FORTUNATA…davvero?

Jasmine Trinca, è la meravigliosa creatura nella metamorfosi della vita, mi ha ricordato le Donne che lottano, vivono ai margini, nel limite sovrumano del percorrere strade così difficili con la leggerezza dei disperati.
Uno spaccato che riconduce al quotidiano, quello che ci fa trasalire nei titoli dei Tg e ci lascia sgomenti. Parla della forza delle donne, questo film. Dell’impeto del superarsi anche quando “i muri sono invalicabili“.
Gli incontri con l’amore, quello sognato da bambine che diventa un incubo da trasformare in normalità, dentro i soprusi, la violenza delle parole non dette e quelle urlate in faccia ad un millimetro di pelle.
La maternità e la forza di salvare un figlio a costo di non salvare se stessa…Fortunata, incontra tanti personaggi.
Uno tra questi nella figura di Stefano Accorsi, in un ruolo crudo e distinto, appassionato e febbrile, che nonostante tutto,si nutrirà anche lui, di lei.
Mentre, come spesso accade e per fortuna, l’amore materno, non solo resta vivo in una madre con le spalle al muro, ma diventa il binario dove mantenere l’irragionevole bellezza che l’amore conserva, anche ai confini della realtà, quella che spesso non sappiamo immaginare.

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“Vivere anche se sei morto dentro,vivere…”
E’ la seconda volta che Sergio Castellitto, regista, sceglie il testo di questa canzone di Vasco Rossi per un suo film. La prima volta era abilmente inserito tra le immagini di “Non ti muovere”, stavolta anche in “Fortunata”.
Sempre tratto dalla sapiente sceneggiatura di Margaret Mazzantini, nota e apprezzata scrittrice e nella vita, sua moglie.
Insieme a Jasmine Trinca e Stefano Accorsi una sempre strepitosa Hanna Schygulla.

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Mediorientati, Gian Stefano Spoto.  Corrispondente Rai, la verità sull’Isis

“Mostrare in video la vita della gente che si incontra è un buon servizio. Scriverla cogliendo i sentimenti è un atto di amore e di umanità”. Queste le parole di Franco Di Mare nella sua Prefazione per Mediorientati di Gian Stefano Spoto. 

Incisiva e chiara, apre alle pagine di un libro, che è testimonianza diretta di verità, senza giudizi di parte.

La scrittura sensibile, contraddistingue Gian Stefano Spoto, in questo viaggio narrativo di vicende, incontri, parole e sguardi. Perfino i gesti diventano immagini evocative, preziosi per comprendere fino in fondo, un mondo spesso troppo lontano eppure così vicino.
Gian Stefano Spoto come inviato Rai in medio oriente, incontra in quello che diventa per alcuni anni, il ‘suo quotidiano‘ la ferocia dell’Isis che usa e si appropria di persone, quelle che non hanno futuro, servendosi di loro e poi finendole.
Vite descritte in totale obiettività, dove il  racconto e le parole sono la storia. Senza tralasciare nulla, i perché, i come e i quando, delicatamente contestualizzati per permetterci di partecipare e di comprendere.
Si appassiona lo sguardo di chi assimila, questo scrivere che rapisce per emozioni e verità nella sua scorrevolezza di un inumano vivere che rappresenta la loro ‘normalità’.
Incontrerà nei suoi percorsi, chi si arruola per dovere, senza mai possedere odio verso l’altro o donne vestite di armi,metafore di abiti  e ancora, di altre che attendono immobili risposte sulla vita dei loro figli.

In questo narrare che non si quieta e ci orienta verso una comprensione più alta, perfino la descrizione pura degli scontri, anche quando fortemente violenti, giunge a noi.
Insieme alle ragioni di chi ha perso la ragione e di chi allo stesso tempo, spera senza arrendersi.
Gian Stefano Spoto attraversa le loro paure, le vite, i desideri appoggiati ad esili possibilità di sopravvivenza, con dentro inciso il nome dei loro cari.

