Non voglio andare a dormire..

Non voglio andare a dormire. Ci sono notti che non dormirei..mai.
Non voglio darmi la possibilità di sognare, perchè nei sogni non esistono ragioni.
Faccio la doccia attardandomi, il vapore dell’acqua calda mi costringe a rilassarmi, i pori si aprono ed il respiro si quieta.
L’acqua nel suo getto sulla fronte scivola, come il ritornello di una canzone e come il cancellino della lavagna.
A scuola era sempre un gesto liberatorio, cancellare a fine lezione.
Bello sarebbe poter resettare stati d’animo e ricordi che hanno sempre la sfrontataggine di riaffiorare quando vogliono, senza preavviso, senza potersi preparare, organizzare mentalmente.
Eppure si impara, a mettere insieme pezzettini di noi che sembravano evaporati mentre li ritrovo su una spalla, sul collo insaponato e nelle mani che scorrono. Allora accelero, faccio automaticamente una lista di pensieri, cose da organizzare, privandomi dei cinque sensi.
La vista, perchè ricordando vedo. L’udito che mi riporta dentro musiche senza note. Il tatto che associa i miei movimenti a carezze perse. L’olfatto e il gusto, ripescare nella memoria tutti i sapori allontanati e riportarli sotto le papille gustative, gradevoli e sgradevoli. La mente, ricorda perfettamente le nostre azioni. I palpiti, i dubbi, le incertezze. Il gioco, la paura, l’ansia.
Uno strano scherzo la memoria, riesce a farti sentire una parte mancante del corpo come ancora tua. Un arto che non puoi più usare come funzionante. Radici sparse come i neuroni che troppo spesso vagano in attesa di essere ricollocati.
L’accappatoio mi stringe, proteggendo la pelle nuda.
Ripreparo una lista delle cose da fare. Domani, si domani dieci, cento, mille cose da fare. Con un pensiero da arginare, un arto da tenere fermo, ed i cinque sensi da tenere sopiti. No, non addormentati, andrebbero a zonzo da soli in cerca di endorfine alle quali sorridere…Stacco delicatamente la spina, aspetto che la mia ‘batteria sia scarica totalmente’, come una lavagna pulita dove scrivere nomi dei buoni e cattivi.  E riuscire a non sognare.
Per questo non voglio andare a dormire.

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Non ero con me

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Dire e non dire
Capire,intuire, sentire…
E poi trovarsi dentro un labirinto
Di attese e silenzi.
Non ero con me
Solo una flebo finita
Scandiva il tempo
Della distanza dalla realtà.

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Senza una fine e senza un principio

