Ti punisco in nome del padre

Marisa e Demetrio avevano perso il padre e come capita troppo spesso, da fratello era diventato, “l’uomo di casa”, colui che avrebbe potuto scegliere, decidere e vigilare su di lei. Sua sorella.
Non sopportava che lei usasse il trucco, indossasse una minigonna o fumasse una sigaretta..In un immaginario che ci riporta  indietro in una epoca patriarcale che non concedeva libertà di pensiero e di azioni, lui  non riuscendo a ‘controllare le scelte di una sorella troppo autonoma’ le spara, gambizzandola, nel bar dove stava lavorando da sei mesi.
Marisa desiderava andare a ballare, vedere amici, lavorare come avviene per tutte le giovani donne che per questo non si sentono ‘in colpa’ o ‘in difetto’, Marisa Putortì a solo 21 anni stava scegliendo, e la lente di ingrandimento di Demetrio conteneva troppi giudizi.
Le ha sparato con un fucile, pallini calibro 12 che le hanno bucato le gambe spezzandole il femore destro.
L’ambulanza, la paura di morire ascoltando le parole dei medici “speriamo non abbia colpito l’arteria femorale, altrimenti non ci arriva in ospedale..”
Demetrio si è costituito, ora è in stato di fermo e i carabinieri indagano per capire dove abbia preso il fucile e dove l’abbia nascosto.
Questi i fatti, in una Italia tutta nostrana dove viene ancora fuori il “possesso, la territorialità del padrone, in questo caso non padre ma fratello”.
Quante volte nei casi di perdita paterna abbiamo ascoltato frasi come “adesso sei tu l’uomo di casa..”, riferite perfino a bambini o adolescenti senza considerare il carico di investimento su chi ancora in crescita per insano tutelare sono diventati carnefici, aggressori poiché privati già in prima persona della libertà di maturare. Una storia, l’ennesima, che sottolinea il predominio sulla figura femminile, senza parlare di ideologie lontane e mentalità che superficialmente pensiamo distanti anni luce. Invece è qui, tutto questo e purtroppo, il sommerso è tenuto in religioso silenzio.
Quello che si può continuare a fare è comunicare dimostrando che esiste la possibilità di scegliere, legittimamente per la propria vita.
Marisa ha 21 anni, un bambino ed un compagno di vita da 5 anni. Avere una vita, non era abbastanza, andava punita per averne scelta ‘una normale’.

Patrizia Angelozzi
*foto dal web

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LASCIAMOLE IN VITA

A pochi giorni dalla morte di Vania, la sessantesima vittima, mi tornano in mente tutte le altre.
Ad oggi, sono 60 le donne uccise in Italia dal partner o da un ex.
Tra le ultime, una ragazza di Pordenone ‘finita’ con quattro colpi di pistola dal suo ex fidanzato, una maestra di 46 anni dal suo ex convivente. Uno dei casi che ha suscitato più clamore è quello di Sara Di Pietrantonio, la studentessa di 22 anni strangolata e poi bruciata dal suo ex fidanzato. L’ultima, Debora Fuso, venticinquenne uccisa a coltellate nel milanese..
I dati di Telefono Rosa, parlano di almeno 8.856 donne vittime di violenza e 1.261 di stalking.
Una percentuale impressionante è quella di chi “non denuncia”.
Vittime, da un’istante all’altro non c’è più una donna, una ragazza, una madre, e nessun bambino vorrà comprendere il come..
Non ci saranno più abbracci, gesti d’amore. Piatti caldi sulla tavola con il cibo preferito ed un film da condividere. Mai più mano nella mano per insegnare ad attraversare la strada, mai più un fiore rubato da portarle a casa, mai più il profumo dei capelli. Un mai più a sostituire il per sempre regalato a chi amavano.
C’è chi resta in vita, chi no. Senza più pace e con le ferite aperte.
Un modo di amare patologico che deve essere sconfitto da una educazione sentimentale che possa viaggiare dentro famiglie, scuole, comunità, in una società dove tutti siano consapevoli di combattere un fenomeno diventato delirio.
Uomini che uccidono nel loro ultimo spasmo di follia a tratti tenuta a bada come fanno le belve in gabbia; dov’erano quelli che lo hanno visto, perché lo hanno visto impazzire, fare gesti inconsulti, mortificare, esaltare il dolore. Dov’erano tutti ?
Ora Sara , Debora, Claudia, Francesca e tutte le altre saranno dimenticate, dentro fascicoli di burocrazia asettica. Numeri assemblati con risposte vaghe: “non abbiamo prove”, “non c’è il corpo”, “non avevamo capito”, “non aveva mai detto nulla” e “sembrava proprio un bravo ragazzo, un brav’uomo..”
Mentre aspettiamo proposte di Legge e adeguamenti delle stesse; mentre spegniamo la Tv e voltiamo le pagine dei giornali senza riuscire a capire da quale epidemia questo mondo è contagiato, possiamo provare a sottolineare la tenerezza, la calma, l’enfatizzare il dialogo, la necessità di comunicare in modo che l’altro, adulto o bambino, rifletta sulle azioni umane.
Troppo spesso alle donne, usate nelle campagne elettorali e di marketing non è stata chiesta ‘voce’ , la declinazione al femminile è spesso parvenza, altre vengono ricattate per fame e per sete anche quando rimaste con i loro ‘carnefici’ tra le mura domestiche.
Eppure ogni giorno corrono, in discesa, in salita, nella loro immensa fatica, sostengono. Audaci guerriere spesso pronte a morire per salvare una vita. Adesso, lasciamole in vita.

