Mi raggiungo…

Dentro automatismi scanditi, netti. Orari precisi, cibo, telefonate, fare l’amore o semplicemente sesso.
Nascoste tra le lenzuola e nelle fasi Rem, le parole che non abbiamo mai pronunciato, neanche sottovoce, talvolta eritemi dell’anima.
Corrodono, consumano, dilaniano mentre un percettibile nervosismo mette a fuoco altre ragioni per confonderci. Un automatismo corrosivo a tacere il nostro vuoto, le carenze, i desideri messi dentro una valigia che fatichiamo a chiudere, l’entusiasmo che trapela solo ogni tanto.

Innamorati di una musica che ci danza dentro senza renderci conto delle parole che una volta tradotte avranno un senso.
Navigare a vista, appoggiati ad una zattera, una canoa, un materassino di gomma, e poco cambia, se il mezzo è una nave da crociera, arredata con gusto e confort..

Troppe volte senza soste, senza pause, errante pensiero naufrago, perso, smarrito, nascosto sotto i cerotti, visibili ad occhio nudo, senza lenti d’ingrandimento e grandangolo, senza filtri e photoshop..
Agguerriti e competitivi verso noi stessi e gli altri o semplici osservatori di corpi in movimento, nuotiamo..

Senza lasciarmi travolgere e portare, assaporo il gusto dell’acqua che scivola ovunque, respiro e mi raggiungo.

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Chiavi di lettura..

Una parola in più per descrivere, narrare, raccontare. Un sorriso, un sospiro, il tono della voce, la leggerezza o la preoccupazione, l’emozione di una parola interrotta, vestita di ‘altro’ per non essere ascoltata prima dalle nostre orecchie e poi dall’altro che sente.

Sentire. Una parola che fa eco e straripa. Sembra partire dalle labbra, invece con impeto, gioia, senza strade pre organizzate fuoriesce lasciandoci adrenalina in circolo.

Essere vivi.
Una scommessa tra la parvenza di esistere ed esserci davvero.

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Mal di (A)mare

Accartocciate come un formato A4 poi lanciato nel canestro,
sottolineate con l’evidenziatore nei punti salienti da tenere bene a mente, da non dimenticare, come il respiro fermo, lo sguardo assente, la pelle che diventa di ghiaccio..
Le scritte dei titoli in grassetto a fermare quei pensieri in circolo di chi cammina in fretta e legge il manifesto svolazzante dell’edicola, mentre salendo sui gradini dell’autobus che chiude le porte sull’ultima sillaba, ora mormora piano.
Il cane nel suo lento passeggio di un primo mattino qualunque sembra annusare lo sconforto e il maleodorante odore lasciato da un inchiostro intriso di sangue e dolore. Ossessione e follia. Pazzia e fili di DNA intrecciati come trecce colorate di bambini, ora diventati altro.
Una carezza sulla testa una mano come a consolare le sensazioni diffuse, palpabili come la nebbia di primo mattino, fitta e senza profumi.

Ancora una vita, andata, fuggita, spezzata, persa, sparita, annientata, colpita, finita.
Persa.
Ancora un no, un mai più, un rifiuto.
Un sorriso negato, un abbraccio mai dato, una carezza persa, uno sguardo fondente e sciolto dentro la gioia…no.
Pelle, muscoli ed ossa, cuore e cervello, polmoni per inspirare e spingere fuori con smisurata fatica una nuova vita, ed espirare per buttare fuori la tensione di una tenera caduta di piccole pesti troppo lontane per braccia e gambe sebbene di corsa..
Membra che hanno accolto, trattenuto e conservato respiri, affanni, lacrime di mille gioie e mille dolori vestiti di colori diversi ogni volta.
Amore diventato viaggio in treno di tante stazioni diverse, pullman dalle lunghe tratte e autobus da pochi isolati. Viaggi in aereo per cancellare distanze, come fa la gomma sul quaderno lasciando le briciole sparse..
E canoe a dondolare un sogno, un materassino di gomma per lasciarsi scottare dal sole, e vele, maestose vele per sentire nello stomaco il “mal di (A)mare…
Possedute, prese, rapite.
Ideali chiusi dentro un diario, un calendario, un rituale.

