Spazi per l’anima

Anna se ne stava seduta di fronte al quadro appeso alla parete. L’aveva portato via dalla mostra poche ore prima. Era rimasta rapita. Rappresentava il tutto ed il niente che aveva dentro. Le aveva rapito l’anima. Una frase fatta? Forse…
Amava da sempre il bianco e nero, le raccolte di fotografi famosi facevano parte della sua biblioteca. La portavano indietro diceva lei, nei contorni nitidi si sentiva contenuta, avvolta.
Questa volta non era stato così, questa gigantografia su tela di una foto a colori l’aveva conquistata.
Seduta con i gomiti sulle ginocchia, continuava a fissarlo, in ogni punto, in ogni sfumatura, trovava giorni, momenti, istanti, parole. Trovava visi, espressioni, gesti. Abbracci teneri e contorsioni di slanci, di corpi che si appartengono e di respiri veloci. Di mani rugose e tenere sul viso e il profumo dei capelli infantili sul suo seno. Doveva esserci “l’anima” pensava. Ma dov’era il fulcro, dove la messa a fuoco di questa immagine?
Forse tra le acque di un mare in movimento, nello scintillio del cielo, in quella frazione di secondi che avevano permesso ad un “occhio magico” di rappresentale?
Anna, sussultò un solo momento, dalla cucina il profumo di cibo, la tavola era pronta. Preparata con attenzione, i fiori scomposti vicino i bicchieri ed il vino lasciato a respirare. Ricordi, emozioni.
Esultiamo in silenzio con gli occhi persi dentro un attimo mentre “l’ANIMA” lo trattiene per sempre.

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Di sensi e parole

A volte mi chiedo perché una tastiera, anche da smartphone, una penna, un foglio bianco, riescano a riempirmi.In realtà non so mai dove finiranno le parole, neanche da cosa cominciano..Fanno un giro strano i miei pensieri, buttati qui o li, inizialmente senza senso, per raggiungere luoghi di me, dimenticati, tenuti nascosti o solo celati prima di tutto a me.
Riesco ad allontanare persone che amo, per difenderle o per non dover sentire la parola “fine”.
Sono in grado di immedesimarmi al punto di provare dolore fisico nel raccontare storie avvertite solo nei gesti, negli sguardi. Frammenti di pensieri che diventano un mosaico. Una foto sminuzzata e ricomposta.
Ci vivo dentro, ci viaggio. Ogni tanto ci sono ombre, corpi, voci, visi, occhi, gote, ricordi di piccole mani, il collo dei bambini nella tenerezza infinita e mai finita.
La commozione dello stringersi, abbracciarsi, appisolarsi tra le braccia e l’odore dei respiri.
Svegliarsi di sensi e parole, cercare ustioni, porte che si aprono, luci che si accendono così forti da voler socchiudere gli occhi. L’impossibilità di tenere ferme le gambe nella paura e nelle emozioni. Tremori. Crederci è la parte più difficile. Allora racconto storie, di te, di me, di noi, di altri, di donne, di uomini, di amanti felici e disperati, di cortei di anime sole, di solitudini dai sorrisi stampati, di musiche tenute dentro una cassaforte, di nudità pudiche e sfrenate, quando solo il sentire davvero, lo concede, lo strappa alla stessa timidezza e lo rende regalo esclusivo.
E’ tutto dentro una ampolla di liquidi tenuti in circolo e circoscritti, protetti e consumati nel tempo possibile, a volte impossibile. Quel che resta depositato dentro una clessidra che scende e che sale è il vapore rappreso in gocce di sangue e rugiada. A volte, fa quasi paura…