Un uomo, una donna..

Il cammino degli umani contiene storie senza confini.
Un uomo camminava in modo convulso proprio per non fermarsi a pensare. Aveva visto sorgere il sole, accolto vento e pioggia, lasciando il suo sguardo sulle onde del mare e sulle montagne innevate. Allontanando grovigli di domande alle quali non poteva dare risposte,  avrebbe voluto dire, fare,agire,risolvere,rivedere.
Aveva scelto il silenzio per barricarsi dentro uno steccato dove poter ritrovare se stesso bambino,ragazzo, uomo.
Colui che aveva fatto scelte nel pieno rispetto di quanti avevano creduto in lui.
Una donna attraversava sulle strisce pedonali seguendo un orologio biologico che le imponeva di resistere ad una vita troppo densa. Insieme ai dati anagrafici portava con se l’emotività di lunghi percorsi. Corridoi senza corrimano dove appoggiarsi,  nè stampelle.
Ogni tanto una panchina le aveva concesso una sosta, accadeva quando il solo pensiero di incontrare dietro l’angolo  fantasmi di un passato remoto riaffiorava .

Spesso viviamo mondi paralleli quando non ci concediamo la verità.  Quando guardiamo ad occhi socchiusi quello che stiamo dolcificando perché la verità è troppo amara.
Attraverso la vetrina addobbata per il Natale lo vide passare.
Con le gambe di nuovo tremanti non si giro’.
Lui camminava veloce, attraversava calpestando se stesso ed i suoi pensieri.
Era passato tanto tempo. Anni. I capelli bianchi e lo sguardo perso.  In cerca di milioni di cose da risolvere. Per il bene di tutti.
Le buste della spesa le caddero a terra insieme alla frutta che rotolando attirò l’attenzione dei passanti.
Fu così che lui si giro’, la vide. Pochi passi per raggiungerla. Raccolse velocemente quanto caduto porgendole tutto.
“Lei mi ricorda qualcuno, lo sa?”
“Grazie” rispose, stringendo le buste a sè come si fa per proteggere i bambini.
“Grazie davvero. Ma ora devo proprio andare”.
Erano loro, dopo almeno dieci anni. Con tante rughe sul cuore.
Dietro ogni sguardo frammenti di un amore condiviso e mai confessato fino in fondo, avrebbe voluto dire, cambiare le loro vite.
Senza sapere che si muore ogni giorno se si ha paura.

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Al mare con il mio amico a 4 zampe..

