Vite #roulette

Se mi venisse concesso di morire in modo assistito, vorrei un posto adatto, per me ed i miei cari.
(come ce ne sono diversi sul territorio strutturati per questo..) Con dignità.
Per non parlare dei posti preposti all’RSA, non affiderei MAI un mio parente anziano in un posto già ‘idoneo’ alla morte presunta.
Men che meno, un disabile ad una condivisione di morte accertata e/o prossima insieme a persone confinate (per necessità, inabilità ed età) a condividere uno stato di ‘ordinaria follia’ che da quanto leggo sembra un propedeutico percorso a morire. C’è un limite a tutto. Nella mia esperienza nel campo della riabilitazione ho conosciuto criteri ben diversi, dove venivano osservate ‘norme, protocolli, misure e CURE.
Da quanto leggo in questo comunicato/articolo, trovo NUMERI, posti letto camuffati da transito per vite umane che in questo caso di UMANO non hanno niente.
O la scelta ‘giusta’ è far riferimento al ‘privato’? In fondo godono di grandi benefici ultimamente a scapito delle prestazioni nel pubblico. Torna ancora e stavolta in modo preciso, sottolineato ed in grassetto una risposta:
“questa sanità perde, la morte vince..” fate il vostro gioco” ‪#‎roulette‬ ‪#‎vite‬ 

CRITERI MINIMI…

http://www.politichesanitarie.it/articoli.php?archivio=yes&vol_id=368&id=4287

ARTICOLO SU CONVERSIONE EX STRUTTURA SANITARIA

http://www.zonalocale.it/2015/08/29/silvio-paolucci-presto-attivati-68-posti-letto-a-gissi-/17047

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Parto tardi, torno presto

Con tutto quello che c’era da fare le sembrava impossibile riuscire a finire tutte le cose annotate in elenco. Non dimenticarne neanche una, ci stava provando. La valigia aperta sulla poltroncina conteneva il necessario per alcuni giorni.  Le medicine,  il suo foulard, gli occhiali, il caricabatterie, lo spray anti zanzare. Chissà ..pensava Anna, le troverò anche li o saranno loro a trovare me?..Intanto chiuse porte e finestre, guardando con la coda dell’occhio le sue piante e le foto sulla parete. Anche un estraneo avrebbe potuto capire “chi” viveva in quella abitazione.  Le abitudini, i gusti, le inclinazioni attraverso i libri posti tra il legno e le pareti. Si intuiva dallo spazio aperto della cucina e il soggiorno un senso di libertà,  era possibile immaginare figure sul divano, a spiluccare la cena, una lenta colazione, un libro ed una copertina, il sonnecchiare  del giorno che nasce e della notte muta. Perché spesso le notti non hanno parola.
Un disimpegno,  piastrelle colorate, piccoli specchi, tessuti di lino, come le lenzuola sul letto. Cuscini e ovunque ritratti, istanti di occhi, sorrisi, vita. Ricordi mai assenti. Come il tepore conservato di un abbraccio incollato alle ossa.
La cura  di femminili intuizioni. Una parete,  una stanza, un vestito, un libro sull’altro, il profumo di zenzero e cioccolata a riassumere chi siamo stati e come ordine e allegro scompiglio parlano di noi. Camminare a piedi nudi. Sgranocchiare attimi di intensità in un film.
Chiuse la porta e andò via, il taxi sotto casa era arrivato. “Non ha un ombrello?” Chiese il tassista con il cigolio di sottofondo del tergicristallo..”No, non lo uso mai”.
Mi piace la pioggia, pensò attraverso il finestrino rigato ed un poco appannato. La sua espressione riflessa, il contorno del viso tratteggiato con l’indice. Occhi, naso, bocca, capelli arruffati.  Una nuvoletta con dentro la scritta ”  parto tardi, torno presto..”.

