Gli spazi bianchi

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Esistono spazi bianchi nel conteggio delle parole, permettono di non sconfinare, di non andare oltre. Spazi bianchi che diventano sospensioni, altalene e saliscendi, vertigini da capogiro. La visione da un grattacielo col vento e la pioggia, quella che puntellando la pelle fa stringere gli occhi. E sorridere..

Spazi vuoti nel pentagramma, nella frase di senso incompiuta uscito come un fumetto dalle labbra e finita non si sa dove..mentre dall’altro cellulare in ascolto l’attesa è composta di puntini di sospensione.

Spazi bianchi che annunciano. Spazio bianco nella pellicola di un fotogramma non inciso.

Aveva osservato questo Anna, appena scesa dal treno. Un viaggio breve che le aveva permesso di non andare in macchina. Un rientro di quiete accolto dai rumori della città addobbata per la festa del santo patrono.

Risate corali di ragazzi, musiche assordanti delle giostre, il profumo in circolo di cibi venduti ad ogni angolo. Non le erano mai piaciute la confusione il caos, gli stati d’animo irriverenti e devastanti di anime nude spogliate dall’alcol, pur di riuscire ad esistere.

Le luci della sera e Ugo ad attenderla per la cena, in un locale riservato dalle luci soffuse affacciato sul mare. Si guardò un attimo allo specchio delle vetrine, camminava nel suo abito morbido, sui tacchi, naturale.

E gli spazi bianchi diventarono le pause nascoste dal cibo, dal sorso di acqua, dal tovagliolo a tamponare le labbra. Diventarono sospiri, come prese d’aria da incamerare per ricordarsi di respirare, sorridere e giocare.

Lo sguardo che segue la forchetta poggiata sul piatto e sollevata, la mano a sollevare il bicchiere, il tintinnio dei braccialetti ed il foulard sulla scollatura da rimettere in ordine, una ciocca di capelli da ricondurre dietro le spalle.

L’accorgersi di ogni dettaglio, che tenta di sfuggire, di nascondersi dietro i fiori poggiati in un angolo, le mani a sfiorarsi scegliendo tra i crackers e l’improvvisa sensazione di voler assaporare immediatamente il dolce.

Finire, concludere, alzarsi, camminare, avvicinarsi, abbracciare, sorridere sommessamente dietro le orecchie vicine con intorno al collo le braccia, le labbra.

Parole farfugliate e confuse, spazi bianchi di aria, di pioggia, di musica lenta mai ascoltata così familiare da condurre il profumo della doccia, del talco, delle lenzuola appena poggiate, del fruscio del vestito che scende, dell’ appoggiarsi lento della pelle sull’altra.

Spazi bianchi, senza privazioni senza percorsi tracciati, senza parapendio nonostante l’altezza..

Spazi bianchi di vita, non necessariamente..a colori.

Foto by

© Pietro Morello

 
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Respiri

Respirando in uno scambio di parole senza consonanti e vocali,
solo fluido e morbido sapore, l’odore della pelle da riconoscere, le labbra appoggiate, aderenti, socchiuse..
Dentro il battito veloce di un’emozione, il risveglio di un bacio a curare il tempo.Immagine

Ingredienti non raffinati..

Sarò impopolare..

Gli spot pubblicitari puramente commerciali distribuiti nei redazionali, negli spazi dei media, viaggiano per argomentazioni. Tanto lontani e tanto vicini ai bisogni ed alle necessità di ognuno. Diventa necessario sognare di essere una ‘Jane’ o un ‘Tarzan’ per una colazione a prova di liana ? Forse no, ma il gioco della comunicazione è quello di farci sentire, in un microsecondo, interpreti principali di vite momentaneamente sospese tra l’odore del caffè che ‘viene su’, la colazione dei ragazzi, l’acqua della doccia ed il dentifricio osservato nello specchio mentre cerchiamo ancora il passaggio dalla posizione di stesi a quella di animali a due zampe..