Uno stabilimento ‘particolare nell’accoglienza’.
L’offerta che sorprende è la possibilità di far accedere clienti con i propri ‘amici a 4 zampe’ di piccola e media taglia, adeguatamente educati  insieme a persone che sanno prendersene cura.
Ovviamente, importante il  rispetto della quiete, un comportamento civile e l’attenzione alle esigenze primarie dei loro ‘amici’. Per cura si intende il non tenere il proprio cane esposto al sole, fare in modo che abbia acqua da bere e tutte le altre attenzioni che un bravo ‘umano’ sa riservare al proprio ‘amico’.

Lo stabilimento balneare che offre questo servizio da oltre cinque anni, ha al momento una buona percentuale di persone che fruiscono di questa possibilità in modo completamente gratuito.

Oltre a questo, c’è la Pet -Therapy che cominciarono a far conoscere come terapia e modo di comunicare con gli animali diversi anni fa.
Nonostante le prime diffidenze, l’insegnante Lucy D’Ercole, con due cani di razza Shitzu ha lavorato con i bambini ottenendo un  grande successo, soprattutto nell’inserire in questo gioco-terapia bambini con disabilità o difficoltà relazionali.

Come per tutte le cose nuove, scavalcare le perplessità non è stato facile all’inizio, il crederci ed il mettersi in gioco hanno prodotto  un grande interesse e risultati.
Anche quest’anno il “Trabocco” ha numerose richieste ed anche questo è un servizio completamente gratuito; una scelta dei proprietari per fare in modo che questa modalità di intervento arrivi ai più e riesca a diffondersi  in un luogo di divertimento e svago come la spiaggia.

Un simpatico episodio tra i tanti, racconta il proprietario :” una mamma preoccupatissima per la figlia che aveva paura dei cani. Vedere la sua bimba dopo poche ‘sedute’ di Pet-Therapy giocare e portare a passeggio il cane, non le sembrò vero..”
Questo a dimostrazione che le fobie si possono superare e chi fruisce di attenzioni riesce ad aprirsi e a comunicare con un mondo che tanto ‘animale’ non è..
http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/al-mare-col-mio-amico-a-4-zampe

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Patrizia Angelozzi

I campioni hanno l’oro in bocca

Special Olympics, insieme per vincere

Hanno cominciato le prime “vasche” nella struttura della piscina comunale di San Salvo “Tano Croce”, con la Coop. Mille Sport i tre campioni, Luigi Daccò, Ylenia Cirullo e Paola Giorgetta.
I primi due residenti a San Salvo e Paola a Montemitro, in Molise.
Nella gara a Rieti,  “Play the Games” organizzata da  Special Olympics  hanno raccolto cinque medaglie d’oro e due d’argento.
La loro allenatrice Stefania De Felice è orgogliosa e fiera di questi risultati sorprendenti e allo stesso tempo attesi dagli atleti:
Luigi Daccò,  tre medaglie d’oro,
una 100 mt dorso, 25 mt stile libero e nei 25 mt dorso, Ylenia Cirullo con due medaglie d’oro nei 100 mt dorso e nei 25 stile libero, si conferma Paola Giorgetta con due medaglie d’argento nei 25 e 50 stile libero (già oro ai mondiali di Los Angeles).

Special Olympics nasceva moltissimi anni fa, quando la famiglia Kennedy, tra tanti figli viveva l’esperienza della disabilità di uno di loro. Partì in questo modo la proposta di far ‘uscire’ i ragazzi dagli istituti per introdurli allo sport, carta vincente per una inclusione e partecipazione alla vita sociale.
Da quel momento in poi oltre che negli Stati Uniti, Special Olympics è diventata presente in tutto il mondo con risultati meravigliosi e soprattutto per tutti, dando opportunità  alle esigenze di ognuno.

Questi atleti, non nuovi a salire sul podio dei vincitori si sono già annoverati  campioni, come Paola Giorgetta,  lo scorso anno ORO ai mondiali di Los Angeles per i 25 metri dorso e altre medaglie per lo stile libero.