I piedi nell’acqua trasparente del mattino con il sole che sorge, i sassolini e le piccole conchiglie insieme alle dita colorate, un brivido che arriva dall’aria della riva. La luce che si espande, apre le braccia come ad accogliere.
Mi spoglio piano, tolgo l’abito e la maglietta, le scarpe da tennis ed i calzini avvicinandoli alla borsa del mare. Raccolgo i capelli facendone una coda alta, voglio bagnarmi di sale e di sole fino al collo, alle tempie, agli occhi.
Scivolo dentro e tutto il resto scompare, le braccia, le gambe. Movimenti ancestrali a cullarmi dentro la mancanza di onde. 
Una calma piatta che mi accompagnerà mentre il mio corpo perderà le ultime gocce rimaste addosso, poi in macchina verso il rientro a casa insieme alla mia colazione di frutta e marmellate, di succhi e caffè d’orzo.
Non fumo più e gli odori sono rientrati nel mio inspirare, insieme alla voglia di camminare in pendenze, di salire, di scendere, di trattenere il respiro contando come facevo da bambina nella vasca per misurare la mia resistenza.
L’ho fatto ancora, contare. Tagliando verdure da mangiucchiare, osservando orologi che sembravano fermi e treni dimenticati. La numerazione che precede un “ce la farò” di un traguardo sempre diverso e sempre difficile.
I gabbiani non c’erano questa mattina, li osservo ora dalla terrazza, si rincorrono vicini, giocano.
I giorni che sembrano passare tutti uguali in realtà hanno sempre un raccolto diverso. Sorrisi, abbracci, parole. Nuvole bianche d’inverno con le parole dentro i fumetti dell’aria. Decisioni importanti, frammenti di vite spezzate, mosaici di colori i riflessi nel vetro del portafoto sul tavolo.
Ti guardo e sei ancora qui. La tua pelle è ambrata, i denti sorridono mordendo una pesca, rigorosamente senza buccia. La frangetta tagliata da poco, le spalle. Il tuo seno abbondante è una calamita per i bambini che corrono per ascoltare favole, seduti in circolo per terra con la bocca aperta. Burt, si è steso vicino vicino per farsi accarezzare mentre sembra ascoltare anche lui.
I cestini con il cibo preparato per le feste di compleanno per la caccia al tesoro, le torte con i personaggi degli ultimi cartoni animati visti al cinema. Piacevano più a noi che ai nostri ragazzi. 
E poi i Doors, i Nirvana, i Rem. Il mio modo di ballare che ti faceva sorridere stringendo gli occhi, era Elvis, era Be bop a lula…
Eravamo tutt’uno con il divano nei nostri film da rivedere e bambine con i vestiti da provare. La tua faccia da figlia dei fiori, gli zatteroni e l’abito blu con le margherite. Volevi lo indossassi io, perchè stava bene con il mio cappello, dicevi.
Abbiamo infilato lo stesso vestito quel giorno e preso il caffè ed il tuo braccio dal finestrino mi aveva salutato controsole.
Avevo scelto di giocare a tennis quella sera, tu su una moto che non riconosceva le curve di una strada maestosa e perfida.
Ti ho trovata vestita di fiori e profumi. Parole, parole da dirti cercando di non dimenticare nulla, neanche un micro pensiero.
Con la testa tra le mani, sul banco di una chiesa senza più spazio per respirare, te ne andasti.
La tua collana di perle ed il pancione, la tua foto. 
E non c’è più stato giorno durante il quale io non ti abbia pensato. Senza una fine e senza un principio.

A Paola, 25.06.1994 – 25.06.2014

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Lettori forti iniziativa di Cultura e Dintorni

“Lettori forti” è l’iniziativa promossa da Cultura e dintorni Editore per promuovere la lettura dei libri editi dalla casa editrice. Si tratta, come si può evincere dal Catalogo generale disponibile sul sito http://www.culturaedintorni.it, di una produzione ampia e differenziata che spazia dai romanzi, alle raccolte di racconti, alle sillogi poetiche, ai saggi, ai manuali, e che può perciò offrire a chi vi aderisce una gamma quanto mai eterogenea di novità e di corrispondenti stimoli da cogliere. Aderire all’iniziativa ha un costo di 200 euro annui. L’adesione permette di ricevere tutti i libri editi da Cultura e dintorni nell’arco dell’anno (tra i dieci e i quindici) e per due anni consecutivi i numeri del periodico bimestrale “Cultura e dintorni”.

Per ricevere info su abbonamenti alla rivista e sull’iniziativa “Lettori forti” scrivere a: redazione@culturaedintorni.it

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                                                                                                   Luca Carbonara

                                                                                             Cultura e dintorni Editore

In attesa di grazia senza giudizio…(Incipit)

Lo vedevo, si. Un tunnel bianco, incandescente. 

Un respiro dietro l’altro che cominciava a salire, lentamente e poi sempre più veloce, come il rimbalzare del cuore che sembrava uscirmi dallo sterno.
L’assurdo camice bianco senza faccia mi farfugliava parole, senza senso sulla mia vita o presunta tale.
Scientifiche parole assemblate in modo da fare poco rumore per chi le pronuncia, per abitudine. Da protocollo. 