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Senza amore si muore

Anna se ne stava seduta con le braccia penzoloni nel lavandino del bagno, mentre l’acqua scorreva. Intorno solo vapore e ovattato silenzio.
Ne aveva bisogno.
Piccoli rumori di sottofondo sembravano ora detonatori, sussultava, tremando un po’.
La notte aveva avuto lancette di orologi fermi, rimasti immobili dentro le braccia feroci di chi l’aveva afferrata, ferita, immobilizzata, violata.
Aveva recuperato le forze per inviare un sms alla collega in ufficio; un breve messaggio:
“non sto bene, rientro tra qualche giorno”.
Ore sotto la doccia, lo scroscio dell’acqua sulle sue ferite sanguinanti, l’odore dolciastro sulle labbra tagliate nella lotta, a cercare di resistere, ad opporsi..
Era uscita dall’ufficio un po’ più tardi, trattenendosi per ultimare lavori che prevedevano scadenze; era stata una buona giornata. Almeno così sembrava.
Arrivando aveva preso anche delle primule da sistemare sulla sua scrivania.
Nella pausa pranzo la pizza consumata sul lungomare in una splendida giornata di sole, con l’odore di salsedine che aveva accarezzato la sua gonna morbida, le gambe appena accavallate sulla panchina di fronte al mare. Il vento leggero le cingeva le spalle, portavano il peso di una vita di grandi salite e poche discese, le sue spalle.
Erano cresciuti i capelli di Anna, morbidi le coprivano quasi tutta la schiena. Regalavano una femminilità raffinata e sensuale. Mai volgare o fuori luogo.
Anche il suo trucco era lieve. Nel corpo di donna, qualcosa che ricordava l’ingenuità, il pudore.
Aveva parcheggiato la macchina in una piccola traversa, era quasi estate ed i parcheggi scarseggiavano già da un po’. Non aveva particolarmente fretta, uscendo aveva preso una bottiglietta d’acqua, una cartellina e la sua borsa.
Un appuntamento l’aspettava, due chiacchiere con la sua amica e poi a casa dai suoi piccoli che l’attendevano.
Aprì con il telecomando l’auto e provò a sistemare le cose che aveva in mano nei sedili posteriori quando sentì come crollarle addosso una parete..
Stesa, incastrata, le ginocchia immobili mentre sentiva tremare il suo corpo ovunque.
I battiti impazziti sembravano uscirle dalla gola che non emetteva suoni, solo un rumore rauco.
La compressione del corpo di un uomo addosso. No, non un uomo, un animale in cattività.
Le teneva la nuca schiacciandole la testa sui sedili, con le ginocchia immobilizzava la schiena in un dolore lancinante.
Nel divincolarsi, reagire, subì colpi come raffiche.
Pugni, calci, schiaffi arrivati come uno scaffale che crolla inesorabilmente addosso ad un bambino, la voce le uscì nella disperazione più grande in un unico grido di aiuto…
Ancora un colpo, tra la fronte e lo zigomo, le luci del giorno che stava finendo si spensero.
Gli occhi provarono ad aprirsi, mentre una sequenza accecante di on e off, sembrava aver preso il posto della possibilità di pensare, capire, reagire e morire.
Si morire. Si muore dentro dieci, quindici minuti di furore.
Si muore dentro una notizia che ti lacera comunicata troppo in fretta.
Si muore bevendo sonniferi tutti insieme per non sentire più, per non ricordare il maleodorante sudore sul proprio corpo, come un bisturi infilato nelle membra che urlano.
Pensieri che circolavano come un’ossessione, viaggiavano dentro lo scorrere perpetuo del detergente, strofinato al limite del dolore, ininterrottamente su ogni minuscola parte di pelle.
Dentro le orecchie, nell’incavo del collo, sulla cute tra i capelli, all’interno delle braccia, delle gambe.
Senza perdonare il suo corpo, per aver permesso, ceduto.
Nonostante le ferite ed il sanguinare..
Come immersa dentro un fiume, il cadere dentro un vortice.
Un solo pensiero, lasciarsi portare, giù. Soffocare, sprofondare.
È un fiume. Mi scorre fra le mani, ora bagnate. Tutta l’acqua mi passa fra le palme aperte, e d’improvviso non so se le acque nascano da me o verso di me fluiscano
Questa frase rimasta impressa e ripescata dalla sua memoria, faceva ora il giro nelle cellule, nei pori.
Seduta sul bordo della vasca con le braccia dentro il lavabo, mentre l’acqua scorreva ed i piccoli rumori del giorno la facevano sussultare, ad un tratto sentì i piccoli passi arrivare.
Nudi, piccoli e morbidi i piedi di Luca.
In una scintillante risata disse:” Mamma, mamma, sei nuda ?”
A sette anni, sorrideva alla vista di sua madre sotto la doccia.
