In attesa di grazia senza giudizio…(Incipit)

Lo vedevo, si. Un tunnel bianco, incandescente. 

Un respiro dietro l’altro che cominciava a salire, lentamente e poi sempre più veloce, come il rimbalzare del cuore che sembrava uscirmi dallo sterno.
L’assurdo camice bianco senza faccia mi farfugliava parole, senza senso sulla mia vita o presunta tale.
Scientifiche parole assemblate in modo da fare poco rumore per chi le pronuncia, per abitudine. Da protocollo. 

Un occhio di bue incandescente entrando nello stomaco mi rovistava tra le viscere come le onde ripiegate nella schiuma prima di arrivare alla riva.
La sensazione netta dei rumori che arrivavano dall’esterno diventava ronzio di sottofondo mentre tenevo a bada il respiro per cercare di dominarlo o almeno prenderlo per mano.
Non posso più attraversare corridoi senza tenermi per mano, non ce la farei.
Le pareti laterali sono ora senza fine, senza confini orizzonti.
Eppure mi hanno spiegato come, dove, quando. 

Mi stanno dicendo che sarò nelle ‘loro mani’ e che pur impegnandoci reciprocamente, sarà difficile avere certezze, quindi viaggeremo, dicono, sui binari del ‘un passo dopo l’altro’ per monitorare il giorno che nasce.
Nascerà troppo presto mentre guarderò il soffitto e le gocce di flebo scendere piano, mentre i rumori delle infermiere ed il loro rossetto saranno l’unica distrazione a lasciarmi sentire umano.
Corteggiavo con gli occhi la mosca che aveva osato entrare, non sa dove sta sostando, ovviamente.
Odori che una volta entrati nelle narici, avevano impregnano le mucose tanto da sentirli ovunque. Sulla pelle che ora stava diventando stanca e sulle braccia dove non c’era più resistenza per introdurre. Si, sono arresa. Piegata, stanca, china, persa.
Tutti questi giorni passati a portarmi appresso una ’flebo viaggiante’ al posto della copertina di Linus, che vorrei ancora poter chiedere e urlare ad alta voce come il bisogno di tornare bambina.
Vorrei trovarmi a reclamare il diritto di piangere, di singhiozzare senza sentirmi persa, abbandonata in un oceano di freddo, di chiodi e di nulla, vorrei poter avvistare ‘terra’.
I miei compagni di viaggio in corsia hanno sguardi tutti uguali e tutti diversi.
Ci guardiamo bene dentro gli occhi a volte, altre ci evitiamo, come fanno gli innamorati, conserviamo lo stesso pudore.
Ci osserviamo senza farci accorgere e sappiamo quasi tutto dell’altro senza aver fatto nessuna domanda.
Tutti in attesa di grazia senza giudizio.

Immagine

foto da http://www.ilgiornaledivicenza.it/

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Tinturia – musica dal precariato

ImageLello Analfino e i Tinturia, stanno alla musica siciliana, come Goran Bregovic alla slava. Da sempre attenti a ritmiche che rappresentano la solarità sanguigna dell’isola, ma mai distratti o superficiali.

Le loro canzoni pur allegre, invitano a riflettere sulle tematiche più pesanti del nostro tempo. Basti citare “extra”, canzone sugli immigrati che arrivano con i barconi a Lampedusa, solo per lavoro, ritmica che invita alla danza, ma testo di denuncia pura delle condizioni in cui vengono trattati. Nelle loro canzoni non mancano mai gli argomenti di peso, mafia, politica corrotta, crisi economica.

È uscito il loro ultimo album dal titolo che già da solo ritrae la condizione italiana: Precario. La canzone che dà il titolo all’album è una ballata in cui si evidenziano le difficoltà di chi, con lavori improbabili e saltuari, cerca di mettere insieme il pranzo con la cena.

Il video della canzone è molto bello anche per il ricordo che vuole evocare. Lello Analfino, voce e leader del gruppo, impersona Nono Manfredi nel film “cafè express”, che girava in un treno di vagone in vagone senza biglietto per vendere caffè.

L’album raccoglie bellissimi inediti, tra cui canzoni più serie e commoventi, come “madre natura”, dedicata alla gente morta o senza casa, per gli smottamenti nel messinese. In più anche una parte live, dove i Tinturia danno il meglio di loro, davanti al pubblico c’è la vera simbiosi e la capacità di dimostrare il loro valore immenso.

Vanno seguiti e vanno ascoltati, in questo panorama apparentemente grigio, la musica propone ancora gemme di qualità.

Il virus on tour: Dr Jekyll e Mr AIDS a Trieste

OggiScienza

DSC_6355EVENTI – Il Museo Revoltella di Trieste venerdì 6 giugno diventerà il palcoscenico della prima dell’opera di teatro scienza “Dr Jekyll e Mr AIDS”, scritta da Francesca Serra e Lorenzo Acquaviva. L’idea alla base dello spettacolo è riproporre l’eterna lotta tra il bene e il male in chiave moderna e scientifica.

“La peculiarità di quest’opera”, spiega Lorenzo Acquaviva attore e co-autore, “è la scelta di far parlare il virus, il virione dell’HIV.” Il protagonista, vestito in gessato e bombetta, è proprio Mr AIDS ed è lui, “privo di morale ed etica, libero da qualunque tipo di preclusione”, a raccontare la sua storia. “Mr AIDS ha una connotazione borghese e raffinata” aggiunge Acquaviva, “perché, come spiega lo stesso virus sulla scena ‘Io non sono un virus qualsiasi, mi nutro, cambio, evolvo. Darwin sarebbe fiero di me’”.

Il virus non è però completamente solo sulla scena, a rispondere alle sue…

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