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Il rumore di fondo…

“Che rumore ha la felicità? ” gli chiese  sorridendogli piano. Se ne stavano seduti in terrazza, aspettando il rientro dei figli per cenare insieme.  Cominciò lei ” il profumo dei capelli di mia madre, la carezza silenziosa di papà alla sera, il succhiare sul mio seno dei nostri figli, le risate con i denti piccoli. .hai presente quando ridevano, ridevano senza smettere mai e poi ridevamo tutti? Si quelle risate da baci sulla pancia senza smettere più fino alla parola magica “mi arrendo…mi arrendo” !
La tua mano sui miei fianchi nel sonno e sulle spalle a sostenermi.
Come in un gioco lui continuò “lo sguardo fiero di papà e quello complice di mamma. Il vento tra noi con te in bicicletta, i tuoi occhi socchiusi durante l’amore e sentirti cantare in cucina, la forza di un granatiere davanti alle emergenze, alla morte. I tuoi vestiti appesi al filo ad asciugare, i ragazzi intorno al camino, i cieli tersi e quelli dove non abbiamo potuto trovare riparo alle cose più grandi di noi. Il rumore della felicità dentro i nostri occhi, le mani, i suoni delle parole non dette e di quelle cantate, raccontate piano senza sciuparle,  l’apnea nell’ ascoltare diagnosi e verdetti e il respiro lento sotto un ciliegio testimone di braccia  e indumenti ad intralciare.
Entrarono all’improvviso, figli, nipoti, amici, e lui alzandosi disse:”qual è per voi il rumore della felicità? “…un attimo solo e cominciarono tutti insieme,  “la pizza di nonna, i fichi mangiati sull’albero, le corse fino al cancello….la più piccola Mary aveva solo cinque anni, il rumore della felicità è la pioggia per il mio giardino, il sole del mattino a Gennaio, la carezza che tu fai ogni volta che nonna cucina, per spostare quel ciuffo di capelli ancora ribelle…Sai cosa penso nonno? Che il rumore della felicità ha lo stesso ritmo del cuore. Come dite voi, “salta, salta, gioca gioca e acchiappala la felicità.  E un po’ tienine da parte.non si sa mai, qualcuno potrebbe averne bisogno.

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Senza perdersi di vista..

Inutile. Tutto inutile. Non trovava più il tempo di ritrovare se stesso. Aveva conservato negli anni i desideri, le pulsioni, la gioia che era abituato a trasmettere per natura. L’aveva dentro il Dna e ogni tanto veniva fuori. Con gli amici, nelle battute e le simpatiche rimpatriate.  Aveva vissuto anni di benessere sopra vele spiegate e posti incantevoli in ogni spazio del mondo. Un po’ jet set ed un po’ alternativo per solidarietà sociale. Gli faceva eco, dentro le viscere, il bisogno degli altri. Così senza neanche accorgersi si ritrovò solo con un mare di folla intorno. Così emarginato dentro il ruolo di procacciatore di benessere economico e status da rifugiarsi in vecchi ricordi, amici, amiche.
Uno strano equilibrio il suo. Antonio sembrava un funambolo dai muscoli possenti. Capitava così di riuscire ad avere qualche ora di libertà, da solo davvero. La porta di casa si apriva e lui si tuffava addosso all’amica..come colui che a digiuno trova un buffet pronto.  Gratitudine, sorrisi, scambio di pelle e ritmi incalzanti, di stupore nel sentirsi finalmente ancora vivo. Le amiche andavano, venivano. Diverse, intercambiabili, nella sciocca convinzione di sentirsi desiderato. Ad accoglierlo in modo disarmante, fu una donna che cercò in modo preciso, spasmodico,  la voleva, la sognava, la desiderava. “Sì trovò tenero come non era mai stato, dentro il corpo e i pensieri di lei, la rassicuro’ sui se sui forse, aprì gli occhi mentre faceva l’amore dicendo a se stesso che l’amava.  Ed era vero. Diventò un’impresa riuscire a dormire la notte, la sentiva addosso, nei pensieri, nelle fantasie. Solo incontrarla per strada lo faceva tornare a sedici anni. Ritrovò la chitarra, le vecchie canzoni, desidero’ prati e corse in moto, dimagri’ come avrebbe voluto da tempo…e la sua espressione trasognata diventava palese ogni giorno di più.  Una soluzione,  Antonio doveva trovare una soluzione. Moglie, figli, amici cominciavano ad intuire qualcosa, mentre la “donna” che era annidata sotto la sua pelle sentiva iniziare il “rigetto”. Tornò a cercare le vecchie amiche, non chiedevano molto e se lo facevano a lui non importava un granché. Doveva distrarsi, tornare dentro i ranghi, prendere distanze da un sentimento forte che lo straniva troppo.Anna, percepiva ogni distrazione. Sentiva. Ogni giorno, ogni volta, in ogni abbraccio diventato un poco diverso che si trasformava inevitabilmente in magia, malgrado l’impegno di lui a trattenersi,
sovrapponeva nel tentativo di minimizzare.  Aveva anche pensato di stravolgere la sua vita per lei. Glielo aveva detto, ma non era possibile.  Non era fattibile. Una vita convulsa, dove tutto aveva canali ad incastro. Doveva vivere così.  Capitò per caso, un giorno, che una sua ‘storica amica’ si accorgesse di Anna. Lo affrontò,  minacciandolo di far “saltare” il suo regno familiare in uno scacco matto.
Fuggì da Anna, fuggì da molte moltissime cose. Rientrò nei suoi standard con una paura folle…
Un’amica, un’altra docile e sincera gli diede una mano. Gli teneva compagnia, riempiva spazi vuoti colmando lacune antiche attenuando il vuoto di Anna, che aveva lottato per capire, comprendere.  Lo aveva fatto oltrepassando  limiti,anche quelli non consentiti. Ma che senso aveva non dover capire più,  così..all’improvviso? 
Antonio, protetto dal suo status riprese le multi frequenze di sempre pur di sentirsi “sazio”..illudendo se stesso e le altre strada facendo. Ognuna era splendida, unica.
Mentre lo attendevano sapevano in cuor loro di essere state ad attendere un’illusione.  Quella che viveva anche Antonio ogni giorno  insieme a loro. In una fitta rete di equivoci di equilibri precari, di rispettive mogli e mariti che ignari o sollevati dallo scarso interesse del partner costruivano giorno dopo giorno un labirinto di buie vie da percorrere. Perché per essere veri pazienti tocca avere una patologia . “Non sempre siamo in grado di leggere le diagnosi del cuore” scrisse Anna sulla sua agenda in un giorno preciso di mesi più avanti nel tempo. Per ricordare. Per ricordarsi. Come un filo di Arianna Per non perdersi più di vista.

