Con le stelle da masticare

Era già capitato, in fondo non era stata una esperienza nuova. Eppure, proprio in mezzo alla schiuma sulla spugna avevo intravisto cose diverse. La pelle di mia madre, chiara a tratti trasparente, le spalle morbide e lisce, la postura che da nuda ricordava una bambina con anni appoggiati qua e la. Il profumo delle parole che fanno perdere il senso del pudore, dove c’è chi si lascia aiutare nel compiere un rituale di autonomie, ora girava intorno ed era diventato l’abbandono, proprio quello avevo vissuto, da figlia.
Ora eravamo una lei che abbraccia Lei, una madre presente ed importante, morbida e rigorosa, attenta e distratta quel tanto che bastava per lasciarmi esprimere, per capire di più.
“Aspetta, insapono anche qui, girati così non devi chinarti, lo sai vero mà, che proprio tu che non stai ferma mai adesso ti toccherà fermarti, anche solo un po’” . Dentro un sorriso, dentro una faccia arrossata dal caldo della stanza diventata una specie di sauna.
I piedi, piccoli e morbidi come quelli dei bambini. E il talco, non troppo perché le avrebbe dato fastidio, ne bastava giusto un po’..
Asciugarsi e tamponare, come faceva lei un tempo con le ferite di noi figli.
La biancheria pronta da indossare profuma di ammorbidente, di bucato fatto con cura. Come i nostri pigiami infantili, caldi nelle sere d’inverno e le camicie da notte svolazzanti e pudiche per l’estate.
Avevano sempre lo stesso odore da tenere addosso, la notte.
La sottoveste a coprire e riparare. “Ci si copre sempre perché si sta meglio.., lo capirete, ah se lo capirete..” L’abbiamo capito, apprezzato, adottato nei giorni e negli anni, quel decalogo rivolto a ciò che gli altri non vedono ma che noi sappiamo giusto così.
Madre, fin dentro l’ultima cellula del femore, dell’anca, del grembo materno del quale mi sembra ricordare ancora il dondolio, lento tepore.
Dentro i capelli vicino al cuscino, nelle mani operose, nelle gambe scoperte per sbaglio nelle sere d’estate.
Non ci fermiamo mai a ricordare, io e te, forse perché sarebbe troppa la tenerezza.
Quel fruscio sempre vicino è forte come un sostegno, alla giusta distanza come un supporto.
Senza pelle, sembri sotto la doccia, tentenni appena nel timore di cadere, in fondo solo perché vuoi continuare a proteggere giorni pieni d’amore.
Arrivi in cucina, dove non ti trovo mai seduta e dici “ma non puoi mica andare via senza mangiare?” In fondo hai sempre distribuito l’amore, tra una pasta al ragù e contorni di verdure colorate, dentro un piatto con le stelle da masticare, la tavola ordinata e in festa, hai nutrito quello che sono e quello che sarò.

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Respiri e baci

Morbide labbra
soffio sommesso
sapore fruttato
inesplorato
Andirivieni
nel bacio giocoso
ilare e profondo
dove tutto è sospeso
Avvolto nei sensi
il mio vagabondare
si espande
in un peccare mortale

o.87224

 

L’utero in affitto, l’anticamera di una vetrina che luccica…

Le parole non servono a fare la differenza. Se ci sono donne con il desiderio di maternità, dovrebbero ricordarsi che essere Madre è prima di tutto ‘dare’, lo stesso sentimento o propensione che rende un uomo, padre.
In un Italia piena di minori idonei all’affidamento, prima, e all’adozione, poi, la parola ‘utero in affitto’ mi ricorda le vecchie botteghe di quartiere dove all’undicesimo piano dei palazzi più alti, esisteva l’attico, tanto ambito per la vista che aveva. Dove si viveva di borghesia spenta e di consuetudini e contegno. Mentre vivere è un’altra cosa.
Il desiderio di maternità o paternità non ha nulla a che fare con “l’avere” è piuttosto “essere”. Donne con il senso di maternità senza aver avuto figli, in grado di elargire amore, ascoltare, sentire, crescere insieme. Uomini in cerca di un appendice, a volte non ancora privi del loro stesso cordone ombelicale, smaniosi di senso di possesso.
La mia domanda è: “desidero essere genitore oppure ho bisogno di un potere da esercitare?” Perché, ‘dare’ indipendentemente dal Dna, è scegliere in modo altruistico.
Per qualche ragione nota a tutti, andrebbero ‘formate’ alla genitorialità anche le coppie naturali, che troppo spesso, con l’aiuto di madre natura, mettono al mondo esseri umani in modo del tutto inconsapevole, privi del senso di amore, lontani anni luce dal ‘crescere’.
Abbiamo bambini dispersi, persi, soli, indifesi ad attendere braccia, occhi, attenzioni, calore, vicinanza, spiegazioni e le intuizioni da afferrare per spiccare il volo e diventare adulti.
L’utero in affitto è l’anticamera di una vetrina che luccica..di effimero.

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