NON VOLEVO MORIRE VERGINE, Intervista a Barbara Garlaschelli

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Quindici anni. Quelli per correre da chi ci aspetta a braccia aperte per stringerci forte, farci sentire il sangue pulsare . Quindici anni per desiderare tutto quello che è dentro l’immaginario chiamato futuro.

Lei a quindici anni è già donna, una sirena. Sensuale nel corpo e nei suoi capelli fluenti.
Un tuffo e la vita cambia posizione, il suo supporto diventa una ‘sedia con le ruote’.
La seguo da diverso tempo, nel suo sguardo languido e nella pelle liscia e luminosa, c’è un mondo. E’ proprio vero che spesso siamo quello che fuoriesce, come nel suo caso.
Bella, straordinariamente bella, nelle schermaglie, nell’attenzione dell’uso delle parole.
Nella mimica a volte tendente al severo, spesso intrigante come poche donne sanno essere.
“Non volevo morire vergine” è il suo ultimo lavoro letterario edito da Piemme, con laprefazione di Daria Bignardi, attualmente nella classifica dei libri più venduti.
Prima di questa nuova proposta editoriale, Barbara Garlaschelli si è già distinta, con pubblicazioni importanti, premi illustri e riconoscimenti.
Tra le righe di annoverati scrittori al maschile e al femminile, al suo confronto, spesso i testi erano paragonabili a musiche già ascoltate.
Barbara ha la capacità di rinnovare il pensiero, di insinuare il dubbio dentro un filo intelligente  chiamato ironia.   Leggendola,  arrivano riflessioni non ancora  sfiorate e si estendono, dilatano.  Lo fa, capovolgendo la retorica statica di chi legato a convinzioni immobili, rinuncia a crescere.

Barbara Garlaschelli, racconta di passione e forza, di desiderio, di vita,  attraverso le proprie emozioni miste, a volte al senso di frustrazione per un rifiuto.
Lei  non ha rinunciato ed ha scelto di cercare l’amore, la sessualità da vivere, la tenerezza e la e gioia. Di bisticciare o litigare, di sorridere e ridere fino alle lacrime, di allontanare il‘non posso’ in una rincorsa che diventa esempio contagioso in chi si avvicina a lei.
Qualche domanda:

Barbara Garlaschelli, sai di essere una donna speciale, al di là di questo aggettivo fin troppo abusato. Tre aggettivi per definirti?

Entusiasta, tenace, impulsiva.

Ascoltare le tue interviste in Tv negli ultimi giorni, guardare le foto tue e di tuo marito insieme, appassionati e veri, sei cosciente di essere una esplosione di verità rispetto al vivere pienamente e senza riserve?

Di verità mi pare eccessivo. Preferirei dire “vitalità”, questo sì.

L’amore, vince sulle barriere mentali e fisiche. Il “Poli”, come ami chiamare tuo marito, è un uomo fuori dalle barriere. Il tuo suggerimento per educare all’amore gli uomini di domani?

Dovrebbero solo avere un po’ più di curiosità e coraggio che sono la molla, secondo me, che sostengono l’essere umano, lo fanno progredire. Essere chiusi, spaventati dal “diverso”, dall’ ”alterità” non portano a nulla di buono. 

Scrive con la naturalezza che le appartiene, con semplicità e concretezza, sottolineando, senza rendersi conto, tutta la sua femminilità che riporta al titolo dell’ultimo libro.
Da questo, un breve brano, gentilmente concesso:

...”E quindi mesi di lettere e baci e baci e baci e sempre baci. Appassionati, dolci, sensuali, lunghi, brevi, alla fran-cese, alla tibetana e baci e baci baci baci… E io che mi chiedo: «Ma questo, al sodo, quando ci arriva?». Perché per avere a che fare con me sotto un punto di vista, diciamo, biblico, è necessario essere dotati di un po’ di intraprendenza. Bisogna prendermi dalla sedia e adagiarmi sul letto e lì… vabbè, si va di fantasia, non e che si può raccontare proprio tutto tutto (anche se per un certo periodo ho accarezzato l’idea di fornire al partner del momento un libretto d’istruzioni, cosi, tanto per tranquillizzarlo. Gli uomini hanno bisogno di certezze, tipo un libretto d’istruzioni, appunto). Però dopo mesi di baci e baci e baci, la sua ritrosia nell’andare oltre è la conferma che qualcosa in me sia respingente, che il mio corpo lo sia, ormai è fuori discussione. Che sia lui ad avere problemi non mi passa neppure per l’anticamera del cervello.