Costretti a sorridere di facile ironia che ci racconta, a volte in modo isterico, chi siamo o quello che vorremmo essere.

Idraulici affascinanti da emulare “Il postino suona sempre due volte”, e casalinghe impegnate con aspirapolvere su tacco 12 con la disinvoltura ed il sex appeal di una patinata..

Siamo sempre noi, quelli che pur confusi, non riusciamo a trovare risposte per i nostri figli sulle cause dell’impotenza, raccontata ad ogni fotogramma come fosse un vademecum o un incontro fisso della vita di ognuno.

Ci facciamo raccontare favole a lieto fine delle famiglie dalla farina setacciata e della leggerezza delle pause snack degli sportivi..cosa fanno poi gli atleti nelle pause da allenamento saranno anche scelte loro..

L’ironia ci salva la vita, si, la nostra, quella degli altri e spalanca la finestra sulla critica costruttiva di quanto viene proposto.

Possiamo essere promotori di notizie di comune utilità o veicoli (pericolosi) di smentite sull’efficienza delle terapie mediche, Con la stessa libertà ognuno può affermare ciò in cui crede. Se le espressioni sono diverse dalle nostre, lasciamo accettando le convinzioni altrui. Mentre chi reclama urlando ‘al rispetto’ riconosce solo la propria idea.

Una visione integrale non vuol dire ‘ingrediente non raffinato chimicamente’. Non solo.Immagine

Giorni

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Ci sono giorni che si prendono per mano,

altri che non riescono a trovare coniugazione tra loro.

Troppo audaci in antitesi ed in osmosi.

Sotto l’acqua la consistenza di esserci, nell’abbraccio e nel respiro dei bimbi

l’alito che regala la continuità…

Bocconi di cibo, come nuvole di zucchero filato, inghiottite velocemente,

a cercare di gustare, assaporare..

Insegnamenti di vita, trascinati come una bambola di pezza, vestita con il suo

plaid  a quadretti che tocca il pavimento, mi accompagnano, nei corridoi attraversati

lentamente, tra le foto appese, in bianco e nero, a colori,

Nei disegni dai tratti infantili conservati nel vetro…tutto sembra fuoriuscire ora,

sento. esisto. vivo.

Una ninna nanna di rime baciate ha il profumo di pelle e di talco.

Nuove sveglie e orologi scandiscono il tempo, mentre tento,

di arginare, allacciare…e coprire

nel respiro battiti d’istinto non hanno ragioni

scivola nei capelli mossi dal vento

tra il sudore perlato del collo…

nell’orizzonte spostato

di pioggia, di sete e di sole

aria rarefatta di pulviscoli di vita

di accarezzabili pensieri

ora, tra le mani, negli occhi,

sul cuore.

L’identità segreta di un padre precario

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Di Ettore Zanca

Caro figlio mio. Ti scrivo questa lettera che sicuramente leggerai prima di andare a dormire. Ti chiedo scusa per non aver saputo rispondere prontamente ieri alla tua domanda. “Che lavoro fai papà?”.

