far scrollare le ultime speranze di un Italia che voglia e possa restare garante della legalità.
Senza dimenticare TUTTI i detenuti, ai quali non è stato e non sarà riservato l’esercitare la stessa richiesta. (e anche qui l’elenco è lungo)

Chi è Totò Riina

Nel 1992 venne condannato in contumacia all’ergastolo insieme con il boss Francesco Madoniaper l’omicidio del capitano Emanuele Basile. Nell’ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all’ergastolo, come mandante dell’omicidio del boss Vincenzo Puccio. Nel 1994, altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta. Nel 1995, nel processo per l’omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all’ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Nel 1996 Riina venne nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme con i boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri. Sempre nel 1995, nel processo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all’ergastolo insieme con i boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi. Lo stesso anno, nel processo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano. Nel 1998 Riina venne condannato all’ergastolo insieme con il boss Mariano Agate per l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel 1999, viene condannato all’ergastolo come mandante per la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme con lui vengono condannati alla stessa pena i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia.

Nel 2000 subisce un’ulteriore condanna all’ergastolo insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano per l’attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese, oltre che per gli attentati di Milano e Roma. Nel 2002, per l’omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all’ergastolo come mandante; lo stesso anno la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò Riina all’ergastolo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo; sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all’ergastolo insieme con il boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni.

Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Bernardo Provenzano per la strage di viale Lazio. Nel febbraio 2010, ancora un ergastolo per Riina, che insieme con i boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise nel 1983 l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989 e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992. Il 10 giugno 2011 viene assolto, per “incompletezza della prova” (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d’Assise di Palermo per l’omicidio il 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro. Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all’ergastolo da parte della Corte di Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992 avvenuto in via Palmanova a Milano. Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d’Assise di Firenze dall’accusa di essere stato il mandante della Strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l’ergastolo per Riina che era l’unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.

Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994 durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto dal capo-redattore della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L’intervento di Riina causò l’apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Nella primavera del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Il 22 maggio 2004, nell’udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d’Amelio, e riferisce dei contatti fra l’allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo al tempo non convocato in dibattimento. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006 all’ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci. Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l’accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato. Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell’anno primaRiina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti. (da allora sotto scorta per ben due ‘condanne a morte’ da parte di Totò Riina…

Le parole di  Don Luigi Ciotti
(sotto scorta da anni per essere stato ‘condannato a morte’ da Totò Riina…)

“Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione. Non fa eccezione Toto Riina, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Sull’ipotesi , avanzata dalla Cassazione , di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco. Perché certo c’è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno,  che in questo caso non c’è stata, di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione.

Ma c’è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari. Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d’animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta. C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni”. Luigi Ciotti

Una richiesta va allo Stato: la precisa applicazione di LEGGI a GARANTIRE tutele e per quanto sta accadendo in questi giorni, lasciare inciso nella nostra storia,  la parola GIUSTIZIA da abbinare ad  una COSA VERA che non ci faccia pensare mai più a ‘COSA NOSTRA’

FORTUNATA…davvero?

Jasmine Trinca, è la meravigliosa creatura nella metamorfosi della vita, mi ha ricordato le Donne che lottano, vivono ai margini, nel limite sovrumano del percorrere strade così difficili con la leggerezza dei disperati.
Uno spaccato che riconduce al quotidiano, quello che ci fa trasalire nei titoli dei Tg e ci lascia sgomenti. Parla della forza delle donne, questo film. Dell’impeto del superarsi anche quando “i muri sono invalicabili“.
Gli incontri con l’amore, quello sognato da bambine che diventa un incubo da trasformare in normalità, dentro i soprusi, la violenza delle parole non dette e quelle urlate in faccia ad un millimetro di pelle.
La maternità e la forza di salvare un figlio a costo di non salvare se stessa…Fortunata, incontra tanti personaggi.
Uno tra questi nella figura di Stefano Accorsi, in un ruolo crudo e distinto, appassionato e febbrile, che nonostante tutto,si nutrirà anche lui, di lei.
Mentre, come spesso accade e per fortuna, l’amore materno, non solo resta vivo in una madre con le spalle al muro, ma diventa il binario dove mantenere l’irragionevole bellezza che l’amore conserva, anche ai confini della realtà, quella che spesso non sappiamo immaginare.

