Con dentro la sete

Sensi
slacciati
inzuppati
afferrati
sfiorati
ustione di corpi
di guerrieri arresi

Respiro
furore di quiete
capelli sparsi

Labbra
tra la luce e l’ombra
assaggiare
lenire
sgorgare lento

Cavalli in corsa
odori
distesi
nelle cavità

Occhi socchiusi
con dentro la
sete.

foto: Laetitia Casta per Isserman

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Padre (si spera) nostro

Padre nostro, sei nei cieli?, nel dubbio santifichiamo il tuo nome. Non sia mai ci rimettiamo il paradiso. Preghiamo per chi non ha diritti. Ovvero i bambini.

Fa che i grandi capiscano che il globo terracqueo è in prestito, devono restituirlo a chi verrà dopo di loro, fa che “piccoli” non sia la dimensione dei diritti del bambino, anzi fa che gli stessi diritti siano più dei doveri almeno nell’età dell’innocenza. Fa che i bimbi siano i primi punti di riferimento in ogni sviluppo dei rapporti umani, comprese le beghe tra genitori i litigi, i conflitti mondiali farciti di mine antiuomo. Abbi cura di loro fino a sembrare ridicolo, concedi la iperprotettività delle mamme occidentali anche a chi non sa come salvare dalle fauci della fame e degli stenti i propri cuccioli.

Fa che tutti, abbiano un plotone di tate e fa che siano essi ricchi o siano spiantati, possano preservare i propri figli da traumi con la T maiuscola, concedici di insegnargli i grandi dolori per meglio comprendere le grandi gioie ma tienili lontani dai primi il più possibile. Fa che in certe occasioni i figli possano essere ignorati. Nel senso di lasciati in pace, preservati da pedofili, ma anche da psichiatri infantili arroccati in manuali freudiani ma poco avvezzi alla realtà.

Se possibile proteggili anche da noi genitori e dalle nostre perversioni di educazione perfetta, complessi di colpa e shopping compulsivo di giocattoli, abbi cura di loro anche di fronte a maestre con sindrome da appiattimento cerebrale e omologazione infantile, ma anche governanti collusi.

Fa che nel loro vocabolario siano classificati desueti i termini, mafia, strage, camorra, n’drangheta, guerra, violenza, stupro e chi più ne ha più ne ometta per sempre. Fa che possano respirare come in cielo così in terra, senza esalazioni mefitiche o cumuli di rifiuti con cui dividere la loro vita, dagli oggi il loro pane quotidiano senza doverselo sudare. Inducili in tentazione, specie chi muore di fame fa che ceda e abbia cibo con cui peccare, dagli da mangiare fino a sazietà. Rimetti a loro i nostri debiti, perché non li paghino per noi.

Fa che nessuna colpa precipiti su di loro a causa nostra. Concedi a loro un altro Sordi, Tognazzi, Gassman, Totò, Stanlio e Ollio, Monicelli, o comunque chi, attraverso note, arti visive, vie per arrivare al cuore attraverso i sensi, gli muova qualcosa che porti alle lacrime, di gioia ma anche di dolore perché commuoversi significa far riportare alla luce anche le cicatrici che è giusto che abbiano, sperando che la vita non gli faccia troppo male.

Fa che abbiano ricordi, perché così potranno chiamare la loro vita, vita, l’unica cortesia per i grandi, fa che nessun genitore sopravviva mai al figlio, perché questa cosa dovresti considerarla un crimine contro l’umanità. Così sia, perché così dovrebbe essere.

