Il lago Wobegon

54673-28Si chiama sindrome del lago Wobegon. La scoprirono tempo fa gli psicologi americani e adesso sembra si amplifichi con i social. La sindrome porta a vedere la realtà dei propri pregi di gran lunga superiore ai propri difetti. Wobegon è un luogo inventato, dove tutti sono perfetti.
Le proprie virtù sono da elite, i propri difetti, o quello in cui non si eccelle, non sono importanti.
Sui social si è amplificata. Ci viene data una platea che può essere di pochi spettatori o migliaia. Per questo tendiamo a distorcere. In un libro molto interessante che ho letto da poco, l’istinto di narrare di Jonathan Gottschall, viene detta una verità che era alla luce del sole, siamo nati per narrare, per seguire e raccontare storie, trasformiamo un normale dialogo al lavoro, in un duello rusticano in cui perfino il nostro capufficio ci ha chiesto scusa, quando lo riportiamo con mogli e parentame. La nostra voglia di narrare, nei social si è esasperata, siamo tutti convinti che la nostra vita sia un’appendice di un romanzo avvincente, invece è più interessante un’appendicite.
La spiegazione a tutto questo volersi esprimere sul virtuale è semplice come respirare. Quando parliamo a tante persone dietro una tastiera, spesso siamo ascoltati, siamo seguiti, qualcuno ci fa capire che quello che diciamo gli interessa, e ci fa sentire accuditi.
Perchè mai dovremmo voler tornare al reale, dove magari siamo l’ultima ruota del carro? Per molti è così.
Inoltre le recenti tesi danno una risposta diversa al nostro bisogno di Social. Se prima si credeva che il social amplificasse la solitudine della vita “reale”, ora la risposta cambia. I social sono la risposta, la soluzione alla nostra solitudine, in un’epoca di egoismo, chiediamo aiuto a loro. E c’è da preoccuparsi.
Questo pericolo, è tanto maggiore, quanto c’è una discrepanza sul ruolo che abbiamo sui social, sui follower, sull’immagine che si ha di noi, e la realtà e il riscontro che abbiamo nella vita faccia a faccia e non faccialibro.
Per chi ha voglia di raccontare senza troppe distorsioni non c’è da stare allegri. Secondo gli psicologi, per saper essere buoni narratori, bisogna avere un pizzico di bassa autostima se non depressione. Chi non ha una buona valutazione di sè, riesce a descrivere i fatti senza lodarsi o senza forzarli. Insomma sembra che ci voglia una tara, uno sbeccamento, per essere davvero capaci di affabulare.
Nel libro c’è un messaggio preciso che mi piace riportare, proprio per non essere troppo affetti dalla sindrome wobegon.
“Sappiate rendervi conto di quanto il vostro narratore interiore si spinge troppo oltre: siate scettici verso tutti coloro che vedono sempre cospirazioni, verso ciò che postate sul vostro blog e verso tutti i racconti autoassolutori dei litigi con coniugi e colleghi di lavoro”.
Ci vediamo tutti al lago Wobegon, portate da bere.

 

http://beneficiodinventario.blogspot.it/2014/08/il-lago-wobegon.html

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Imparare a volare

Una mattina d’estate, col cielo che si stiracchiava per mandar via le ultime nuvole,  Anna era rimasta incantata a guardare il lento sollevarsi del sole. Sulla riva del mare, con i piedi in acqua e la pelle d’oca dei brividi sulla pelle.
Ogni centimetro avrebbe potuto raccontare un aneddoto,un momento di vita.
Gli odori dell’infanzia attraversata a stenti tra la necessità di crescere e il desiderio di non spostarsi.
I dubbi e le mancanze di una adolescenza ricca di titubanze e timori. Donna. Era stata donna e grande e capace. Intelligente fin troppo.  Si può essere intelligenti e prendere abbagli, commettere errori grossolani? Si.
Un compasso avrebbe potuto inciderle un cerchio perfetto sulla pancia. Dentro c’era Anna. Un liquido amniotico portato addosso e rivissuto con l’arrivo dei suoi ‘ragazzi’. L’abbandono delle persone,parole e cose lasciate dentro un sacchetto di lino con dentro rametti di lavanda.
Il vento leggero le spostava i capelli, come le onde che ora facevano un rumore familiare e ritmico. Una danza. Una culla.
Andirivieni.  Siamo dentro un andare e tornare. Situazioni, amori, dolori, malattie, gioie e occhi pieni di vento. Perdono sempre un po’ di leggerezza gli occhi pieni di vento. Sono languidi, mesti,arresi e veri. Accolgono chi si avvicina piano.
Si rivesti’ col suo maglioncino e l’abito smanicato. Seduta ad un caffè vide una figura avvicinarsi. Una donna dimessa che le chiedeva qualche spicciolo e di leggerle la mano.
Anna sorrise in modo dolce lasciandole le monete che aveva e la salutò andando via. Era già in macchina quando la trovò davanti il finestrino, disse solo: “prenditi cura di te, hai gli occhi troppo pieni di vento”. .accelero’ andando via,forte, così forte da coprire ogni rumore intorno. Troppe volte aveva desiderato sparire come il vento…ma doveva ancora continuare ad imparare a volare.

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