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“Vivere anche se sei morto dentro,vivere…”
E’ la seconda volta che Sergio Castellitto, regista, sceglie il testo di questa canzone di Vasco Rossi per un suo film. La prima volta era abilmente inserito tra le immagini di “Non ti muovere”, stavolta anche in “Fortunata”.
Sempre tratto dalla sapiente sceneggiatura di Margaret Mazzantini, nota e apprezzata scrittrice e nella vita, sua moglie.
Insieme a Jasmine Trinca e Stefano Accorsi una sempre strepitosa Hanna Schygulla.

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Mediorientati, Gian Stefano Spoto.  Corrispondente Rai, la verità sull’Isis

“Mostrare in video la vita della gente che si incontra è un buon servizio. Scriverla cogliendo i sentimenti è un atto di amore e di umanità”. Queste le parole di Franco Di Mare nella sua Prefazione per Mediorientati di Gian Stefano Spoto. 

Incisiva e chiara, apre alle pagine di un libro, che è testimonianza diretta di verità, senza giudizi di parte.

La scrittura sensibile, contraddistingue Gian Stefano Spoto, in questo viaggio narrativo di vicende, incontri, parole e sguardi. Perfino i gesti diventano immagini evocative, preziosi per comprendere fino in fondo, un mondo spesso troppo lontano eppure così vicino.
Gian Stefano Spoto come inviato Rai in medio oriente, incontra in quello che diventa per alcuni anni, il ‘suo quotidiano‘ la ferocia dell’Isis che usa e si appropria di persone, quelle che non hanno futuro, servendosi di loro e poi finendole.
Vite descritte in totale obiettività, dove il  racconto e le parole sono la storia. Senza tralasciare nulla, i perché, i come e i quando, delicatamente contestualizzati per permetterci di partecipare e di comprendere.
Si appassiona lo sguardo di chi assimila, questo scrivere che rapisce per emozioni e verità nella sua scorrevolezza di un inumano vivere che rappresenta la loro ‘normalità’.
Incontrerà nei suoi percorsi, chi si arruola per dovere, senza mai possedere odio verso l’altro o donne vestite di armi,metafore di abiti  e ancora, di altre che attendono immobili risposte sulla vita dei loro figli.

In questo narrare che non si quieta e ci orienta verso una comprensione più alta, perfino la descrizione pura degli scontri, anche quando fortemente violenti, giunge a noi.
Insieme alle ragioni di chi ha perso la ragione e di chi allo stesso tempo, spera senza arrendersi.
Gian Stefano Spoto attraversa le loro paure, le vite, i desideri appoggiati ad esili possibilità di sopravvivenza, con dentro inciso il nome dei loro cari.

Non si schiera. Guarda, osserva, traduce. Trattiene con responsabilità e purezza il senso dell’umanità e la restituisce  portandoci ad assorbire.
E’ un divenire che scorre, la lettura, come dentro una telecamera che registra con occhio attento e discreto, senza violare il ‘dolore già violato’, senza indugiare  sulle cicatrici,  inserendo tasselli preziosi che diventano transfert immediato.

Un viaggio, il suo, senza ‘anestesie dell’anima’, dove è possibile sorprendersi per i doni ricevuti,  fatti di esperienze e vissuto, che contengono la ferocia di un destino di chi nasce in un luogo piuttosto che in un altro, mentre al tempo stesso, nel suo stile, puro, l’ attenzione, la cura e la discrezione sono presenti dentro tutte le verità del suo percorso.

Gian Stefano Spoto è privo di qualsiasi forma di retorica, ci porta nel suo libro, in compagnia della sostanza di giorni che sebbene senza sole restano illuminati dalla speranza e dall’attesa della stessa, come nutrimento per resistere; quella che in occidente perdiamo forse facilmente e questo rende Mediorientati, ancora più prezioso, negli  incroci, labirinti e vite a volte parallele eppure così vicine alle nostre.

Io ho scelto di raccontare le storie della gente,storie della storia del Medio Oriente. Mediorientati non si schiera. Parla di un mondo che il viaggiatore, e persino chi vi risiede a lungo, intravede, ma non sempre ha gli strumenti o la voglia di separare dal groviglio di veleni in cui è imprigionato.”

Il fucile è parte di lei, lo porta sulla stessa spalla della borsa alla moda. Lui le dà un bacio leggero, lei sorride sognante. Durante la guerra nessuno può essere solo militare o solo ragazzo, ma i due ruoli si alternano in continuazione.”