Convulso, ripetuto respiro. Accelerato insieme al battito impazzito nel darsi. Totalmente, completamente, in uno scambio di pelle, di cuore, di ossa, di membra, di sapore, di umori, sudore e di sangue.

Quello stesso che ora fuoriesce e coagula fermando la vita. Donne..

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Lo spazio vitale

Abbiamo a disposizione uno spazio necessario al ‘ricircolo dell’aria’ ingerita e soffiata all’esterno, trattenuta e lasciata andare nel corso di una lunga giornata.
Ci sono persone che ci salutano travolgendoci, abbracci, baci..altre che ci parlano, pensando di comunicare meglio  in uno spazio ristretto che diventa soffocante in una vicinanza difficile da sostenere. Altre ancora ci toccano la spalla, mentre si spiegano meglio, le braccia, i capelli invadendo il nostro ‘spazio vitale’.
C’è un confine invisibile ma ben presente che separa “noi” dagli “altri”, uno steccato che funge da riparo dove ogni tanto, a nostra scelta, lasciamo entrare e sostare, chi abbiamo invitato a restare per un po’.
In questa pausa che ci concediamo al restare soli, l’altro/a o più persone insieme hanno la possibilità di concedersi a noi o di inquinare il nostro habitat più intimo..
A volte,  per motivi strettamente professionali diventa fin troppo semplice lasciar ‘entrare’ le emozioni altrui, il disagio, il dolore, la disperazione.
Altre ancora, i doni per l’accoglienza ricevuta sono la gioia, la spontaneità, l’ascolto, il sentire.

Diverse tra loro queste sensazioni, opposte alle volte. Eppure è il nostro spazio che lasciato senza steccati né alcuna protezione diventa un tappetino scivoloso sul quale troveremo residui, come un parco mal frequentato dopo un pic nic .

E’ importante lasciar entrare ed invitare ad uscire persone che “scaricano ansia, giudizio, condizionamenti, moralismi inutili”.

Ognuno di noi è un’isola dove è possibile accedere, possibilmente con la gratitudine di chi viene invitato.

Uno spazio personalissimo ed unico dove lasciar viaggiare pensieri, fantasie, progetti. Ripassare a memoria, come le poesie da bambini, i nostri ricordi, recenti ed antichi. Un mondo tutto nostro, arredato nel modo più vicino a noi, con la luce regolata a seconda dello stato d’animo e la musica del momento che viviamo. Il profumo di fiori, la sensazione del vento, il tepore del sole o di una copertina addosso…
Siamo noi, con le nostre fragilità e la nostra forza a difendere ciò che più di importante abbiamo. Noi stessi.

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Something to smile about

Ho vissuto dentro l’inferno raccogliendo cenere accesa

percorso a piedi nudi dentro sassi taglienti

ho il tuo stesso odore, di fiamme e di vento tagliente

nascosto nei capelli..

e un sorriso accecante da strofinare sul tuo.

 

I have lived in hell burning ash collecting

barefoot path in sharp stones

I have your same smell of flames and sharp wind

hidden in the hair ..

and a blinding smile to rub it on your.

 

 

smile

Se guardo una radice

 

 se guardo una radice sporca e di terra piena

non son certo contento, anzi mi fa pena
se penso che il letame serve per concimare
non sto per niente bene mi vien da vomitare
mi struggo di dolore pensando a mio papà
che per un brutto male adesso non è qua
la mia città bellissima lasciare ormai ho dovuto
neanche col conforto di un piccolo saluto
se alzo un po’ lo sguardo da tutto il mio dolore
so che c’è del bene dietro ogni tumore
in cima a quel letame gradevole e odorosa
campeggia con vigore, la più bella rosa
e se la mia città davvero è così bella, che dire del tuo viso
con gli occhi tuoi di stella? mio padre è vero sì
adesso non ho più ma se ci fosse lui
non ci saresti tu, non ti avrei avuto mai

dormiente quì al mio fianco e mi sarei sentito
inutile vuoto e stanco per questo figlio mio
se un giorno mi dirai 

che il mondo non è lieto
che vedi solamente 

rami con spine e cardi
io ti dirò così 

“cucciolo mio inquieto

non sai quanto ti sbagli
ci sono anche le rose 

dipende dove guardi”…..


