Con le braccia verso il cielo

L’arrivo di una notizia non felice. Di quelle che resti senza parole e in pochi minuti un flash-back involontario parte e fa il riassunto di una vita che avevi accantonato, messo da qualche parte senza ricordare dove. Eppure, in ogni gesto automatico delle giornate trovarli a farci compagnia perfino negli automatismi. Comprendo così che altro non siamo che un insieme di attimi, incollati l’uno all’altro e dividerli sarebbe impossibile, come togliersi la pelle di dosso, proprio quella che ci protegge dal freddo, dal vento, dagli stessi ricordi. Il profumo delle uova fresche appena raccolte preparate per i più piccoli, la dedizione di una donna passata attraverso fili invisibili di Dna, la marmellata di uva, nera, quella che scricchiola. L’accoglienza, parenti arrivati all’improvviso, sempre una festa. Di madre in figlia, da figli a nipoti. Cose semplici, preziose, insostituibili. Il pan di zucchero.
E il sopportare lieve di eventi che oggi non avrebbero ragione. Il cibo di un tempo che è stato e “quanto più mangerai tanto più apprezzerai l’amore donato”, la proporzione del dare e ricevere. Una volta era così. La tavola, il caffè, i dolci, la frutta appena raccolta e le conserve nella dispensa piena di odore di farina, cannella e vaniglia. Non è vero che tutto finisce, resta dentro la vanillina e il lievito madre, che continua a riprodursi ogni volta che con un gesto istintivo ritrovo tutti i passi donati, quelli sorretti, quelli dei salti di gioia e nel mio modo di guardare un orizzonte che nasce ogni mattina, ritrovo radici.
Siamo alberi #sempreverdi senza saperlo.

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Sono uscito fuori..

E’ buio, tutto buio, in questo posto. I passi rimbombano, sembro solo in questo viaggio, eppure voltandomi vedo anime da sole e tutte insieme. Ombre senza volto né vestiti, sagome di umani che muovono piccoli passi sperando di veder arrivare l’uscita. Passi felpati, lenti e costanti.
Alcuni si appoggiano alle pareti, altri si tengono per mano. Altri ancora hanno formato gruppetti. Lo sanno bene, lo sappiamo bene che per attraversare un tunnel ci vuole coraggio, a volte disperazione, e forza, tenacia.
Il buio ci rende tutti uguali, ci si riconosce dall’alito, dai respiri vicini, dal sentire le presenze.
Riusciamo ad immaginare gli occhi, la gentilezza o la ruvidità di alcuni “viaggiatori”.
Abbiamo una coperta leggera che ogni tanto teniamo sulle spalle ed io l’avvolgo intorno come uno scialle, quando sono stanco la poggio e mi stendo per riposare un poco. Non per troppo tempo, dal tunnel voglio uscire, non troppo in fretta, no, perché ho bisogno di riprendere confidenza con la luce, l’aria, il sole e il chiarore del cielo ed ora non potrei.
Neanche loro, lo sappiamo, lo sanno.
Bisogna fare pace con le incapacità, riprendere la tenerezza, allontanare la pochezza, e ogni santo giorno uno dei compiti imprescindibili è regalarsi una carezza; su una spalla, su un fianco, sugli occhi, sul collo.
Avvicinarsi ad un’altro viaggiatore e fare lo stesso, una volta al giorno.
Medicarsi senza mendicare. Sorridere senza fingere di essere sereni. Sfiorarsi senza sentire di voler appartenere ma esistere per arrivare fuori.
Ogni tanto in questo via vai di anime nude qualcuna è priva di fiato e respiro, di carezze e di occhi, di mani e di coperte, di desiderio e di vicinanze. Sono quelle che sono state mandate quaggiù, nel viadotto del tunnel, sono come coloro che son sospesi, hanno vuoti immensi. Come groviere. Hanno rincorso autostrade di potere senza saper sognare e abitato sopra pelle umana senza saperla accarezzare. Accade che di tanto in tanto, una sorpresa nel camminare li riesca a sorprendere, svegliare dal torpore delle loro anestesie ancestrali dove tutto era loro dovuto e tutto era scontato, e ogni tanto qualcuno apre gli occhi col viso bagnato di pioggia e senza più fiato corrono, corrono con le braccia allargate per sfiorare quante più mani possibili…li riconosciamo così.
Altre vite non torneranno mai vive, vere, non avranno freddo o caldo, fame o sete, gioia o dolore, saranno li, vestite di seta stropicciata a guardarsi le unghie e il colore del niente e neanche questo ‘tunnel di vite scalze’ avrà cambiato, arricchito o variato, l’avariato futuro che li attende all’uscita.
Sono Mario, sono uscito ieri, hanno spento il monitor ed il tunnel è sparito..ho sentito di nuovo le voci a me care, i sorrisi, le finestre tra le bianche mura con i riflessi del sole e la musica, il profumo dei corpi abbracciati a me ed il cibo, l’acqua dentro il bicchiere ed i camici intorno ed è stata una festa.
Ci sono anime che non torneranno, resteranno ‘intatte’ perché il nulla si veste di niente.
Sono Mario e sono vivo…e sono uscito.
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Questo per sempre è un mai più