D’altronde sono io quella su una sedia a rotelle, no? Sono io che non posso muovermi come voglio. Sono io la disabile. Lui non mi vuole ed è colpa mia. Nessuno mi vorrà, questa è la verità. Nessuno vorrà̀mai fare l’amore con me perché sono su una sedia a rotelle, e quindi, per quanto sia doloroso e straziante: dovrò̀ morire vergine! No, no, no, morire va bene, ma vergine no!

Cosi, una sera, complici Franca e Renzo, gioco il tutto e per tutto e lo aspetto, adagiata sul mio letto/poltrona. Indosso una minigonna nera, una camicia che lascia il decolté in mostra, autoreggenti in pizzo, completino intimo super sexy. La gamba destra è stata leggermente piegata ad arte da mia madre che esegue le mie istruzioni senza proferire verbo. E, voilà , la posizione è quella della maja – quasi – desnuda. I miei escono quando Dario arriva, anche se non li incrocia nemmeno perché quando è necessario sanno diventare fantasmi. Entra nella stanza e resta a guardarmi, incantato. «Sei bellissima…» dice. Il mio sangue ribolle, che è un luogo comune ma è anche la realtà perché davvero sento le guance bollenti, le mani bollenti, la pancia bollente… Lui si avvicina, si siede accanto a me e comincia a sfiorarmi il seno con la mano, a stringerlo. La mano scivola sul ventre, sulla coscia e poi comincia a baciarmi, baciarmi, baciarmi. Anch’io lo sfioro, con attenzione, sentendomi strana perché il mio modo di accarezzare è particolare e mi domando se ècosì che si fa…

Il libretto delle istruzioni lo vorrei io in questo momento. Però, sì, forse sto facendo giusto perché il suo respiro cambia ritmo, accelera, il che mi pare un buon segno. L’atavico istinto della femmina non mi ha abbandonata. Dopo altri minuti di baci baci baci senza che mi abbia ancora sbottonato la camicetta, ho una di quelle illuminazioni che nel corso degli anni mi hanno salvato la vita. Gli blocco la mano con ferma dolcezza, lo guardo fisso negli occhi e chiedo: «Mi aiuti a spogliarmi?»
Ed èqui che lo aspettavo. Lui spalanca i suoi bellissimi occhi verdi, annaspa, si stacca da me, si alza e dice: «Non posso… io non posso… scusa…». Il mio sorriso e i miei occhi si trasformano, lo sento che succede, lo sento proprio mentre diventano quelli di una serial killer. L’illuminazione era giusta: non sono io a essere sbagliata, è lui! Io sarò anche paralizzata nel corpo, ma questo è messo peggio di me. E la cosa meravigliosa è che non mi viene voglia di uccidermi, ma di uccidere lui. Con un’eleganza di cui poi sarò orgogliosa, rispondo: «Non c’è problema». Traggo un lungo, silenzioso respiro e gli chiedo di andarsene, per favore. Lui raccatta le sue cose e se ne va. E mi lascia lì, come un relitto. Perché adesso che l’energia per comportarmi con dignitosa eleganza si è esaurita, è proprio così che mi sento: un relitto. Una cosa abbandonata su un letto in completino intimo e calze autoreggenti. Così, ora che sono sola posso farlo. Posso lasciarmi andare e piangere, piangere, piangere. Perchésì, sono riuscita a dire a me stessa che èlui quello sbagliato e non io, ma in questo momento non èche la cosa mi faccia sentire meglio.”

Il libro ha una narrazione fluida ed intensa, letteratura per l’anima e per il corpo. Innovatore per tematica e terminologie, in una forma diretta e appassionata, ci pone nella condizione di vedere oltre.
Un ringraziamento per questo ultimo lavoro, che lascia grandi opportunità per essere, fuori dai  pregiudizi che ogni tanto, ancora incontriamo.