Un occhio di bue incandescente entrando nello stomaco mi rovistava tra le viscere come le onde ripiegate nella schiuma prima di arrivare alla riva.
La sensazione netta dei rumori che arrivavano dall’esterno diventava ronzio di sottofondo mentre tenevo a bada il respiro per cercare di dominarlo o almeno prenderlo per mano.
Non posso più attraversare corridoi senza tenermi per mano, non ce la farei.
Le pareti laterali sono ora senza fine, senza confini orizzonti.
Eppure mi hanno spiegato come, dove, quando. 

Mi stanno dicendo che sarò nelle ‘loro mani’ e che pur impegnandoci reciprocamente, sarà difficile avere certezze, quindi viaggeremo, dicono, sui binari del ‘un passo dopo l’altro’ per monitorare il giorno che nasce.
Nascerà troppo presto mentre guarderò il soffitto e le gocce di flebo scendere piano, mentre i rumori delle infermiere ed il loro rossetto saranno l’unica distrazione a lasciarmi sentire umano.
Corteggiavo con gli occhi la mosca che aveva osato entrare, non sa dove sta sostando, ovviamente.
Odori che una volta entrati nelle narici, avevano impregnano le mucose tanto da sentirli ovunque. Sulla pelle che ora stava diventando stanca e sulle braccia dove non c’era più resistenza per introdurre. Si, sono arresa. Piegata, stanca, china, persa.
Tutti questi giorni passati a portarmi appresso una ’flebo viaggiante’ al posto della copertina di Linus, che vorrei ancora poter chiedere e urlare ad alta voce come il bisogno di tornare bambina.
Vorrei trovarmi a reclamare il diritto di piangere, di singhiozzare senza sentirmi persa, abbandonata in un oceano di freddo, di chiodi e di nulla, vorrei poter avvistare ‘terra’.
I miei compagni di viaggio in corsia hanno sguardi tutti uguali e tutti diversi.
Ci guardiamo bene dentro gli occhi a volte, altre ci evitiamo, come fanno gli innamorati, conserviamo lo stesso pudore.
Ci osserviamo senza farci accorgere e sappiamo quasi tutto dell’altro senza aver fatto nessuna domanda.
Tutti in attesa di grazia senza giudizio.

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foto da http://www.ilgiornaledivicenza.it/

Ricordi ?…no..

Si era vestita in fretta indossando un abito leggero dallo stile provenzale, le scarpe da tennis bianche.  E’ proprio vero che il nostro corpo spesso ci manda segnali per permetterci di rallentare, a volte obbligandoci a fermare tutte le nostre ossa .Camminava lentamente, Anna, pensando agli ingredienti necessari per preparare la cena. Il suo mondo colorato, veniva fuori quando sceglieva ai banchi del mercato, frutta e verdura.Questa stagione, l’estate, particolarmente ricca di colori era meravigliosa per lei.

Aveva acquistato le piantine di peperoncini,quelli che una volta spuntati, sarebbero diventati grappoli, lunghi e piccoli.

Anche quelli tondi, rossi e verdi. Sembravano mini alberi di Natale estivi.

Il profumo del basilico e della menta, del rosmarino e dell’erba cipollina in terrazza, mentre guardava il mare rincorrersi.

Peperoni, melanzane e zucchine per preparare il suo piatto preferito estivo, il cus cus con verdure e frutti di mare.

 

Era sempre una bella emozione, mettersi lì a tagliuzzare, amalgamare, sciogliere.

Così come fanno gli amici quando ti abbracciano, ognuno a proprio modo. Chi con un saluto veloce o con un sorriso, chi stringendoti forte.Arrivarono uno dopo l’altro, altri insieme. Gli amici. La tovaglia blu,  i piatti bianchi, le posate in ordine, i bicchieri. Per tenere il tovagliolo, fili di erba cipollina intrecciati con una piccola spiga di grano ed un papavero. Il secchiello grande per l’acqua ed il vino, ah si, i poggiaposate, per fare in modo di trovare una collocazione meno fastidiosa possibile alle posate già usate nelle pause di portata.

