Donne in Jazz: Rosalia De Souza

D’IMPROVVISO…SENZA PAURA – ROSALIA DE SOUZA

Nata a Rio De Janeiro nel distretto famoso per le sue tipiche Samba, ereditando la passione musicale dal padre, nell’88 arriva in Italia e studia teoria musicale, percussioni cubane, canto jazz e storia del jazz alla Scuola Popolare del Testaccio, a Roma.

Immediato il suo inizio con artisti brasiliani, Alvaro dos Santos, Ney Coutinho, Roberto Taufic ed il pianista Giovanni Guaccero, con il quale si esibirà nei più importanti jazz club della capitale.

La sua voce è inserita nei classici della musica brasiliana come Tom Jobim, Joao Gilberto, Sergio Mendes, Joyce, Toquinho, Vinicius de Moraes, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento e molti altri.

E’ con Nicola Conte, produttore e Dj nell’album “Novo Esquema De Bossa” del Quintetto X., ristampato nel 2005 che contiene anche una meravigliosa versione di “Senza Paura”.

Partecipa al Brazil Festival, tenuto al Barbican Centre a Londra,  ed al concerto al Jazz Cafè, con i Les Hommes. E’ il Montreux Jazz Festival a regalarle il primo grande palcoscenico internazionale.

Calca le scene internazionali più prestigiose, come l’Olimpia di Parigi, il World Festival a Madrid ed il Womad a Las Palmas, Parco della Musica Jazz Orchestra dell’Auditorium di Roma.

I suoi album:

 “Garota Moderna”, “Garota Diferente”, “Brasil Precisa Balançar”, il secondo album di Rosalia De Souza prodotto e registrato interamente a Rio De Janeiro.

DOMANDE:

Della sua voce Nicola Conte dice: “è velluto che non ha crepe né punte, picchi o cadute, è una brezza, un soffio di vento’. Come si trova Rosalia De Souza in questa definizione?

Si trova bene e credo sia corretta. nel momento in cui abbiamo fatto “Garota Moderna” la mia voce, anche io la sentivo così. Avevo una gran voglia di sogni per coltivare quel momento di creatività bellissimo che stavo attraversando.

 Dentro questo genere musicale che la contraddistingue, racconta l’amore. Dice “preferisco distribuire amore piuttosto che rancore”. Una filosofia di vita?

Decisamente sì. La mia affermazione era legata al genere musicale che ho scelto per esprimermi ma in generale preferisco non arrabbiarmi con la gente. La musica poi mi riempie d’amore.

Note che diventano flessuose, nostalgiche, dolci. Ricordano per assonanza gli anni sessanta. Anche lei viene paragonata nella sua naturale eleganza, ad un personaggio di quegli anni, un attrice. Si riconosce?

Mi piace questa eleganza timida ma marcante..Ricordo mia madre vestita in un certo modo, il trucco, i capelli lunghi.Io la trovavo elegante!  A quale attrice? Io non saprei. Mi dicono di somigliare a Ornella o a Elis quando avevo i capelli cortissimi.

 La musica jazz e la sua voce, un insieme di sensazioni e sfumature che ‘naturalmente’ regalano un ‘tempo’ senza tempo.

Inedite le sperimentazioni che ogni volta arricchiscono le sue interpretazioni, che, anche quando ascoltate a breve distanza, risultano nuove. Come mai?

Se mi fai questa domanda vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro e cioè lasciare una interpretazione senza tempo. La musica di stagione non mi sono mai piaciute. In realtà si crea per rimanere nella storia e sopravvivere alle mode e al tempo. usare nuove tecnologie fa bene ma ciò che rimane è l’essenza di un artista.

 “Aspetti di vita che nella loro essenza sono senza tempo”, parole sue. Escludendo per un attimo la musica, quali includerebbe nella vita di tutti i giorni?

La crescita di un figlio per esempio, l’amore che si porta ogni giorno ad ogni amico. Sono essenza di vita; che non hanno tempo.

Le collaborazioni con nomi importanti sono state certamente uno scambio. Cosa resta conservato ed eventualmente ‘trapiantato nel Dna’ di Rosalia De Souza?

Sono i grandi della musica brasiliana con cui ho fatto un lavoro. Tutto ciò che ho fatto ha lasciato un segno dentro di me e queste persone mi hanno cambiato in meglio. Una cosa che sicuramente mi ha lasciato ben impresso da Menescal è che l’umiltà e la pacatezza sono un linguaggio fondamentale per chi vuole lavorare in gruppo. È una cosa che cerco e cercherò sempre di avere con i miei collaboratori.

Vivere in una città come Roma, caotica e cosmopolita ed al tempo stesso centro di gravità per il ‘nuovo’, nell’affascinante gioco di ombre e luci, aiuta un artista nelle sue espressioni?  Come?

Io vivo Roma con molta tranquillità. Mi trovo bene anche per abitudine, non so. Forse è proprio il mio modo di viverla a aiutare nella mia espressione. Come? Guardando in giro, prendendo l’autobus per ammirare il passato che ci circonda e vivere la realtà dell’adesso, con tutte le difficoltà che il “futuro” ci ha portato.

Morbida, flessuosa. Il suo sguardo accompagna, con la leggera sensazione di vicinanza chi ascolta, chi osserva. C’è un po’ di magia in questa donna ed artista. La bellezza di accogliere, senza spigolature, ostacoli. Nella sua naturale prospettiva che viaggia privilegiando la visione dall’ alto. Ogni ‘angolo’ diventa preziosa risorsa, insita ed innata nel suo talento ed ancor prima nella personalità di Rosalia De Souza.