beneficiodinventario.blogspot.it/2011/09/padre-si-spera-nostro.html

Niente è solo una parola

Mi piacerebbe incontrare uno sconosciuto. Si, uno sconosciuto dalla voce familiare, disse Anna guardando Irene. Sedute al bar per il loro solito caffè quando era possibile.
Sotto lo sguardo interrogativo dell’amica, Anna proseguì.
E’ difficile narrarsi. Dentro un proprio racconto ci sono sempre i nostri alibi, le paure, le interpretazioni fuorviate degli anni trascorsi, abbiamo imparato a ‘scontarli nella pena’, abbuonando e perdonando gesti, parole, azioni. Abbiamo edulcorato le operazioni fatte a cuore aperto e reso la chirurgia una finestra per aprire e chiudere il cuore, non senza cicatrici.
Uno sconosciuto che guardi senza indagare, osservando quello che resta nei gesti, nei silenzi.
Senza stereotipi, senza etichette. Classificazioni.
Sopra una zattera dove salire a piedi nudi ed un asciugamano appoggiato sulle spalle per ripararmi dal sole e farmi spingere nelle risalite dal vento.
Vorrei non dover dire ‘buongiorno’ per cortesia e ‘come stai?’ tanto per dire.
Uno sconosciuto che conosca i miei sogni come istantanee che li accarezzi e non chieda nulla in cambio. Una tratta di tempo da condividere, un film da vedere senza cellulare acceso, un mare di silenzio da ascoltare dentro una macchina con la pioggia che rumoreggia.
Irene si spostò per accarezzarle una mano “non hai bisogno di niente, solo di quello che non si può comprare..”

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Nostalgia solubile

E quando hai perso, ti restano quei pochi ricordi, con i quali toccherà fare un collage di istanti, di momenti rattoppati tra loro. Sbiadiscono le facce, le espressioni col tempo. Resta un alone che non puoi schiarire passandoci la mano sopra, come si fa con un vetro appannato. Resta la certezza di aver ricevuto un ‘dono’, magari poco considerato. Spolverato solo troppo di rado, si stringeranno le pareti dello stomaco in un poco di nostalgia solubile ed il profumo della primavera da guardare da lontano, ogni tanto sembrerà rincorrerci.
Potremmo avere ed essere un pezzetto di vita di qualcuno, quella nicchia nascosta e segreta che accende un tremore interno e ti fa dire, semplicemente, quella volta lì, sono stato amato.

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Foto René Groebli

 

In una tazza di zucchero e caffè..

Pochi sanno come edulcorare momenti. Ci sono persone che arrivano camminando piano sulla ghiaia, all’ombra di cipressi tutti in fila. Un uomo morbido, accogliente. Un sorriso accennato con pudore.
Il rispetto dentro le mani che accarezzano piano ogni minuziosa cosa passi vicino.
Tende la mano verso il mio viso, una carezza lieve, come per asciugarmi una lacrima che tarda a scendere.
Ferma tra la pupilla osserva con un vago tremore mentre l’uomo, sconosciuto ai più mi accompagna.
Guardiamo insieme in silenzio i nomi, le scritte, le date. Rabbrividisco un poco. C’è tanto silenzio.
Di quiete e di pace. Di profumi recisi dai rami e dai prati. Di incensi. Di ninnoli lasciati a tenere compagnia ad anime troppo tenere. I pensieri si accavallano uno sull’altro tenendosi per mano.
L’uomo dalle braccia morbide mi fa strada mentre racconta di vite oltre la vita, quella che pensiamo di percorrere solo perché esseri parlanti e in movimento.
Portando una mano al  torace in due parole mi dice “sono un trapiantato, sa?”. Devo la vita a chi, qui, per molti han smesso di percorrerla. In quest’altra, invece ne è riposta davvero tanta.
Lui, apre “scatole” di abiti grigi, blu, neri. Di abiti bianchi. Scatole piccole, tenere. Doppie vite.
Con cura raccoglie quanto rimasto negli anni e ricompone come in un sunto. Accarezza capelli e pelle e ossa. Scarpe inutili per camminare, respirando le sensazioni di chi abita questo strano posto che oltrepassa e vive un’altra vita. Piena di quiete e tempeste finite, di riposi e di prati. Non ha il timore dell’ ogni giorno, l’uomo dalle braccia morbide.
Assapora ogni secondo ed istante. La mastica piano in ogni boccone d’aria deglutito.
Prezioso ogni singolo fotogramma di luce vissuto e indelebile film idrolipidico fuoriesce dagli occhi dallo sguardo sommesso.
Conosce storie, aneddoti, contorni. Comprende paure, omissioni, bugie, stratagemmi e rifiuti umani, tutti quelli che per altri, sarebbero ostacoli, muri.
Sussurra e parla piano, mi da il braccio, sostenendomi come se dovessi scendere una scala dai gradini che non si possono contare. Ci fermiamo davanti ad una parete vuota. “Qui, verrà qui la scritta” dice, aggiungendo, “ci sarà sempre, lo sa vero?” . Annuisco piano, riconoscendogli il merito di conoscere quanto da me rifiutato finora. Bisogna scendere scale e salirle. Restare senza fiato e inspirare senza tachicardia. Non siamo solo il battito, la pulsione, la voce, la fame, la sete. Siamo il sonno dei giusti e degli ingiusti, siamo un volo lontano e vicino dentro le molecole di Dna, vaganti pensieri di oggi e di ieri, attraverso una stretta di mano, un abbraccio, lo sfiorarsi di pelle e pensieri in un gettito continuo e perpetuo.
In una tazza di zucchero e caffè, bevuto a piccoli gesti, riconosco che vivere è anche un poco morire.
E andare via, non è mai lasciarsi per sempre. Ma continuare un racconto..
(never say never, say hallo..)
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Il san Valentino di Marco