  • A Stefania De Felice , loro istruttrice, chiediamo “cosa si prova a vivere emozioni così forti e come si comprendono le capacità dei ragazzi?”
  • Gareggiano tutti a seconda delle proprie possibilità, superandole, questo accade in Special Olympics e questo lo fa anche la FISDIR e la FINP, senza escludere mai nessuno.
    Vivo con loro gli allenamenti, intuisco la determinazione, la volontà, la forza che impiegano, la gioia e la passione per questo sport.  Essere con loro, incitarli, gridare ed esultare, partecipare attivamente anima e corpo e alla vista “della manina a toccare il bordo sentire il confine del superamento e la conquista della meritata medaglia”
  • Atleti in tour, Biella, Venezia, Viterbo, La Spezia. Siete pronti per continuare?
  • Certo! E’ la prima risposta che diventa un coro. Ci daremo molto da fare…
  • Genitori, quanto è importante esserci, partecipare?
  • E’ molto importante coinvolgere anche altri ragazzi, essere parte di un gruppo forte ,composto da genitori e figli che vivono la gioia, la festa di esserci tutti insieme, senza alcuna esclusione.

Due genitori dicono “senza di lei non avremmo potuto girare il mondo”, ed un papà conclude
“la cosa più bella di queste attività sportive non è solo il loro successo, è che anche l’ultimo avrà una medaglia da mordere e da far vedere al mondo intero..!”
Mentre su Fb,
Luigi Daccò dedica un post a Stefania De Felice, la sua allenatrice:
Sei la mia vita, sei tutto quello che hai fatto per me ed Ylenia. Con te per sempre, felici insieme
http://www.zonalocale.it/rubriche/patrizia-angelozzi/i-campioni-hanno-l-oro-in-bocca

I campioni hanno l'oro in bocca

 

Patrizia Angelozzi

Hanno pagato prima..

Le forze abbandonate diventate dolcezza.
Le espressioni  sembrano recitare una nenia, una preghiera, somigliano tra loro, nonostante le età diverse, la cultura, il credo, la resistenza. Arresi quel tanto che basta per continuare a sperare con il viso scolpito di  attesa e candore.
Hanno pagato prima, per sorte, affrontando terremoti tra terre sconvolte dall’ira di un epicentro,  musi duri, violenze mai immaginate prima dentro corpi acerbi di donne, hanno ascoltato sulla loro pelle il non poter respirare per una mano a tenere con forza la bocca o una mascherina a passare l’ossigeno. Hanno pagato la dittatura fin dai primi passi, compreso il non poter pensare, replicare, sognare, sperando che il destino scegliesse per loro, impietosito dalle lacrime versate.
Hanno imparato così a regalare sorrisi e forze a chi incontrandoli non trovava parole da dire..
Sono le anime trasparenti, come il lino consumato divenute delicate e preziose.
Per dolori diversi sono state disidratate, asciugate, rese anime pelle e ossa..
Non si sa mai perché un’anima debba portare così tanti pesi da trasformare umani in barboni di vite saccheggiate mentre altre ciondolano nel nulla e nel vivere lieve.
Non c’è spiegazione, ragione.
La loro certezza è aver aperto porte alla conoscenza, all’essenza, al voler spendere e ipotecare un domani senza futuro come privilegio per esistere, resistere, combattere, lottare, a volte tornando alla vita, altre permettendosi di morire, senza dover aver più spazio per ‘sentire’.
Hanno pagato e lasciato parole, echi di amore, di fiato sospeso, trattenuto e ripreso..
hanno pagato prima per ogni giorno di sole e di amore.