Vittime, non una volta ma due, tre…Cento, mille volte.
Non c’è più, una MAMMA da un istante all’altro. E nessun bambino vorrà comprendere il come..
E’ una valanga che soffoca e assidera l’anima, brucia come un incendio inesorabile, cancella e resetta il sentire, dentro la paura di essere soli.
Non più abbracci, guance e sorrisi. Piatti caldi sulla tavola con il cibo preferito e un cartone animato da condividere. Mai più mano nella mano per imparare ad attraversare la strada, mai più un fiore rubato da portarle a casa, mai più il profumo dei capelli poggiati sulla testa, le mani sui quaderni e le risate irrefrenabili del solletico e dei giochi. Mai più le carezze sulla pelle di una figlia che cresce sempre troppo in fretta…Una vita con dentro troppi MAI PIU’…
Chi restituirà, lenirà le ferite aperte, diventate infette per sempre…?
Questo ‘per sempre qui’ non doveva accadere, come tutti i per sempre che  dovevano invece arrivare insieme a tutti i domani.. Potevano essere tutelati sogni, speranze, l’infanzia e l’innocenza, le paure da crescerci dentro e la gioia da prendere a calci allo stesso ritmo del cuore per un voto a scuola, per un gioco di squadra, per un adolescente innamoramento innocente. E le parole di ogni mattino, la febbre che fa tremare dentro e fuori, che fa supplicare nella paura del buio e nella solitudine….mamma..
Strappata alla vita dal proprio padre, uccisa barbaramente dalla pazzia  sovrana lievitata nella testa del ‘re’.
Il possedere, come una cosa, una proprietà, l’ esclusiva  dei pensieri, i desideri, le fantasie, le innocenze, gli abiti, i capelli, i sorrisi. Incatenando tutto ad una scala a spirale, sempre più stretta, sempre più buia, senza uscita una volta toccato l’ultimo scalino.
Così, davanti alla scuola, il passaporto di “tua” moglie alla non dipendenza…hai dimostrato che la potevi fermare.
Uomo che uccidi e ti uccidi, nel tuo ultimo spasmo di follia a tratti tenuta a bada come le belve in gabbia, repentinamente tirata fuori in un conato, hai vomitato l’infanzia, gli amori, i giorni di sole, figli con la tua stessa pelle e gli occhi spalancati di stupore nel riconoscerti giorno dopo giorno…dov’erano le avvisaglie? Dov’erano quelli che ti hanno visto, perché ti hanno visto impazzire, ti avranno visto fare gesti inconsulti, mortificare, esaltare il dolore. Dov’erano tutti, dov’erano?
Oggi i tuoi figli son soli. Senza il profumo della loro mamma.
aaadelittocc