Gian Stefano Spoto, bolognese, nasce nel 1952. è stato capo della cronaca del Tg2, dirigente di Raiuno, vicedirettore di Raidue, vicedirettore di Rai Internazionale. Dal 2014 corrispondente Rai dal Medio Oriente. Autore, ideatore e conduttore di diversi programmi, fra cui “Linea Verde Orizzonti” e “Futura City, ha pubblicato tre libri: Un futuro che viene da lontano (FrancoAngeli, 2003, scritto con il sociologo Giorgio Pacifici), MOST (Curcio, 2007) e Salgari. Centocinquanta Indie (Curcio, 2012), testi e fotografie dell’autore. Giornalista per le testate: «la Repubblica», «il Secolo XIX», «Il Resto del Carlino», «Il Giornale nuovo», «Cosmopolitan» (in totale, più di 5000 articoli). Oltre 7000 sono i servizi e gli speciali realizzati per la Rai.

 

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Mamme,in punta di piedi

Un particolare da solo spiegava un’esistenza intera. Si era poggiata sullo scalino lasciando la parte finale del piede fuori. Come a voler accedere ‘in punta di piedi’. Lo aveva sempre fatto, entrare nei discorsi in modo delicato, aspettare,saper attendere il momento sentito più giusto per intervenire. L’infanzia, con tanti fratelli e la responsabilità di essere per loro un riferimento, lo studio scolastico rincorso ad ogni costo, sebbene le difficoltà economiche e la famiglia la inducevano a lasciar perdere, in fondo era solo una donna.
Piena di sogni onesti e lungimiranti, di speranze e desideri di maternità e famiglia.
Non era consentito divertirsi, frequentare compagnie in quegli anni, le poche libere uscite venivano concesse solo in compagnia di un fratello maggiore. Era così per le ragazze di allora, dovevano rispettare regole ferree.
Conobbe mio padre, si innamorarono e dopo un tempo scandito dalle buone prassi, si sposarono.
Non poteva immaginare di certo che di li a poco, il fastidio appena accennato dei suoi occhi, sarebbe diventata cecità completa..
Visite mediche e indagini cliniche, era il 1955 e lei aveva solo venti anni.
Allora gli interventi di neurochirurgia erano davvero devastanti, pur non sapendone un granché, si ritrovò a Bologna, in ospedale in un tour di accertamenti invasivi. Comunicò l’intervento ai suoi familiari mentendo sulla data, posticipandola di alcuni giorni, sufficienti per non renderla riconoscibile quando arrivarono suo marito, mio padre e sua madre, mia nonna. Sembrava una mummia, dissero..
Lentamente il ritorno alla normalità, mentre per strada chi la incontrava aveva preso a chiamarla ‘la sposina cieca’.
L’intervento, riuscito, aveva dato però una sentenza, diagnosi di sterilità. Se nel tempo avesse percepito nausee e malori, avrebbe dovuto urgentemente rivolgersi al reparto di neurochirurgia dove era stata per le cure.
Solo due anni dopo, riapparvero i malesseri e ripresero le indagini, che puntando alle diagnosi crearono danni al bambino che non sapeva di aspettare e che nonostante tutto, venne al mondo. Nasceva così Paolo, mio fratello. Solo pochi giorni di vita, era stato danneggiato in modo irreversibile a causa di accertamenti invasivi per una donna ritenuta sterile..
Il dolore non riuscì ad abbatterla, Un anno più tardi, aspettava me. In una mattina di freddo e neve, arrivai sulle braccia di una ostetrica, con sulla testa folti capelli incredibilmente rossi, così rossi….che mia madre, girandosi di lato e osservando la paziente ricoverata di fianco a lei, sussultò dicendo: “la signora ha i capelli rossi..io no.Ho perso un figlio,adesso non avete mica sbagliato?”
Solo mio padre esultò tranquillizzandola. Sua madre aveva i capelli rossi come me, solo che era morta quando papà aveva solo sei anni e quasi nessuno la ricordava.
Dopo tredici mesi nacque mia sorella, con un problema di celiachia, patologia ancora troppo sconosciuta, che portò mia madre, in preda alla disperazione, a salire su un treno per Firenze, con il suo fardello.
Una bambina che pesava quasi come alla nascita. Arrivarono al Meyer di Firenze, dove smentirono la diagnosi di leucemia e passarono alle cure che permisero a lei di crescere e a noi tutti di non perdere Lia.
Furono lunghi anni, trascorsi in casa dei miei nonni materni , quando i controlli per la seconda figlia, erano frequenti e duravano anche un mese intero. Erano giornate piene di farina ‘a fontana’sul tavolo, profumate di limone e vanillina. Di legna nel camino,aneddoti raccontati durante la cena e d’estate arrampicate sugli alberi a raccogliere fichi e albicocche.
Mamma prese la patente e guidò così tanto da portarci ovunque. Al mare, nelle pinete a giocare, dai cugini..
Ancora desso è intenta a preparare il cibo preferito ai nipoti, a noi figli. La cura e la dedizione, arrivano sempre prima di lei. La domanda più frequente è sempre la stessa:”hai mangiato abbastanza? stai bene?” In questo nutrire il corpo e l’anima..
E questa filosofia, veniva applicata anche a chi capitava in casa, amici di scuola, feste varie e occasioni speciali.
La sua prerogativa, è sempre stata l’ascoltare per poi esprimersi. Avrebbe desiderato studiare medicina, sarebbe stata bravissima. Quello che ancora non sa, è quanto è stata davvero brava nel compito più difficile. Riuscire a far crescere il senso della parola ‘coscienza’, il mettersi nei panni dell’altro, il non escludere mai nessuno.
Non sono mancati momenti di grande dolore, come capita in tante famiglie, ma ciò che non è mai mancata è stata la sua presenza, lieve e forte, delicata e decisa, anche quando per prima, aveva paura di ciò che stava accadendo..
L’amore per chi abbiamo vicino, è proprio un passo dietro l’altro. Piccoli passi per arrivare al cuore. Proprio come i suoi che salendo alcuni scalini, continua a farli quasi in punta di piedi..
(da Madri )
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Imperfetto futuro