Per ogni InSano giorno

Arrivano così, diventate come il meteo, le notizie di violenza sessuale, di donne ferite a morte, oltre ogni immaginazione.
Ogni giorno, una donna, una ragazza, una bambina.. Muore per oltre 30 coltellate, senza che sia ritenuta valida l’aggravante della crudeltà, muore per strangolamento, bruciata viva, attraverso una pistola senza porto d’armi, di acido gettato sul corpo, di abusi sessuali che fanno desiderare la morte purché finiscano..
Muoiono le sessualmente donne abusate anche quando sopravvivono, accade in tenera età, da chiamarle ancora bambine, alle adolescenti, alle adulte. Accade alle donne.
Ogni Insano giorno, una notizia arriva e passa, per finire in quei posti bui dove la memoria accantona e fa finta di dimenticare.
La legge non è abbastanza, ha ‘tare’ che vanno modificate.
La violenza subita da una ragazzina di soli sedici anni da un gruppo di cinque minorenni, prevede una pena che va dai sei ai dodici anni..(art.609bis).
Anni che verranno presumibilmente ridotti per buona condotta, domiciliari e lavori socialmente utili.
Anni che non troveranno risposte nell’educazione all’affettività, al capire, al comprendere.
Anni che vedranno chi ha ‘subito violenza’ subirne ancora in ingiurie, supposizioni, illazioni, emarginazione e una autopsia nei brandelli dell’anima attraverso l’analisi’dei fatti’.
Il coraggio di insegnare i sentimenti, la cura, la tenerezza,a quelle stesse famiglie che hanno generato ‘il mostro’..per riqualificare la vita.
Tocca scegliere, proporre nuove cose, affrontare questa ‘guerra’,  proporre ‘sportelli’, educazione sessuale ed affettiva, ricollocare ciò che è consentito con quello che non lo è, fare gruppo, diventare strumento di nuove proposte di legge, rivedere il codice penale nelle sue concessioni ed omissioni. Fare, fare, fare..
Non si può continuare a morire ogni InSano giorno..

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Con gli occhi degli altri

Aveva vissuto in silenzio molti dei suoi anni, anche quando sembrava parlare. I toni pacati, l’attenzione, le parole scelte. Un mondo che le girava intorno fin da bambina a ricordarle cosa era giusto fare e cosa no. Un passo indietro. Spesso, troppo spesso.
I colori delle pareti di casa erano chiari, il permesso di domandare le era stato insegnato fin dalla tenera età come non deludere chi le era vicino.
Anna, le buone maniere, la scuola, i tempi da rispettare, i sogni, la fantasia, la rincorsa all’adolescenza. Immaginare di incontrare un uomo e fantasticare di esserne all’altezza.
Crescere e trovare ogni giorno e in mille circostanze qualcosa da affrontare, da superare, come un esame da passare a buoni voti. Per esistere agli occhi degli altri.
Accadde lentamente e in fretta, minuti come una vita e una vita senza più minuti.
Un matrimonio, figli da aspettare, crescere, amare, seguire. Dentro mille fatiche, proteggere se, esserne capace.
Un uomo distratto e attratto da uno specchio che gli riportava un’immagine più grande per sentirsi pieno, traboccante di luce riflessa, capace di sminuire altrove per essere ancora e sempre l’unico, il solo.
Fu così che Anna , abituata a ricominciare ogni giorno, attimo dopo attimo, ricostruiva la sua tela, senza disfarla più, senza essere Penelope, perché adesso era Anna.
Incontrava persone per strada, nei negozi, all’angolo della via che portava al mercato, tra l’ambulante di fiori recisi, la frutta nuova di stagione e le uova fresche. Incontrava bambini in corsa e allegri, uccelli in volo pronti a migrare, papaveri rossi nel grano sempre più alto, le rinsacche del mare tra i sassi al tramonto con la pelle imbevuta di salsedine. Un viaggio nuovo e diverso.
La colazione al bar con una amica e una frase detta quasi per caso, chiedeva una risposta “Carla, ma perché secondo te, da qualche tempo tutti mi guardano?”
Carla sorrise, masticava con gusto un cornetto mandorlato a dovere,  il gusto di primo mattino. “Sai Anna, le persone ti hanno sempre visto, guardato. Sei tu che sei pronta ad accorgerti di loro, adesso. Perché esisti di nuovo”.
Certo..certo..annuì nella sua espressione piena di riflessione. Esplose il sorriso, prima negli occhi e poi sulle labbra dal sapore di caffé. Ogni giorno con un nuovo risveglio. Vedersi, ritrovarsi,sentirsi dentro gli occhi degli altri perché era tornata ad esistere nei suoi.
Anna,  occhi grandi e neri, alteri, severi, la gioia, l’entusiasmo e l’emozione, la ragione, l’istinto e la passione. Anna finalmente viva per se.