http://beneficiodinventario.blogspot.it/2012/03/se-guardo-una-radice-filastrocca-per.html

Bravi ragazzi di buona famiglia…

Sono quelli delle scelte fatte con cura, dalla carrozzina inglese per l’enfant prodige dalle ruote enormi..e non fa nulla se non entrerà negli ascensori, hanno madri e padri pronti a qualunque sacrificio pur di riuscire a farli distinguere dagli altri.
Saranno indirizzati dalla materna in poi nelle scuole ritenute “In” e nelle sezioni accuratamente gettonate, dove la famiglia tal dei tali fa da redditometro. Scarpe alla moda, t-shirt e felpe a distinguerli, capelli e motorini. Grasse risate irriverenti e faccine finte educate per prendere sonoramente per i fondelli il Prof di turno.
Le fanciulle a rincorrere vetrine e oggettistica che le rappresenti adeguatamente, dalle griffe francesi per i profumi e le borse, alle scarpe italiane e statunitensi se sportive, coperte più di occhiali che di vestiti o semplicemente snob con un jeans dal prezzo proibitivo da far arrossire l’assistente scolastico che aspettando la busta paga striminzita le guarda ammirando tutto ciò che mai potrà acquistare per i suoi figli.

Bamboline sciocche e fugaci, parlano di svenevolezze, del colore dei capelli di questa, di quella e del lusso, quello sfrenato che regala l’adrenalina. Quello dei diamanti, dei foulard, delle borse enormi e piccolissime, dei posti da frequentare.
Nell’illusione di contare..
Lo sguardo saccente farà tenere la bocca chiusa al docente, che li descriverà come geniali, creativi, innovativi ed incontenibili per tradurre questi vuoti.

Sono atleti ancor prima di cominciare a sperimentarsi, la camicia con la firma sul taschino e la cavigliera della ragazza che sarà una donna, vuota di contenuti e sovraccarica di accessori….

Diventano il “GRUPPO” di quelle che insieme deridono i poveri dai colori mal assortiti, con smorfiette insulse annusano profumi e ridono al kitch ostentato di chi osa pensare di esistere per così poca cosa.

Diventano il “BRANCO” di asettici pensieri in contorsioni mentali pronti a diventare all’unisono trasgressivi dentro un collettivo che trasborda in un film dell’orrore sulla pelle altrui. L’adrenalina dell’alcool e delle sostanze più chic li aiuta un tantino..peccato incontrarli da soli, dispersi nei ricordi dell’ultimo viaggio alla moda, delle bandane sulle barche a vela, delle serate folleggianti riparate da pseudo genitori sempre pronti alla “tutela del piccolo principe” diventato, grazie a loro, un mostro.

Li chiamerò così, come lo sente la pelle attraversata dai brividi, MOSTRI, che non abbracceranno mai nessuno veramente, che non piangeranno forse mai per il dolore di guardarsi dentro, che non rideranno mai fino alle lacrime ricordando la loro infanzia in qualche innocente episodio.

Quello che lacera e sconforta è il pensiero comune, hanno ed avranno sempre dalla loro un avvocato importante, un contesto di protezione, una carta intestata per i biglietti di auguri…ed una vita di rappresentanza fatta di tutto e di niente, di povertà centesimale e di soldi da contare. Perché conta chi conta…in assenza di valori e l’omissione di conoscere per cosa diventa importante vivere.
Sembra un eco dentro i Tg, negli uffici investigativi e nelle corsie di ospedali, nei tribunali e nelle stanze chiuse dove si tenta di capire i perché di questi “bravi ragazzi di buona famiglia”.

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