Cambio pelle e stagione

Ci sono giorni che terrei dentro i ricordi, biancheria  nella lavanda.
Aprire e chiudere cassetti per annusarne anche solo un momento.
Nuovi arrivi speziati di primavera, dentro una scatola pensata per me.
Il desiderio di aprirla ed allo stesso tempo lasciarla dov’è. Sulla cassettiera antica, con un elegante fiocco rosa.
Il nuovo che avanza con la paura di dover fare spazio. 
Dentro la struggente sensazione di cambiare pelle e stagione..

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Un giorno perfetto

Ripiegati nel corpo
Millesimi di pensiero
Corteggeranno il vento
Aprendo la porta…
Domani
foto Pietro Morello, Fotograficamente
https://www.facebook.com/pages/Fotograficamente/193198754186807?fref=ts

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(a Ferzan Optezek) 

Senza troppo calore..

Essere di sostegno a qualcuno è troppo facile. Pensare e agire per l’altro..
Abbiamo imparato attraverso l’esempio cose pratiche e teoriche, il come, il quando, il se, il forse, il “no”.
Anna rifletteva, camminando sotto la pioggia, senza ombrello, riparata solo dal suo cappuccio, mentre l’acqua le bagnava i vestiti e gli stivali sfioravano e affondavano, passi incalzanti affrontavano l’acqua come una sfida.
Il sostegno della sua famiglia, degli amici o presunti tali, che le spiegavano come fare, agire, reagire. Combattere il nemico, abbracciare il vero. Sembrava facile, ma non era così.
Poche le persone incontrate che erano state in grado di essere di “supporto”. E la differenza era stata abissale. Si resiste solo se hai un ‘archivio’, una ‘dispensa’. Provviste per l’inverno le chiamava Maria, la nonna  di Anna. Era piccola e fiera, capace di inventare un pranzo per tante inaspettate e sempre gradite, facce..
Fin da bambina le aveva insegnato, consegnato strumenti. Dall’impastare acqua e farina e metterci dentro le uova quando serviva. Le aveva detto che la marmellata andava lasciata raffreddare nei barattoli prima di metterla al riparo dalla luce ed il “segreto” era tutto dentro un barattolo. Stava nel condividere il sapere, il proprio conoscere e farne regalo all’altro.

Anna si sentiva troppo vulnerabile, la pioggia le bagnava il viso mentre faceva la solita strada per tornare a casa, come un barattolo di marmellata troppo caldo, ancora. Correva per arrivare in tempo tra una pozzanghera e l’altra, accorgendosi di essere tutta bagnata, gli stivali imbevuti,la gonna,  i collant, la giacca piena d’acqua gocciolava..  sul viso la pioggia.
All’improvviso uno scontro, per evitare una pozzanghera, l’altro con l’ombrello non l’aveva vista arrivare. Addosso. Era Antonio, un amico che non vedeva da tempo pur abitando entrambi nella stessa zona. Si guardarono scusandosi come due sconosciuti, finì sotto il suo ombrello, come un ala. Sotto le luci dei lampioni la pioggia sembrava venire giù dal cielo come una cascata. Traducendo il senso delle parole, il disagio iniziale,  dei gesti, degli sguardi e perfino del sorseggiare il caffè preso insieme nel primo bar trovato, ricordarono il passato dentro un presente che diventava futuro. Due chiacchiere tra amici. Si.
Salutò Antonio sotto casa, ‘supportata’, da un ombrello, dalle parole e dal braccio di lui che le apriva il portone.
Due parole, due: “Io, ci sono..quando vuoi possiamo finire la nostra chiacchierata. Mi farebbe piacere”
Sul parquet di casa si spogliò lasciando cadere i vestiti, infilò il suo pullover lungo di lana e scalza accese la radio. Era a casa,
ed aveva stemperato il calore di una giornata troppo calda da portare addosso.

lapazienzadeibufali

Donne e non solo..

Sarò controcorrente, ma ritengo la violenza un male sociale che preme un evidenziatore verso chi la subisce.
Donne strappate, lacerate, torturate, senza più dignità e protezioni.
Uomini travolti da orrore e paura, “violentati” nei loro diritti, tanto basilari da sembrare scontati..
Bambini, insultati nell’infanzia negata, usurpata, costretti a crescere sulla “richiesta” di perverse fantasie adulte.
Anziani, soli, dimenticati, abbandonati, trascinati su sedie a sostenersi a vicenda.
E i fragili, per congenita sorte, malattia, stato sociale,  tremanti all’idea di un abbraccio mai dato e l’infilare la pelle nei bidoni dei rifiuti..
La violenza dentro un silenzio, una risposta negata, una parola mancata, lo sguardo atterrito di chi aspetta di essere nuovamente colpito. Tra le stoviglie giornaliere ed il sesso voluto per forza, nelle mani vuote di un uomo che chiede giustizia sapendo che mai l’avrà, una roulette casuale e costante.
La violenza di ritenere i “predatori”  più abili del loro bottino di caccia ed il voler sacrificare la vittima in nome di un motivo scatenante….
La violenza è il pensiero malato con il quale educhiamo gli uomini di domani, declassiamo le donne di oggi, dimenticando volutamente l’umano, il bambino, il non abile, l’anziano dentro Gironi dal purgatorio all’inferno ad alta velocità, senza più un senso per vivere.