Anna infilò velocemente l’accappatoio giallo, e cercò di coprire al meglio le ferite sul volto sciogliendosi i capelli.
“Mamma, cosa ti è successo?” chiese Luca guardandola.
Dopo un solo momento Anna rispose:
” Sono caduta, amore. Ma non preoccuparti, ho già lavato tutte le ferite”
I vetri appannati erano lì pronti al loro gioco di sempre.
Luca cominciò disegnando un fiore.
” E’ per te mamy, che cadi, inciampi e ti fai male ”
Lei stese il braccio e con l’indice disegnò un cuore. ” E’ per te, Luca ”
Senza amore si muore
Erano trascorsi secondi, minuti, ore, giornate.
Silenzi grandi come temporali da tenere stretti nello stomaco e nel cuore.
Un cuore pieno di cerotti. Rammendato, ricucito.
Ogni tanto tornava a sanguinare e bisognava attendere.
Il coagulare di gocce di sangue infetto che fuoriusciva.
Le parole uscirono pian piano nel raccontare a Max l’accaduto.
Parole, piene di pianto e lacrime a bagnare lenzuola, e vetri del tergicristallo e attese di pioggia. Da allora non usò mai più un ombrello.
Le piaceva bagnarsi di pioggia. Lavarsi anche un po’ l’anima.
Seguirono gesti d’amore rifiutati, negati. Oltrepassati, saltati a piè pari.
Le stesse parole nei dialoghi con la sua amica psicologa, per sviscerare e provare a capire ciò che non era possibile comprendere.
Mesi e anni volati dentro calendari in attesa, un ‘avvento’ protratto nel tempo.
Il tempo, si. Aveva assunto la consistenza di un sogno. Un incubo dal quale svegliarsi.
Ora, era dentro una parentesi tonda che racchiudeva un pensiero.
Anna sul divano, era intenta a leggere un discorso diretto dentro la narrazione, e la sua immaginazione la portò vicina a pensieri che sembravano ‘sottopensieri’.
Quelli che per paura non sillabiamo neanche a mente.
A volte il timore di sfiorarli diventa percezione concreta.
Seguendo questa considerazione, Anna osservava il corpo in movimento di Max che girava con fare calmo nella stanza, dirigendosi allo stereo, a regolare l’audio, alzandone il volume.
Sottofondo musicale adatto a coprire le parole leggere, quelle emotive e quelle sensitivamente contagiose.
Perché diventa naturale scaldarsi la pelle sfiorandosi l’anima e la parte istintiva.
Diventa un gioco volto ad incendiarsi lentamente o con furore, diventa liquido che sgorga dalla sorgente.
Pensieri, rimasti avvolti dentro un gomitolo nello stomaco che cominciano a sciogliersi, a liberarsi.
Diventano braccia che cingono le spalle, mani che cercano, respiri che si posizionano tra le righe bianche del pentagramma e li vedi volare. Come soffioni.
Restare in apnea, sazi, nel silenzio dei vuoti finalmente riempiti.
Svuotati e riempiti. Un andirivieni di respiri in fila indiana.
Mentre Max si avvicinava, come i bambini alle prese con le parole da dividere in sillabe, Anna tentava di rimettere in ordine quello che si poteva e quello che non si poteva dire.
Inutile e forzato gesto in un tentativo di arresto.
Il gelato ancora sul palato non aveva placato le endorfine in circolo, anzi ne aveva esaltato l’attesa.
Max si avvicinò sedendosi accanto a lei, quasi distesa.
Prese il libro di Anna tra le mani e lo appoggiò sul tavolino, le sfilò gli occhiali e cominciò ad aprire la sua maglia, lentamente.
Inesorabilmente lento, tanto da farle sentire la tachicardia salire fino a coprire la musica.
Poi la sua guancia a sfiorare la sua, la fronte, gli occhi e il collo proteso ad accogliere baci.
La calda sensazione di un corpo aderente diventava sentirsi a casa. No, non in una abitazione.
Ma in uno stato di abbandono, dentro le più intime parole, verbalizzando l’animale ed il poetico gioco.
Anna non riusciva più a controllare la paura di sconfinare, oltrepassò argini dimenticando i suoi salva-vita.
Un corteo di nuvole in festa, dentro un cielo a tinte forti al tramonto.
Vento e pioggia leggera a lavarle l’anima.
Un rumore improvviso, fastidioso e continuo, aprì gli occhi e si accorse di essersi addormentata con il libro tra le mani, sul divano di casa. La musica ancora accesa ed il campanello che continuava a suonare.
Accidenti, pensò.
Almeno, per una volta, sebbene in un sogno, la paura le aveva permesso di sognare…
Aprì la porta, era Max.
Patrizia Angelozzi
*Premio Nazionale Histonium 2012-Premio Speciale delle Giuria, sezione narrativa – tema “la violenza sulle donne”
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Voglio essere audace..