Anna aveva finalmente trovato un posto speciale.
Una soffitta, con gli ultimi raggi di sole filtrati dal lucernaio che illuminavano anche quelli ciondolanti dei ragni, abitanti abusivi completamente a loro agio, ormai.
Qui, transitavano ricordi. Era pieno, zeppo di dettagli che tornavano indietro avanzando
come gatti furtivi, erano i giorni di ieri. Poggiati sparsi nella stanza, erano pronti per essere gustati ed Anna, adesso aveva voglia solo di assaporarli.
Aveva raccolto foto dai contorni sfuocati, album ingialliti e la prima licenza elementare di suo padre..Che belle tutte quelle ‘cose’ che non erano più oggetti, ma storie e quanto le piaceva toccarle, lasciando impronte nella polvere . Prese un quaderno trovato sopra tanti altri, la scrittura acerba e familiare raccontava inquietudini adolescenziali..
“Amo l’imperfetto della pelle della mia amica Lucia, con i suoi brufoli, mentre a scuola si specchia alle finestre ogni volta che può, i solchi scavati dal tempo sulla faccia di nonno Pierino, felice ogni volta che noi nipoti arriviamo e facciamo tanto chiasso e rumore, le rughe di espressione di nonna e la tenerezza disarmante dei gatti raggomitolati nei cesti vicino il camino, l’intensità dei sentimenti che sembrano il vapore sopra i fornelli ,mentre aspettiamo tutti insieme di far festa, solo perché ci piace quando stiamo insieme..”
Quel riuscire a dire, fare , perfino baciare in modo imperfetto. Erano così i ricordi di Anna e sembravano arrivare in fila indiana.
Accadeva con labbra sigillate del primo bacio, le guance rosse alle interrogazioni in piedi di fianco alla cattedra, la fronte corrugata di chi avevo di fronte mentre farfugliavo qualcosa che non capivo bene neanche io, il mio collo proteso a guardare dentro la culla, i baci sull’addome dal sapore di borotalco, e tra le ciglia di occhi socchiusi.
Ancora foto, tra le mani di Anna, con i capelli scompigliati e girandole, parole scritte dietro, uguali a tante, eppure diverse.
Ancora anni e percorsi, dove adesso le sembrava di essere di nuovo sopra divani con la musica intorno, le finestre aperte e le coperte dai colori vivaci soffici e profumate piegate e poggiate di fianco.
Aprendo l’anta di un piccolo armadio, i vestiti di allora tornarono veri e vivi, maglioni, giacche, cappelli e sciarpe accoglienti, insieme ai pensieri riapparsi:
“Vesto panni imperfetti, a volte troppo piccoli, altri troppo grandi, indossati sopra pelle scottata o a volte stupita, li tengo e respiro profumi lasciati dentro le fibre.”
Anna, vieni giù? E’ pronta la cena. Sua madre stava preparando con la cura di sempre piselli e carciofi, a lei piacevano tanto. Scendendo le scale i pensieri salivano:”siamo esseri imperfetti di un tempo troppo preciso, scandito, dettato da canoni convulsi di finta pace.
Siamo dentro la storia e fuori dalla stessa quando non affondiamo le mani nella terra per riconoscerle che è lei a sostenere il nostro cammino. Siamo ironici, bizzarri e strani dentro misure che non vestono più le nostre taglie.
Siamo cresciuti, abbiamo aperto varchi e barriere per vedere “oltre” continuando a chiederci se eravamo nel giusto. Per vivere di convinzioni e crescere, dentro un odore.”
Siamo campi da coltivare, perché esiste uno spazio perfetto dentro ogni imperfetto futuro.
“Sto arrivando, eccomi..”