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Quando pensavo a te – contro ogni forma di violenza sulle donne

 

Eri mare calmo
Eri sale buono
Eri Aria pura

Eri colori tenui

Eri vento e cura

Eri sogni mai fatti

Eri fiori mai esistiti

Eri la linea d’orizzonte

Eri me che la raggiungevo
Eri me che ti raggiungevo
Eri noi con ali incollate
Eri tu con profumo di casa
Eri il braccio che mi portava via

Eri tutto ciò che non era banalità
Prima che la crudeltà della tua mano
Firmasse ciò che sei adesso
Sei tutto quello che non so dire
Sei tutto ciò che mi fa star male

L’intervista alla parlamentare abruzzese Maria Amato. Finalmente risposte a chiare lettere, comprensibili a tutti. Trasversale, unica e schietta. La “cura” delle Persone, in primis..sempre.

Finalmente risposte chiare e lucide. Proposte a soluzioni e critiche costruttive, vale la pena di ascoltare e guardare questo video. Una Donna, una professionista, coerente e preparata…

Il Circo degli Uomini, Recensione di Walter Mauro

A lettura conclusa della silloge di racconti di Luca Carbonara, la prima constatazione che balza evidente consiste nella risposta, un po’ ironica e sicuramente caratteriale, che l’autore offre al lettore, con piena soddisfazione di quest’ultimo, poiché la galleria di personaggi e la sequenza delle situazioni son lì a identificare – e verificare – talune crisi del nostro tempo che riguardano soprattutto i singoli comportamenti, laddove questi ultimi da soggettivi assumono in sé il ruolo cangiante di una uniformità che coinvolge appieno il conformismo – e l’esigenza di respingerlo e di non conformarvisi – che riguarda l’intera comunità, senza privilegiamento alcuno. Tutto questo innestato nella scacchiera del racconto, un genere letterario di rilevante difficoltà, e poco ben visto dall’editoria corrente che ha bisogno di referti/fiume in grado di centrare illusoriamente il lettore. Errore grave – editorialmente parlando – perché la misura novellistica, oltre che possedere una sua nobile e autorevole storia nel tempo, obbedisce a un criterio di approccio alla realtà libero e autonomo, senza che altre storie o ulteriori prolungamenti ne alleggeriscano la sostanza: anzi, è vero il contrario. Carbonara dunque condensa i fatti: a lettura conclusa, diventa una inevitabile constatazione, consente l’emergere  dell’essenzialità, facendo primeggiare taluni frangenti della storia con la sicurezza di un frequentatore assiduo e concreto della nostra classicità novellistica. In un contesto moderno – va sottolineato – altrimenti l’inesorabilità dell’eloquio sconterebbe una condizione del raccontare eccessivamente appesantita da accadimenti limitrofi.

Una tale tessitura è anche, e soprattutto, forse, la conseguenza inevitabile della percezione precisa di un mondo in rovina, di un traumatico universo sull’orlo del baratro, e quindi, necessariamente costretto alla fruizione dell’avventura come unico e solo polo tematico di difesa: il che impone di affidare al senso dell’avventura, del gesto improbabile, tutto quanto fa parte di una contingenza di arduo e complesso controllo. Da tutto ciò non poteva che nascere l’insistenza di un fermo/immagine più volte utilizzato e di grande efficacia nel confronto, spesso complesso e arduo, fra autore e fruitore.

 Walter Mauro

Luca Carbonara, Il circo degli uomini, Roma, Cultura e dintorni Editore, 2013

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LIVELLO ZERO

 

Ho vinto.  Mamma diceva che perdevo solo tempo, ma io stavolta mi sono messa di buzzo buono. Detesto arrivare a un passo dall’ultimo livello e perdere tutto.

Mi piacciono i videogiochi l’ho detto anche alla professoressa che somigliano un po’ alla vita. Ne ho trovato uno che mi piace tanto. C’era un Orco che prendeva una principessa e la portava in un castello diroccato, un cavaliere affrontava un sacco di piccoli mostriciattoli, ostacoli, spine infernali, fuoco fiamme, per salvarla. Mamma si arrabbia se passo troppo tempo davanti alla mia Playstation, “maledetta me e quando te l’ho comprata!” mi dice sempre.