“Pensare di voler essere audace mi fa scivolare immediatamente su pensieri vicini a cose viste da lontano e vissute poco vicino”..
Anna leggeva le notizie del giorno e nel marasma della confusione, delle negazioni agli esseri umani, continuava a pensare “voglio essere audace..”.
Non bastava più indossare vestiti, ballare su un tavolo alla fine di una serata tra amici, dove ridendo erano finiti tutti a condividere stati d’animo di euforia. No. Assaporava piano il caffè  smollicando piano i nuovi cake del mattino preparati con il miele e mele.
Lo stesso miele che aveva usato per fare un peeling naturale mischiato con il bicarbonato.
Lo stesso assaggiato con i formaggi e nello yogurt magro. Il miele era sempre lo stesso. Un ingrediente.
Come un vestito.  Indossato in modi ed in occasioni diverse. Cos’ é che ci rende audaci, davvero? Forse il modo, l’attesa, la sensazione in circolo. Il costume usato in spiaggia indossato per vincere la paura della profondità dell’acqua nel corso in piscina. Lo stesso rossetto colorato per offrire la bocca all’uomo che l’accoglieva e le sagge parole dette al lavoro, in una classe.
Le stesse mani che preparavano cibi speziati e curati anche nella presentazione che avrebbero carezzato e avvolto le spalle di colui che la faceva sentire bella. Bellissima.
Brava, buona, bella. E non bastava. Voleva essere audace. Superarsi.
Raccontarsi la verità.  Sbuccio’ la pelle dei cerotti e delle bende. Tolse la pelle morta addosso. Elimino’ l’ultimo strato rimasto e lì si trovò senza filtri e senza vergogna. La paura finita in un quadrato minuscolo di pelle.
Il quadrato di un quaderno a quadretti. Il primo usato.  Una scritta: “Vorrei poter essere felice ..il suo primo pensiero audace..

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Toccami l’anima

Anna era rimasta seduta davanti al camino, spento a dire il vero.
La sua anima era viva più che mai. Conteneva respiri, sospiri e neutralità da stand by.  Un punto luminoso da accendere o spegnere.  Ma era difficile spegnere fino in fondo, davvero.
L’audacia la riportava su passi e percorsi, su viali alberati, innevati, impregnati di pioggia battente. Le era entrata dentro fino a bagnarle i vestiti e con loro i pensieri.  Erano liquidi e scorrevano ora piano ora come una cascata.
Cosa desiderava veramente Anna?
Tutto, niente..o semplicemente toccare ciò che col sogno di prima e col senno di poi aveva scelto.
Essere sola. Essere insieme.  Essere donna. Essere madre. Essere amante e amata. Essere viva.  Essere morta dentro un crescendo di emozioni e fluidi bollenti che la vestivano anche quando nuda.
Il sogno di prima era stato cresciuto dentro cardini e dogmi,  dentro ragioni e vincoli. Per essere giusti.
Col senno di poi, stava scegliendo chi c’era senza chiedere nulla in cambio, chi annusava i suoi profumi da lontano senza troppe domande.  Chi, ancora era pronto a sorreggerla o a farsi portare in un luogo non troppo lontano e non troppo vicino.  Dentro l’anima.
Col sogno di prima e col senno di poi, aveva scelto l’anima.
Senza porte da aprire. Solo un corpo da attraversare.  Un corpo a corpo senza fantasmi. Solo il profumo rimasto sulle mani ed il loro tremore sapevano raccontare.
Solo chi conosce i tremori di un corpo può farlo esultare.

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