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Per tutto l’oro del mondo

Non mi potresti comprare, neanche con tutto l’oro del mondo.
Ho pensieri, parole, azioni. Ho respiri, affanni, corse. Ho il sonno con dentro i sogni e risvegli di carezze lievi.
Ho il tono della voce che in silenzio urla ciò che trovo ingiusto e raccapricciante, vuoto e indegno. Ho bisogno di vedere l’oltre delle coltri pesanti volte a nascondere e tenere celato ciò che nell’umano diventa giusto, diventa vero.
Rincorro sapori e profumi, attese e fughe dalle nebbie scese a sipario della realtà di esistenze senza il diritto di esistere, eppure reali, concrete, come il bisogno di fame e di sete, di gioia, di risa, di tepore, di quiete e di Pace.
Poter raccontare un mondo più giusto ai bambini, speranze, equità, valori da riconoscere girando per strada e  tra un pallone e gli schizzi sulla riva del mare.

Senza munizioni e scorte, solo ricordi aggrappati a sorreggere il futuro.
Per tutto l’oro del mondo non voglio un mondo reso opaco.
Diventa un  ostaggio il presente fatto di niente.

 

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Con le stelle da masticare

Era già capitato, in fondo non era stata una esperienza nuova. Eppure, proprio in mezzo alla schiuma sulla spugna avevo intravisto cose diverse. La pelle di mia madre, chiara a tratti trasparente, le spalle morbide e lisce, la postura che da nuda ricordava una bambina con anni appoggiati qua e la. Il profumo delle parole che fanno perdere il senso del pudore, dove c’è chi si lascia aiutare nel compiere un rituale di autonomie, ora girava intorno ed era diventato l’abbandono, proprio quello avevo vissuto, da figlia.
Ora eravamo una lei che abbraccia Lei, una madre presente ed importante, morbida e rigorosa, attenta e distratta quel tanto che bastava per lasciarmi esprimere, per capire di più.
“Aspetta, insapono anche qui, girati così non devi chinarti, lo sai vero mà, che proprio tu che non stai ferma mai adesso ti toccherà fermarti, anche solo un po’” . Dentro un sorriso, dentro una faccia arrossata dal caldo della stanza diventata una specie di sauna.
I piedi, piccoli e morbidi come quelli dei bambini. E il talco, non troppo perché le avrebbe dato fastidio, ne bastava giusto un po’..
Asciugarsi e tamponare, come faceva lei un tempo con le ferite di noi figli.
La biancheria pronta da indossare profuma di ammorbidente, di bucato fatto con cura. Come i nostri pigiami infantili, caldi nelle sere d’inverno e le camicie da notte svolazzanti e pudiche per l’estate.
Avevano sempre lo stesso odore da tenere addosso, la notte.
La sottoveste a coprire e riparare. “Ci si copre sempre perché si sta meglio.., lo capirete, ah se lo capirete..” L’abbiamo capito, apprezzato, adottato nei giorni e negli anni, quel decalogo rivolto a ciò che gli altri non vedono ma che noi sappiamo giusto così.
Madre, fin dentro l’ultima cellula del femore, dell’anca, del grembo materno del quale mi sembra ricordare ancora il dondolio, lento tepore.
Dentro i capelli vicino al cuscino, nelle mani operose, nelle gambe scoperte per sbaglio nelle sere d’estate.
Non ci fermiamo mai a ricordare, io e te, forse perché sarebbe troppa la tenerezza.
Quel fruscio sempre vicino è forte come un sostegno, alla giusta distanza come un supporto.
Senza pelle, sembri sotto la doccia, tentenni appena nel timore di cadere, in fondo solo perché vuoi continuare a proteggere giorni pieni d’amore.
Arrivi in cucina, dove non ti trovo mai seduta e dici “ma non puoi mica andare via senza mangiare?” In fondo hai sempre distribuito l’amore, tra una pasta al ragù e contorni di verdure colorate, dentro un piatto con le stelle da masticare, la tavola ordinata e in festa, hai nutrito quello che sono e quello che sarò.

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