Non si schiera. Guarda, osserva, traduce. Trattiene con responsabilità e purezza il senso dell’umanità e la restituisce  portandoci ad assorbire.
E’ un divenire che scorre, la lettura, come dentro una telecamera che registra con occhio attento e discreto, senza violare il ‘dolore già violato’, senza indugiare  sulle cicatrici,  inserendo tasselli preziosi che diventano transfert immediato.

Un viaggio, il suo, senza ‘anestesie dell’anima’, dove è possibile sorprendersi per i doni ricevuti,  fatti di esperienze e vissuto, che contengono la ferocia di un destino di chi nasce in un luogo piuttosto che in un altro, mentre al tempo stesso, nel suo stile, puro, l’ attenzione, la cura e la discrezione sono presenti dentro tutte le verità del suo percorso.

Gian Stefano Spoto è privo di qualsiasi forma di retorica, ci porta nel suo libro, in compagnia della sostanza di giorni che sebbene senza sole restano illuminati dalla speranza e dall’attesa della stessa, come nutrimento per resistere; quella che in occidente perdiamo forse facilmente e questo rende Mediorientati, ancora più prezioso, negli  incroci, labirinti e vite a volte parallele eppure così vicine alle nostre.

Io ho scelto di raccontare le storie della gente,storie della storia del Medio Oriente. Mediorientati non si schiera. Parla di un mondo che il viaggiatore, e persino chi vi risiede a lungo, intravede, ma non sempre ha gli strumenti o la voglia di separare dal groviglio di veleni in cui è imprigionato.”

Il fucile è parte di lei, lo porta sulla stessa spalla della borsa alla moda. Lui le dà un bacio leggero, lei sorride sognante. Durante la guerra nessuno può essere solo militare o solo ragazzo, ma i due ruoli si alternano in continuazione.”

Gian Stefano Spoto, bolognese, nasce nel 1952. è stato capo della cronaca del Tg2, dirigente di Raiuno, vicedirettore di Raidue, vicedirettore di Rai Internazionale. Dal 2014 corrispondente Rai dal Medio Oriente. Autore, ideatore e conduttore di diversi programmi, fra cui “Linea Verde Orizzonti” e “Futura City, ha pubblicato tre libri: Un futuro che viene da lontano (FrancoAngeli, 2003, scritto con il sociologo Giorgio Pacifici), MOST (Curcio, 2007) e Salgari. Centocinquanta Indie (Curcio, 2012), testi e fotografie dell’autore. Giornalista per le testate: «la Repubblica», «il Secolo XIX», «Il Resto del Carlino», «Il Giornale nuovo», «Cosmopolitan» (in totale, più di 5000 articoli). Oltre 7000 sono i servizi e gli speciali realizzati per la Rai.

 