Invece non immagina quanto mi è stata utile. L’orco che prende la principessa mi ha sempre fatto ammattire. Sembra non ci sia modo per sconfiggerlo. Il cavaliere prova a parlare con maghi e saggi dei villaggi che percorre, cerca di capire come può sconfiggerlo, ma tutti gli dicono che non deve parlare ma essere coraggioso, trovare l’arma segreta e uccidere quel mostro orribile con quella. Così ho cercato l’arma segreta, livello per livello. A papà sembro triste quando viene a trovarmi in camera. Non capisce perché quando abbiamo i suoi amici a cena mangio di fretta e scappo in camera. Mamma è preoccupata perché a scuola le hanno detto che sono molto silenziosa, sono cambiata. La psicologa della scuola e la professoressa dicono due cose diverse. “è colpa di questi videogiochi” dice la prof, “no, la ragazza sta crescendo, il fisico cambia e non tutte le ragazzine lo accettano” replica la psicologa.

Io non devo ascoltarle, sono come le streghe maligne che fermano il cavaliere e gli indicano la strada sbagliata per non farlo arrivare dalla principessa. Io invidio quella principessa che ha un cavaliere che risolve i suoi problemi, che si fa in quattro per lei e non accetta la realtà che i nemici provano a fargli vedere. Lui va oltre e lei lo aspetta. Sa che sconfiggerà l’orco. Quando troverò l’arma segreta so che sarò felice. È il mio unico obiettivo. Anche a scuola ormai non penso ad altro. Certo un po’ ne risente lo studio, ma poi recupero. Anche le mie amiche mi trovano un po’ strana. Anzi mi giudicano infantile, loro osservano e ammiccano i ragazzi della classe, ma mirano a quelli più grandi e invidiano Marina che è ripetente e ha il fidanzato con la macchina vera. Mica quelle lattine ambulanti che i genitori iperprotettivi comprano ai figli al posto del motorino.

Ieri mio padre ha parlato con i professori, è tornato nero. Non ha neanche provato ad ascoltarmi; “o studi e recuperi, o ti scordi questo schifo di console!”, ha ruggito. Stava per prendermela e portarmela via. Dopo mesi di silenzio e di passività, oggi ho reagito. Devo averlo guardato male, molto male, perché si è preoccupato, gli ho detto solo “fammela tenere per un giorno, domani te la do e non ci giocherò mai più”.

Non mi ha creduta. Mi ha lasciato la Play, ma sottovoce ha detto a mia madre che domani avrebbe chiamato una psicologa per cercare di capire, per farmi curare “da una che ne capisce”. Se avesse ascoltato almeno una volta avrebbe già capito.  Stanotte ho fatto le ore piccole, per vedere dove si trovava questa benedetta arma segreta. L’ho trovata, ho capito come si sconfigge l’orco. Ho salvato il livello, pronta allo scontro l’indomani. Ero molto stanca e volevo affrontarlo tranquilla. La mattina dopo ho fatto colazione, sono uscita per andare a scuola.

Papà mi ha detto che di pomeriggio saremmo andati “da una loro amica che voleva parlarmi”, “va bene” ho risposto contenta, mio padre mi guardava come se fossi pazza. Sono arrivata davanti scuola e sono andata oltre, volevo affrontare il livello finale, avevo l’arma segreta e sapevo come sconfiggere l’orco. È stato più semplice del previsto. Basta andare dagli uomini vestiti di blu, proprio accanto alla scuola. Nel mondo reale si chiamano poliziotti, dire il proprio nome e cognome e raccontare di come, per tre volte, il migliore amico di papà approfittando dei pomeriggi che i miei erano al lavoro fosse venuto a casa. Io mi fidavo, mi teneva sulle ginocchia da piccolina, lo chiamavo zio. Ma zio non mi ha tenuto sulle ginocchia, stavolta, per tre volte, ha fatto inginocchiare me. Sarò ancora piccola per certe cose come dice mio padre, ma anche da grande credo che mi faranno schifo.

Poi mi ha detto di non parlare, che era una cosa nostra. Per tante sere è venuto a cena da noi con sua moglie e i suoi figli piccoli. Io sentivo scorrere addosso la stessa sensazione appiccicosa della bava vomitata dall’orco al cavaliere per impedirgli di arrivare alla principessa. Così ho giocato alla play. All’inizio era perché non volevo stare a pensare, quando l’orco andava via dopo le porcherie che mi aveva fatto fare, era per scacciare i fantasmi. Ma poi ho capito che il cavaliere dalla principessa ci deve arrivare.  Perché  l’orco vuole convincerla a essere sua e dice che è amore, che gli altri non capirebbero.

L’amore però non può fare lo schifo che sento io, non è nelle parole inascoltate dai miei, quando insistevo per non restare a cena quelle sere, quando non volevo che mi facessero accompagnare da lui a danza. Ho giocato per liberare la principessa, ora so che c’è l’arma segreta. Si chiama denuncia. L’orco viene sconfitto, ma la principessa non ha tanta voglia di festeggiare, anzi, diciamo che dopotutto si sente anche morire dentro un po’.