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La Repubblica aspetta la prossima vittima..

Non si può leggere l’articolo ‘linkato’ di seguito. Eppure è della famosa redazione de La Repubblica.
Pesantissima descrizione di una minore, giudicata e messa alla gogna per gli orecchini, i piercing, i capelli rasati.
La madre descritta come ‘inserviente in ospedale’, termine mai più usato come definizione ormai da anni e anni, certamente screditante, come il quartiere raccontato in modo morboso e svilente.
Gli stessi autorevoli nomi citati (squadra mobile, etc..) sono privi di titoli. Insomma un minestrone avariato di parole buttate fuori per sensazionalismo e di infima categoria. Ho scelto di scrivere al caporedattore, lasciandolo con una domanda: ‘aventi la prossima vittima’?
Mi auguro per lui e per la ‘giornalista’ che firma l’articolo che non abbiano mai modo di conoscere ciò che è inumano sulla loro pelle.

“Gent.mo Dr. Giovanni Smorto
la conosco come caporedattore internet de La Repubblica.
Leggere l’articolo ‘linkato’ ad incipit nella mail è stato sconvolgente.
La sintassi, l’articolazione degli argomenti, la mancanza di ‘titoli’ (squadra mobile) ad esempio, possono anche essere opinabili e non sindacabili da me che mi occupo di comunicazione sociale.
Ma..”il giudizio, la grossolanità, l’affondare e l’istigare al dubbio, ad una vita illegittima di una sedicenne (minore) che aveva troppi piercing e i capelli rasati e tutto sommato ‘solo una madre’ inserviente in ospedale…
Gent.mo Dr. Giovanni Smorto, il termine ‘inserviente’ non esiste più non so da quanti anni, ormai. E’ volgare, declassante, omofobo come termine e come significato.
Ma a chi date l’opportunità di scrivere con tanta superficialità?
Avete sempre bisogno di alzare polveroni di scherno e termini morbosi, giudicanti, screditanti, volgari? Sui minori lei lo sa bene, questo non si può. Si fa riferimento alle ‘fonti’, il dove, il quando, le cause (da accertare) e quando sicure, escludendo categoricamente giudizi sui modi di vestire e sulla povertà del quartiere da quattro soldi.
Mi meraviglio di lei, della redazione. Del resto se guarderà i ‘report’ vedrà raggiunto un bel numero di condivisioni e commenti (spesso anche molto forti nei vs. confronti) perchè non avete avuto deontologia, preparazione e professionalità.
Io mi limiterò a riportare l’articolo sulla mia bacheca, sul mio blog consigliando la condivisione al SOLO FINE di conoscere livelli così approssimativi, tendenziosi e mortificanti.
In fondo, morta una sedicenne con la faccia piena di piercing ne arriverà un’altra.
Aspetta il prossimo?”

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