marco_pantaniL’anima è costretta in un corpo, quando diventa leggenda, l’anima deve andarsene dal corpo. È facile, un ragionamento logico. Possono attaccare il tuo corpo, possono farlo ingrassare, dimagrire o invecchiare. L’anima non possono toccarla.

Possono dire che sei fasullo, possono dire che ti imbottivi di schifezze, ma avranno solo il guscio. Possono prendermi un braccio, una gamba, possono dirmi che non farò più un metro senza qualcuno che mi accompagni, possono chiudermi in un ospizio e prendere la chiave , darmi semolino e farmi vedere il parco un’ora al giorno. Ma non potranno fare nulla a lei. Lei potrà sentirsi degradata, si agiterà come una lucertola schiacciata, ma a differenza di una lucertola a lei possono portare via anche la testa, ne avrà subito una nuova. E un’altra e un’altra. È lei che soffia dentro questa carcassa è di lei che sento il grido in questa notte di silenzi, è solo lei che mi chiama al telefono mentre sto attaccato alla tazza del cesso, è solo lei che tratta con me il prezzo della tenebra che ci avvolge.

Noi eravamo una cosa unica, la sentivo, avvolgermi con il suo calore nelle vette innevate, darmi aria nelle strade cotte e liquefatte dal sole. Lei era lì, dietro di me se c’era da spingere, davanti a me se c’era da incitare. Anche quando non c’era nessuno lei c’era. Anzi quando non c’era nessuno era meglio. Chi vince è sempre solo? No, c’è lei. Lei anche da soli si metteva accanto a me e si strusciava come un gatto. Era buona, non mi faceva mai pesare quanto dovessi tutto a lei e a lei sola.  Lei è con me, tra queste mura, permeante, avvolgente.

Lei non le mie gambe, lei non il mio sponsor, lei non la mia testa, lei lei lei. Senza uno scopo, senza un utilizzo, lei esisteva e io vincevo, io ero il motore che muoveva quelle due ruote, ma lei era il carburante. Nonno, non è in me che hai acceso un lumicino poi diventato incendio, ma in lei, che cercava la maniera di venir fuori, tu l’hai istigata, incitata, sei il mandante di questo trionfo improbabile, tu mi hai dato per primo una bici, il veicolo che mi ha fatto metà uomo e metà Dio, il più scassato degli Dei, quello che più di tutti si fa troppe domande. Se fossi nato archivista, nonno, nessuno mi avrebbe imitato. Nessuno avrebbe avuto lacrime di gioia per me, nessuno a rasarsi i capelli o farsi il pizzetto biondo. Nessuno avrebbe qualcosa da dire se io da domani decidessi di non svegliare più questa carcassa.

Se fossi archivista. Non amori tra onde di folla non il mio nome tra giganti, ma scartoffie, faldoni e il dna di un padre che farà un figlio a sua volta archivista.

Non sono cresciuto, non sono invecchiato, non sono partito, non sono tornato, non ho mai vinto né perso, ha fatto tutto lei. Non a caso è femmina e come tutte le femmine decide anche per il più grande degli uomini.