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Un ragazzo da serie A

Arrivato come tanti, a soli 17 anni su un barcone, Mamadou Coulibaly dal Senegal, in cerca di un modo di sopravvivere. Il coraggio di affrontare la possibilità concreta di morire dentro un mare in tempesta. La disperazione dei genitori… Poi i vari centri di accoglienza, lui, un minore non accompagnato. Prima in Francia, successivamente in Italia: Livorno, Roma, Roseto e Pescara. Ad accoglierlo stabilmente è l’Abruzzo nella  casa famiglia di Montepagano, a Roseto degli Abruzzi, che accolse anche un certo Babacar. E tutto sembra ripetersi.

Inizia a giocare a calcio, sebbene con tantissimi ostacoli, perché poteva farlo solo in una squadra amatoriale mentre guardava le partite “vere”dagli spalti, non poteva essere tesserato, perché non aveva genitori che potessero, come da regolamento, firmare il cartellino che gli permettesse di partecipare al campionato giovanile. Una fitta e solidale campagna di articoli giornalistici, convinse i vertici regionali e nazionali della federazione calcio  a dare il placet per farlo giocare.

Una storia di riscatto sociale, la sua, che oggi lo vede inserito in serie A come centrocampista. Proprio lui che aveva dormito all’aperto e viaggiato attraversando un mare senza orizzonti, così  la ‘sorte’ ha scelto per lui.

Attualmente gioca con il Pescara calcio, lungimirante nella scelta, perché nonostante le richieste dalla Fiorentina lo ha tenuto tra i ‘suoi’.
Tra i commenti tecnici la somiglianza con Pogba, mentre il suo idolo resta Yaya Toure del Manchester City…

Con i primi soldi guadagnati, ha scelto di ‘aiutare i suoi e comprare una casa’.
Ai ragazzi italiani, una domanda che nasce dalla riflessione di un noto giornalista Rai:
quando, a breve, questo ragazzo sarà ricco e famoso, ci sarà ancora qualcuno che lo vedrà come un nemico?”. O diventerà inevitabilmente il simbolo di una vita di successo?

Ecco dovrebbe essere data a tutti non solo una prima ma anche una seconda possibilità.
L’augurio a lui, di un percorso di successi e quella serenità rincorsa a rischio della propria vita.

http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/un-ragazzo-da-serie-a

IO NON DIMENTICO, L’AQUILA 3:32

C’è ancora silenzio. Troppo silenzio.
Sono otto anni che circola in ogni luogo a L’Aquila.
Una terra di superstiti e vittime. Di luoghi sacri e vita quotidiana, una volta perfino frenetica.
Anche quando c’è il sole, non è mai abbastanza per scaldare anime e luoghi.

Un posto rimasto ‘senza voce’, dove c’è chi ancora prega davanti alle macerie di quella che era, una volta, una chiesa.

Io non dimentico, L’Aquila 3:32

L’Aquila e le sue ferite, per 309 famiglie che hanno perso abbracci e volti, profumi rimasti sui vestiti e pigiami in quella tragica e spietata notte. Mentre in questi otto lunghissimi anni conservano  la disperata necessità di sopravvivere per vivere.

Dall’idea che L’Aquila dovesse diventare uno dei centri più moderni d’Europa alla realtà, cruda, spoglia e triste di quello che è, oggi.
Lo spopolamento,l’abbandono, le speranze riposte, senza risposte..

Quattro anni fa, insieme al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Geologi con il presidente Gianvito Graziano e il consigliere nazionale Michele Orifici, è nato il Premio Avus per la migliore tesi sulla prevenzione sismica.
Fin da subito, fu contattato il giornalista, Umberto Braccili inviato Rai, che scrisse il libro“Macerie dentro e fuori”, rinunciando ad ogni tipo di compenso e rimborso. Proventi che hanno sostenuto i costi dei  processi.