ImmagineImmagineImmagineImmaginePatrizia Angelozzi

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Un francobollo per vestito..

Nasceva con questa immagine una proposta di ‘spedizioni’. Di quelle da maneggiare con cura a tutti gli effetti.

Il ‘pacco’ nel gergo più comune e irriverente viene riferito alla parte più preziosa che nell’immaginario maschile fa riferimento a quanto madre natura ha regalato loro per garantire la mascolinità..

La fanciulla proposta per questa campagna pubblicitaria, nuda e dall’atteggiamento disponibile, pudica solo nel coprirsi q.b.  viene usata nel messaggio subliminale come ‘ricovero pacchi’.

A chi si è stupito, per aver visto dismessa in tempi urgenti, questa proposta pubblicitaria, la domanda è: ” una così evidente bellezza, per uno spedizioniere ? ” 

Non tiriamoci un ‘pacco’…

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Ora devo proprio andare..

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Usciva dallo studio medico, niente di grave pensò mettendo insieme le ultime giornate, trascorse in un susseguirsi di cose da fare, finire, completare.
Tante da arrivare a sera stanca per arrendersi al sonno, socchiudendo gli occhi.

Ogni tanto le capitava di fare lo stesso sogno e di incontrarla lì, una sorta di soluzione per il giorno dopo.

Al telefono parlava frettolosamente nel suo morbido tono di voce, ripetendo le parole dello specialista, rassicurava chi era all’ascolto e se stessa.

Non c’era nulla di male, nella conversazione con Max che con la sua divertente sintesi di diagnosi la faceva sorridere, mentre Anna in modo ansioso cercava un parcheggio, sperando di non trovarlo, per avere una scusa, un motivo.

Contemporaneamente tutto trovava collocazione, traffico, parcheggio, tempo a disposizione.

Un ascensore veloce la portò all’ultimo piano.

Anche sulla porta per un istante, desiderò tornare indietro.

Avanzò lentamente e si salutarono cercandosi nelle millesimali pieghe di quanto ancora sconosciuto.

Pause come macchie d’inchiostro, e la sensazione che facesse caldo, mentre l’inverno giustificava il piumino chiuso fin sul collo.

Lo aveva guardato a lungo, sperando lui non si accorgesse, aveva colto gesti, accennati sorrisi, brevi pause.

Mentre il vapore saliva..

La musica era un suono vicino e lontano, come la tachicardia che rimbombava sulle tempie e la sensazione di dover svuotare dalle tasche, parole, a riempire i silenzi.

“Ora devo proprio andare” disse alzandosi, in un fare quasi improvviso. Come chi si allontana da una fonte di calore, dalla vista di un panorama per non avere vertigini.

Max si avvicinò per salutarla comprendendo tutto il disagio di Anna.

La baciò sulla fronte, lentamente.

Troppo lentamente. Poi scivolò sulla guancia, le labbra, la bocca.

Anna restò lì, a sentire e a ricambiare in un lento risveglio i baci, le carezze.

La borsa appoggiata sulla spalla trovò posto per terra, come il piumino e la giacca che scivolarono su un divano che sembrò accoglierli e cullarli.

La distanza dalla realtà era così grande da lasciare posto a tanti no, ma, forse.

Max era lì, come non aveva neanche osato immaginare a darle sensazioni sconosciute, dimenticate e forse mai vissute.

Come il rumore del fuoco che brucia sulla legna asciutta insieme ai rumori ovattati del giorno che andava finendo, come il vento dell’estate il riconoscersi dentro la pelle, erba appena tagliata che ti investe di profumo entrando dal finestrino aperto dell’auto.

E respiri, parole, ripensamenti, ragioni. Dubbi svaniti.

A volte le cose non sono come sembrano”, disse Anna, quella sera.

Aveva le labbra asciutte e gli occhi lucidi di ricordi e nostalgie. Avevamo rivisto insieme “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” e mangiato sedute sul divano un cous cous preparato da lei. Aveva sempre cucinato in modo originale; cucinare per lei era un po’ come la sua vita, che tanto sembrava stravagante dal di fuori, tanto era straordinariamente normale nelle intenzioni, nei desideri, nei sentimenti.

Erano passati anni, lei aveva qualche capello bianco, e quella sera sembravano argentati, la luna di fuori sfacciata era fin troppo vicina. La sigla finale del film andava con i titoli di coda.

Ci sono momenti nella vita, che è bene non dimenticare mai“, disse.

Poi andammo insieme in bagno a lavarci i denti, latte detergente e crema idratante.

Ogni volta che dormivamo insieme avevamo questo rituale.

A letto nei nostri pigiami ed i libri uno sull’altro, sembravamo ancora due giovani donne, con tanti sogni da raccontare, con tanti ricordi da sognare.

Le cose trovate e perdute

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Esorcizzare i pensieri più intensi.
Provare ad inserirli dentro nuove parole.
Senza alcuna possibilità di spiegarle.
Mentre la pelle trasuda e respira nell’olio di mandorle dolci, ed il palato trattiene il sapore di gelato..
l’eco di un telo di lino riposto nel cassetto delle cose …
trovate e perdute
mi ricorda che esisto.
E diventa inutile continuare a chiedersi perché.