Siamo un rifugio

Questa mattina, una colazione per due. Io e lei. Rifugiata. Protezione internazionale. Musulmana. Ha solo venti anni, un numero che da noi in Italia, racconta di svaghi, di gite scolastiche, di euforia.
Lei e il suo cappuccino. Iniziamo il viaggio dei ricordi, i suoi. Piano…
Lo zucchero bianco scende ed il cornetto scricchiola.
A., posso chiamarla solo così per ovvie ragioni, aveva solo due mesi quando morì suo padre, i suoi nonni decisero che erano inutili e fastidiose due donne in più. Fu necessario spostarsi in un altro paese per lei e sua madre che inventandosi l’arte del commercio ambulante, la tirò su con tanto affetto da renderla grande ancora prima di esserlo.
Studiare, studiare..le diceva. Le lingue sono importanti, senza “non potrai mai andare via..”. Via da un posto che la vide distesa in una pozza di sangue dopo un attacco dei guerriglieri. Senza un motivo, senza un perché.
A., aveva già terminato gli studi delle scuole superiori, senza poter accedere ad una università, sarebbe stato il sogno di sua madre.
Venne rapita una volta, poi ancora e ancora. Scappò una volta, un’altra e poi ancora. Un marito imposto a costo della fame e della sete, per non morire, dal quale scappare di notte approfittando della sua assenza. Notti di corse infinite, di giacigli dentro case diroccate, di silenzi e rumori improvvisi. Di paura.
Una famiglia che la presenta ad un’altra. Il deserto da attraversare in sette giorni, la forza delle mani addosso di uomini violenti lasciano segni. A., ha cicatrici, evidenti, profonde, fanno male solo a guardarle. Me le mostra tirando su la stoffa della sua camicia quando le chiedo:”com’è stato l’uomo che hai sposato?”.
Mentre scappa via da un ennesimo tentativo di violenza attraversa la strada e un auto la investe.
Due mesi e più in un ufficio della polizia locale finché uno di loro la porta in un posto, attende ore ed ore finché vede i “barconi” e infiltrandosi tra loro si imbarca, senza cibo per tre giorni, stracolmi di pianto, tutti. Di persone addormentate per sempre, di acqua ovunque, di bambini piccoli senza più voce per piangere.
Soccorsi e salvati in Sicilia, il primo centro di accoglienza. Un letto, un posto e le voci lontane restano, ma sono lontane.
“cosa pensi del terrorismo?” le chiedo. Lei mi guarda con gli occhi neri e profondi e dice:”Islam vuol dire pace, i terroristi non sono musulmani, nè cristiani, nè altro..”
“E qui in Italia, come stai?” – “Penso che in un Paese dove non c’è guerra puoi essere povero, anche tanto povero, ma se non c’è guerra, sei ricco”
Sorrido, sorride anche lei. Mentre andiamo via guarda dal finestrino dell’auto il cielo dicendo “tutto quello che ho vissuto deve avere un perché e se sono viva allora c’è un progetto per me..” unisce le mani al petto e chiude gli occhi. La sua è una preghiera.
Noi il suo rifugio.

Bola

 

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Per tutte le volte che

Dieci minuti ferma sotto la doccia, con l’acqua che raccoglie il sudore della notte e se lo porta via, passandomi addosso.
Sulla pelle che tiene per mano sogni ed incubi. Avvolta di poco e di niente, si porta nelle pieghe del corpo il profumo dei ricordi, quelli più belli, intrisi di commozione trattenuta e lasciata andare solo quando si può.
Il muoversi improvviso dei piccoli piedi e dei gomiti dentro la mia pancia, l’espressione raggomitolata e gli occhi stropicciati dei primi risvegli e la scoperta di guardarli divenire grandi mentre provano a giocare col mondo.
La musica cambia, una parte resta, è quella che è cresciuta con me, dentro il mio ritmo e le mie sensazioni.
Raccontarsi e raccontare, in ogni gesto dal quotidiano, ogni sguardo sfuggito al controllo, al sorridere pienamente con un’amica che conosci da sempre e da ora, annegando nell’ironia la vita corredata di colori troppo forti.
Come le cicatrici andate ad aprirsi, sento il cambiamento del tempo anche quando passeggio al sole di una giornata scontata. Sono lì, a ricordamii chi sono e perchè  in modo preciso, non assimilabile a volte.Con la difficoltà delle emozioni che ‘avanzano’ da dover gestire, perché non si può e non si deve lasciarle andare..senza meta.
Rifuggo il ‘gratuito giudizio’ di chi si affaccia alla finestra e commenta, ipotizza, sminuzza e ridistribuisce come si fa con i Lego, mattoncini di storie altrui, costruendoci sopra, grattacieli mostruosi, che spesso contengono seconde, terze visioni di un film che è ancora  al  ‘montaggio’, in una sceneggiatura che è tutta protesa, come lo scalatore in montagna, a sostenersi, a resistere.
Per tutte le volte che avrei voglia di continuare ad ascoltare la stessa musica per giorni e notti, indossare lo stesso vestito, guardarmi e riconoscermi, sorridere senza doverlo fare, abbracciare il vento e tenermelo dentro per consentire un ricircolo, camminare nelle pozzanghere con i sandali o gli stivali, nello scricchiolio delle foglie secche di questo autunno disteso contro il vetro dell’auto in una strada sempre uguale, o fermarmi vicina alla riva del mare dove le onde disegnano un arrivo diverso ogni volta.
Per tutte le volte che..
ho incontrato persone che annaspano dietro a chi li rappresenta, e corridoi veloci che ho scelto di non percorrere.Per tutte le volte che ho desiderato non essere io.

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