“In fase di processo civile, abbiamo dovuto pagare il compenso per una perizia psicologica dove si dimostrava che eravamo rimasti scossi dalla morte dei nostri figli” dice Angelo Lannutti , presidente dell’Associazione Avus 2009 che quel 6 Aprile, perse la figlia Ivana.

L’università de L’Aquila e il Gran Sasso Science Instituite hanno affiancato l’Associazione dei genitori nel premio. Qualche giorno fa, presso l’aula magna GSSI a L’Aquila, sono stati  premiati Marco Zanini, laureato in Ingegneria Civile presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “Valutazione della sicurezza sismica con metodi di primo livello: gli edifici in linea”, e Vincenzo D’Oriano, laureato in Geologia e Territorio presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi dal titolo “Sfide alla geologia: le opere di Miozzi e Calatrava a Venezia”.

Alla manifestazione ha partecipato, tra i tantissimi presenti, Vasco Errani, commissario straordinario alla ricostruzione.
Ha rivolto parole ai giovani studenti  di Amatrice, L’Aquila, Teramo e Camerino facendo riferimento al tema della rinascita dopo i devastanti terremoti nel centro Italia di questo ultimo periodo.

Rinascita, questa parola ha un bel suono. Sa di arte, di nuova vita, di emozioni da vivere ancora. Tra passato e futuro, esiste il presente  che per 309 famiglie è ancora dentro un ‘fermo immagine’, un fotogramma di sentimenti che durerà tutta la vita, mentre continuiamo a sperare in una città spogliata dai fantasmi e di nuovo viva per accogliere chi pur non dimenticando è rimasto e quanti arriveranno.

E nel frattempo “Io non dimentico” resta scolpito in questa data.

http://www.iogiocopulito.it/author/patrizia-angelozzi/

Don Luigi Ciotti #sbirroancheio

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           @Costanzo D’Angelo,Occhiomagico

Era già accaduto poco tempo fa, in occasione della manifestazione nazionale contro la mafia. Poi di nuovo,scritte sui muri a Palermo, rivolte a don Luigi Ciotti,presidente dell’Associazione Libera.
Sul muro di una villetta pubblica, la scritta:”Sbirri siete voi, don Ciotti secondino”.

Un messaggio che si trova all’ingresso di un’area intitolata a Rosario Di Salvo, collaboratore di Pio La Torre, ucciso nell’agguato mafioso del 30 aprile dell’82. E ancora “Dalla Chiesa assassino..”con chiaro riferimento al prefetto ucciso da Cosa Nostra.

Le scritte sono state prontamente cancellate dagli stessi cittadini, ma non è l’unica volta.
“Più lavoro meno sbirri, don Ciotti sbirro” queste a poca distanza dalla sede di monsignor Francesco Oliva, dove don Ciotti era ospite.

In una nota il centro studi di Pio La Torre esprime solidarietà “Le mafie nel momento in cui hanno raggiunto il punto più basso della loro storia sanguinaria, si sono ridotte a scritte notturne che non fanno spaventare più nessuno. La coscienza antimafiosa della gente è più forte e diffusa che mai”.

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                                 @Costanzo D’Angelo,Occhiomagico

Allo stesso tempo arrivano le parole dell’on.Rosy Bindi, presidente della Commisssione parlamentare antimafia: “Se reagiscono così, vuol dire che anche se la guerra non è vinta, la battaglia che stiamo conducendo va nella direzione giusta, e forse spaventa e preoccupa qualcuno”.

Alla luce dei fatti, tutto questo non potrà che rafforzare l’impegno di don Luigi Ciotti che nonostante gli anni che lo hanno visto e lo vedono, vivere una vita sotto scorta, continua a ripetere nei suoi incontri pubblici che “potranno anche uccidere lui,ma Libera resta, con le idee, i progetti e le attività”.

Per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo e di ascoltare le attraverso le sue parole, la sua storia; partendo dall’infanzia fino al suo impegno fatto di dedizione, forza e cura per i ‘fragili’, don Luigi Ciotti non solo rappresenta la legalità ma lo stimolo a continuare e coltivare il sogno di una vita ‘libera’ da ogni forma di contiminazione , dalle piccole azioni quotidiane alle grandi scelte.
E riguarda tutti noi.

http://www.peridirittiumani.com/2017/04/03/scritture-al-sociale-don-luigi-ciotti-sbirroancheio/