Non potevo spiegartelo in due parole, dovevi andare a scuola e io non sono bravo a dire le cose con velocità.
Adesso posso dirtelo, ma deve restare un segreto tra me e te, mi devi promettere che non lo dirai a nessuno. Papà ha poteri magici e lavora in un circo. Per questo non lo vedi tutti I giorni.
In questo circo faccio tutto quello che mi ordinano di fare. So fare il prestigiatore ad esempio. Come niente, dal nulla e senza avere nemmeno un euro in tasca, faccio apparire qualcosa di buono da mangiare per te. Così ogni giorno puoi avere tutto quello che ti fa crescere sano. So tenere la luce accesa pagando le bollette, il gas, l’acqua. Questa non è abilità, è quasi santità, un miracolo.
Circus_by_Grinch7Poi papà sa fare anche l’acrobata sai? So salire su impalcature altissime, senza rete e senza protezione, non ne ho bisogno, perchè chi mi fa lavorare dice che non sono necessarie, altro che l’uomo ragno, sono meglio io, sono infrangibile. Faccio anche l’uomo forzuto. So sollevare mattoni e casse piene di roba, che pesa anche tre volte più di me, senza quasi avere dolore alle braccia e alle mani. Con quello che mi danno al circo posso comprarti I giocattoli e farti fare judo, nuoto, calcio o qualsiasi cosa ti piaccia. E non dovrai guardare I tuoi amici da lontano.
Sono anche superveloce, corro ovunque mi dicano di andare per guadagnare qualcosa.
Tu a volte mi vedi stanco, ma come niente, come colombe dal cilindro, tu mi fai fare la magia di regalarti un sorriso, sei tanto bello.
Sono anche resistente, posso digiunare per più giorni, senza quasi svenire e facendo quello che mi viene chiesto di fare.
Sono un inventore, creo lavoro anche dove non esiste, un marciapiede può benissimo essere un posto dove poter vendere fazzolettini e tirare su qualcosa.

12_10_12__circus_by_blakez-d5hn02bNon fare caso a come mi chiamano le persone, anche davanti a te, “precario”, “cassintegrato”, disoccupato, non sono cattiverie amore mio, lo sembrano, ma non lo sono.

Gli acrobati, I superuomini, I forzuti, I maghi, in questo circo di mondo che viviamo, li chiamano così. Però ti prego, non dire più che vuoi fare quello che fa papà. Io spero che tu non debba essere bravo a camminare sospeso. Ti voglio sereno e speciale. Ti voglio bene. Buonanotte.

Non fa rumore..

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Il dolore non fa rumore.
Fuori dalla pelle di chi hai vicino,
non odi parole, né gesti, né grida.
Puoi provare a sentire oltre le coltri pesanti
oltre il vagheggiare di anime smunte
oltre il ‘costume’ indossato
oltre lo sguardo appannato.

Il dolore non consuma chi lo guarda da lontano
toccato con mano, rabbrividisce la mente
il respiro è asfissiato
segnato da blocchi e trincee
di corolle di fiori, di diversi umori
il dolore traspare
nei colori infuocati di albe e tramonti
nel nero d’inchiostro
di penne e calamai di traverso caduti…

Il dolore non consente
un vissuto alla pari
un conto previsto per il domani
un vivere lieve
investimento di niente
sorretto da flebile forma
insulsa reazione
di pioggia fine e incalzante

Il dolore non fa rumore
oltrepassa porte
spesse lastre di vetro e cemento
prati traboccanti di fiori
e nevi
candide a fermare, a nutrire
a restituire
il senso
proiezioni
e momenti
accartocciati
in block notes
di appunti.

Pioggia

pioggia

Scivola lento

rivolo assetato

nel mascara

di un viso truccato

per gioco

scivola sulle guance

e sulle labbra socchiuse

sulle mani appoggiate ad un vecchio portone

mentre occhiali da sole inutilmente indossati

diventano vestiti stantii e false armature

dove non passa spiraglio

sussurro

dolcezza

calore

tensione

ardore

passione

scivola lenta la pioggia

sotto i miei passi

stivali di gomma e tacchi a musicare cadenze…

movenze

apparenze

sorrisi e parole

tenuti nel caldo silenzio

di un inverno spogliato lentamente…

(foto: La struttura delle apparenze www.robertokusterle.it )

Are You Becoming a Paperless Writer?

boy with a hat

When I think of Shakespeare and of Dickens and of Chekhov I imagine stacks of paper and ink pots and quills (or at least fountain pens). But when I think of well, me, I must admit that there is not much paper on my desk, and no ink pots or quills whatsoever, just a laptop and a computer screen, and my oh my even the books are starting to disappear, replaced by a convenient Kindle. Are you becoming a paperless writer too?

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