Anche il modo di decorare i piatti, le piaceva moltissimo. Chicchi di farro, foglie, frutta secca tagliata piccola.

 

Faceva così, ogni volta che si sentiva “sbilanciata” o semplicemente offuscata da comportamenti umani che le risultavano incomprensibili.L’aria della sera accarezzava le spalle delle signore già ambrate dal sole, sorridevano complici alle loro amiche, sbirciandosi un po’ qua e là,

osservando capelli, abiti, borse. Qualche chiacchiericcio furtivo tra loro, mentre gli uomini sbilanciadosi in complimenti e calici, sembravano attendere una partita. O anche solo di un abbraccio appassionato a fine serata, fiduciosi di un relax goduto e speranzosi di assenze di critiche post cena.A guardarli la tenerezza di una vita apparente, fatta di evase verità, di bacini sulla guancia per una foto ricordo, mentre durante gli ‘scatti’ ripassati più volte, altri si chiedevano qual’era la verità…di un lui e una lei, troppo vicini da essere lontanissimi, impegnati troppo tempo in lavori di imprenscindibile urgenza, e volti a noi tutti noti, per altri scambi di entusiasmi.Dov’era finita l’amica dal cuore d’oro di un’infanzia fa,  a vivere passioni fuori porta per sentirsi ancora viva nonostante i gioielli…Dov’era l’uomo che aveva compiuto mille prodezze per essere al fianco della ‘venere di Milo’ della compagnia?Dov’eravamo rimasti tutti? La musica e le storielle raccontate, innaffiate di vino fresco e cibo appetitoso, ci rendevano allegri, nei nostri sorrisi un poco spenti.Dov’era finita la semplicità delle nostre chitarre, delle mani sfiorate, di una birra gelata bevuta con uno spicchio di pizza, del sudore sulla fronte di te che mi baciavi chinandoti a respirare l’odore del lucidalabbra al sapore di fragola…Volevo ricordare. Le promesse delle amiche del cuore, di quelle con le quali condividevamo il letto singolo per dormire insieme, dei pugni di Mario sulla porta guardando Alice che si trasferiva con la sua famiglia in un’altra città. I cortei sotto scuola e quel giorno maledetto che te ne sei andata volando via da una moto..che non guidavi tu. La tua pelle accarezzata fino alla fine, l’odore dentro le narici di te, del tuo vestito e del rossetto poggiato sulle tue labbra carnose. E la tua voce nella segreteria telefonica…ascoltata per deglutire acqua e succhi di frutta per un mese intero.Ecco, avrei voluto vivere visceralmente la verità, le intenzioni, il coraggio, e morire ricordandomi di me, di te, di loro, di noi.Invece stasera, quando andrete via, sentirò nel cuore quella commozione lieve che si ha con i bambini al loro primo giorno di scuola, quando li crediamo  soli e indifesi. A volte la compassione ci salva la vita. quella stessa che brilla sulle dita di donne forse appagate, che porteranno felici i loro nipotini nei passeggini vestite da barbie di un nuovo secolo, e uomini vincitori e vinti a raccontar vicissitudini di un passato che rende ricco il presente…Ma io, ho scelto.Ricordi ?…No. 

 

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Il coraggio di cadere

Ho nascosto le braccia sotto il cuscino.  Lentamente il corpo si è avvicinato alle lenzuola ricoscendone ogni parte. Il respiro vagava in cerca di un prato dove sostare a rimirar le stelle. Un’ orsa maggiore tracciava il cammino per farmi raggiungere un sogno.
Qualcuno ha aperto la porta e la scia di pensieri ha perso la strada.
Ovunque vada il mio tallone d’Achille mi permette di sentire.
A volte, non mi consente neanche di sognare.. come per le ustioni, il sentire è sempre

su un trampolino che oscilla. Il coraggio di cadere..

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