Si sta facendo tardi e mi gira la testa, adesso che sto in questa stanza calda e accogliente, una stanza piccola quanto un ventre di madre, che mi accoglie e mi fa rinascere. Non archivista, non leggenda, ma neanche quello che è stato dopo.

Io non posso fermare lo stillicidio del tempo e dei miei detrattori, non posso dire più cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Io non devo giudicare chi mi giudica, io perdono chi non perdona. Io ti guardo e mi sento un po’ te, vorrei venire con te, ma prima mangio un boccone. A pancia piena ragiono meglio, mi si sazia il dubbio e l’incertezza, adesso che ho mangiato lo so. Io che sono unico, vorrei essere te che mi hai reso unico. Vorrei essere la mia anima e staccarmi da me e magari incrociare Cupido che in questa notte di S. Valentino vaga per la città, se mi affaccio al balcone siete tutti innamorati, per stasera mi sembra che ognuno abbia qualcuno che lo capisce, che lo comprende ma che è anche pronto a criticare se fa una cazzata. Io avevo sempre ragione, vincevo e avevo ragione, stravincevo e avevo ragione e amici e persone che volevano essere come me che vorrei essere come te, adesso. Nessuno che mi abbia mai detto “hai fatto una cazzata”. Io non so se ne ho fatte, non so se chi prendeva il mio braccio e mi proteggeva lo faceva per sbranarmi, io non ho mai lasciato la presa per primo, anche quando potevo piantare le tende del mio impero sulle pance di chi mi voleva far fuori. Io sono stato più forte di tutto, io sono indistruttibile, non temo i gatti neri che mi attraversano la strada, io sputo per terra indifferente levandomi di dosso i parafanghi delle macchine che mi investono. Io reggo il gioco, ma non sono io. È lei. Papà, mamma, amore mio, chiunque mi abbia conosciuto, adesso avete un guscio, che parla, fa la sua parte dice una battuta e ascolta l’effetto. Ho perso il sostegno, la stampella. Vedo che va via, adesso. Lo aveva detto tante volte che sarebbe andata via, adesso invece lo fa. È non potrei riacchiapparla nemmeno se ridiventassi “il pirata”. Lei ha la mia bandana, lei si veste di giallo, lei vince il Giro e il Tour, lei. Io sono solo un corpo che hanno chiamato Marco e adesso chiudo gli occhi e mi butto al suo inseguimento e non torno più in questa che adesso è una ostile bara di muri che reclama e avrà il mio corpo ma non me che volo come lei e macinerò ruote e metri, come quando ero il pirata e nessuno mi raggiungeva e non c’era Pordoi che mi resistesse.  Sono ancora qui e non mollo, dovessi arrivare fino in cielo per battere, almeno una volta in volata, la mia anima.

http://beneficiodinventario.blogspot.it/2011/06/il-san-valentino-di-marco.html

Quello che avevamo..

Abbiamo avuto stelle tra le dita, incoscienza infinita. Sospiri e mezze parole, sussurrate,
emozioni negate davanti ad uno specchio troppo limpido per potersi guardare..
Abbiamo contato i secondi e gli intermezzi tra essi, nutrito la pelle disidratata dal vento, annusato verità assolute riascoltando l’eco tra i capelli e le mani portate alle labbra..
Dentro vestiti innocenti nascoste anime irriducibili pronte a volare, senza protezione.
Ascensori, vortici senza fine, gallerie illuminate da ultrasuoni. Le nostre cavità.
Un cuore a luce pulsata,  tagliava immagini e le ricomponeva. Ogni volta.
Pur di non riconoscerci la bellezza, siamo disposti, a rendicontare 
“quello che avevamo”…

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I danzatori tra polvere di stelle

Fools Journal

Poussière d’Etoiles” è l’emozionante serie realizzata dal fotografo francese Ludovic Florent, il quale ha immortalato dei ballerini professionisti mentre danzano tra granelli di sabbia e farina. L’effetto ottico, grazie anche ad un uso sapiente della luce, è magico: proprio come suggerisce il titolo, i danzatori sembrano muovere polvere di stelle.

http://www.ludovicflorent.fr/

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