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Mamme,in punta di piedi

Un particolare da solo spiegava un’esistenza intera. Si era poggiata sullo scalino lasciando la parte finale del piede fuori. Come a voler accedere ‘in punta di piedi’. Lo aveva sempre fatto, entrare nei discorsi in modo delicato, aspettare,saper attendere il momento sentito più giusto per intervenire. L’infanzia, con tanti fratelli e la responsabilità di essere per loro un riferimento, lo studio scolastico rincorso ad ogni costo, sebbene le difficoltà economiche e la famiglia la inducevano a lasciar perdere, in fondo era solo una donna.
Piena di sogni onesti e lungimiranti, di speranze e desideri di maternità e famiglia.
Non era consentito divertirsi, frequentare compagnie in quegli anni, le poche libere uscite venivano concesse solo in compagnia di un fratello maggiore. Era così per le ragazze di allora, dovevano rispettare regole ferree.
Conobbe mio padre, si innamorarono e dopo un tempo scandito dalle buone prassi, si sposarono.
Non poteva immaginare di certo che di li a poco, il fastidio appena accennato dei suoi occhi, sarebbe diventata cecità completa..
Visite mediche e indagini cliniche, era il 1955 e lei aveva solo venti anni.
Allora gli interventi di neurochirurgia erano davvero devastanti, pur non sapendone un granché, si ritrovò a Bologna, in ospedale in un tour di accertamenti invasivi. Comunicò l’intervento ai suoi familiari mentendo sulla data, posticipandola di alcuni giorni, sufficienti per non renderla riconoscibile quando arrivarono suo marito, mio padre e sua madre, mia nonna. Sembrava una mummia, dissero..
Lentamente il ritorno alla normalità, mentre per strada chi la incontrava aveva preso a chiamarla ‘la sposina cieca’.
L’intervento, riuscito, aveva dato però una sentenza, diagnosi di sterilità. Se nel tempo avesse percepito nausee e malori, avrebbe dovuto urgentemente rivolgersi al reparto di neurochirurgia dove era stata per le cure.
Solo due anni dopo, riapparvero i malesseri e ripresero le indagini, che puntando alle diagnosi crearono danni al bambino che non sapeva di aspettare e che nonostante tutto, venne al mondo. Nasceva così Paolo, mio fratello. Solo pochi giorni di vita, era stato danneggiato in modo irreversibile a causa di accertamenti invasivi per una donna ritenuta sterile..
Il dolore non riuscì ad abbatterla, Un anno più tardi, aspettava me. In una mattina di freddo e neve, arrivai sulle braccia di una ostetrica, con sulla testa folti capelli incredibilmente rossi, così rossi….che mia madre, girandosi di lato e osservando la paziente ricoverata di fianco a lei, sussultò dicendo: “la signora ha i capelli rossi..io no.Ho perso un figlio,adesso non avete mica sbagliato?”
Solo mio padre esultò tranquillizzandola. Sua madre aveva i capelli rossi come me, solo che era morta quando papà aveva solo sei anni e quasi nessuno la ricordava.
Dopo tredici mesi nacque mia sorella, con un problema di celiachia, patologia ancora troppo sconosciuta, che portò mia madre, in preda alla disperazione, a salire su un treno per Firenze, con il suo fardello.
Una bambina che pesava quasi come alla nascita. Arrivarono al Meyer di Firenze, dove smentirono la diagnosi di leucemia e passarono alle cure che permisero a lei di crescere e a noi tutti di non perdere Lia.
Furono lunghi anni, trascorsi in casa dei miei nonni materni , quando i controlli per la seconda figlia, erano frequenti e duravano anche un mese intero. Erano giornate piene di farina ‘a fontana’sul tavolo, profumate di limone e vanillina. Di legna nel camino,aneddoti raccontati durante la cena e d’estate arrampicate sugli alberi a raccogliere fichi e albicocche.
Mamma prese la patente e guidò così tanto da portarci ovunque. Al mare, nelle pinete a giocare, dai cugini..
Ancora desso è intenta a preparare il cibo preferito ai nipoti, a noi figli. La cura e la dedizione, arrivano sempre prima di lei. La domanda più frequente è sempre la stessa:”hai mangiato abbastanza? stai bene?” In questo nutrire il corpo e l’anima..
E questa filosofia, veniva applicata anche a chi capitava in casa, amici di scuola, feste varie e occasioni speciali.
La sua prerogativa, è sempre stata l’ascoltare per poi esprimersi. Avrebbe desiderato studiare medicina, sarebbe stata bravissima. Quello che ancora non sa, è quanto è stata davvero brava nel compito più difficile. Riuscire a far crescere il senso della parola ‘coscienza’, il mettersi nei panni dell’altro, il non escludere mai nessuno.
Non sono mancati momenti di grande dolore, come capita in tante famiglie, ma ciò che non è mai mancata è stata la sua presenza, lieve e forte, delicata e decisa, anche quando per prima, aveva paura di ciò che stava accadendo..
L’amore per chi abbiamo vicino, è proprio un passo dietro l’altro. Piccoli passi per arrivare al cuore. Proprio come i suoi che salendo alcuni scalini, continua a farli quasi in punta di piedi..
(da Madri )
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