Chi è Barbara Garlaschelli

Laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha esordito nella scrittura nel 1993 con l’antologia in floppy disk Storie di bambini, donne e assassini, del 1995 è il suo esordio a stampa, con O ridere o morire, edito da Marcos y Marcos.
Scrittrice versatile, si è cimentata in vari generi: dal noir, alla letteratura per ragazzi (quest’ultima edita da EL, di cui ha diretto la collana “I corti”; con Walt Disney in collaborazione con Nicoletta Vallorani) al teatro. Costretta fin dall’età di 16 anni su una sedia a rotelle a causa della rottura di una vertebra per un tuffo in acque troppo basse, ha descritto con stile asciutto il suo percorso di vita nei dieci mesi successivi, in Sirena, Moby Dick, Faenza 2001. Il libro è considerato un long seller e ha avuto varie ristampe: nel 2004 con Salani, nel 2007 con TEA e nel 2014 con Laurana Editore.
Nel dicembre 2004 ha vinto il Premio Scerbanenco con Sorelle, ex aequo con Trilogia della città di M. di Piero Colaprico.
I suoi romanzi e racconti sono tradotti in francese (editi da Gallimard), in castigliano per il mercato spagnolo (Roca Editorial) e messicano, in portoghese, in olandese e in serbo.
Il suo libro, Non ti voglio vicino (Frassinelli, 2010), è un romanzo psicologico che tocca il tema scottante degli abusi sui minori e ne descrive le devastanti conseguenze; con questo romanzo Barbara Garlaschelli nel 2010 è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il premio Libero Bigiaretti, il Premio Università di Camerino (2010); Premio Alessandro Tassoni (2011), e nel 2012 ha vinto la 25ª edizione del Premio Letterario Chianti[1].

Non volevo morire vergine è pubblicato da Piemme ed è in libreria dal 28 marzo
Attualmente tra i Best seller
https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/ HYPERLINK “https://www.ibs.it/non-volevo-morire-vergine-libro-barbara-garlaschelli/e/9788856658163″9788856658163

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In attesa di protezione..

Incontri che lasciano il segno, ricordano il senso.
Bella, “A”, in attesa di consenso a restare nel nostro Paese.
La vado a prendere..
Questa mattina, una colazione per due. Io e lei. Rifugiata. Protezione internazionale. Musulmana. Ha solo venti anni, un numero che da noi in Italia, racconta di svaghi, di gite scolastiche, di euforia.

Lei e il suo cappuccino. Iniziamo il viaggio dei ricordi, i suoi. Piano…
Lo zucchero bianco scende ed il cornetto scricchiola.
A., posso chiamarla solo così per ovvie ragioni, aveva solo due mesi quando morì suo padre e i suoi nonni decisero che erano inutili e fastidiose due donne in più. Per lei e sua madre fu necessario spostarsi in un altro paese,madre che inventandosi l’arte del commercio ambulante, la tirò su con tanto affetto da renderla grande ancora prima di esserlo.
Studiare, devi studiare..le diceva. Le lingue sono importanti, senza “non potrai mai andare via..”. Via da un posto che la finì distesa in una pozza di sangue dopo un attacco dei guerriglieri. Senza un motivo, senza un perché.
A., aveva già terminato gli studi delle scuole superiori, senza poter accedere ad una università, il sogno di sua madre per lei.
Venne rapita una volta, poi ancora e ancora. Scappò una volta, un’altra e poi ancora. Un marito imposto a costo della fame e della sete, per non morire, dal quale scappare di notte approfittando della sua assenza. Notti di corse infinite, di giacigli dentro case diroccate, di silenzi e rumori improvvisi. Di paura.
Una famiglia che la presenta ad un’altra. Il deserto da attraversare in tanti giorni, la forza delle mani addosso di uomini violenti a lasciare segni.
A., ha cicatrici, evidenti, profonde, fanno male solo a guardarle. Me le mostra tirando su la stoffa della sua camicia quando le chiedo:”com’è stato l’uomo che hai sposato?”.
Mentre scappava via da un ennesimo tentativo di violenza attraversò la strada e un auto la investì.
Due mesi e più trascorsi in un ufficio della polizia locale finché uno di loro la portò in un posto, ad attendere ore ed ore finché vide i “barconi”.
Infiltrandosi tra loro si imbarca, senza cibo per oltre tre giorni, insieme ad occhi stracolmi di pianto, tutti.
Persone addormentate per sempre, bambini piccoli senza più voce per piangere.
Furono soccorsi e salvati in Sicilia, il primo centro di accoglienza. Un letto, un posto e le voci lontane che restano dentro.

“Cosa pensi del terrorismo?” le chiedo. Lei mi guarda con gli occhi neri e profondi e dice:”Islam vuol dire pace, i terroristi non sono musulmani, nè cristiani, nè altro..”
“E qui in Italia, come stai?”
– “Penso che in un Paese dove non c’è guerra puoi essere povero, anche tanto povero, ma se non c’è guerra, sei ricco”

Finiamo la nostra colazione,sorridiamo..
Mentre andiamo via in macchina, guarda dal finestrino il cielo dicendo “tutto quello che ho vissuto deve avere un perché e se sono viva allora c’è una possibilità anche per me..”
Unendo le mani al petto chiude gli occhi. La sua è una preghiera.
Noi il suo rifugio.
Foto: Occhiomagico, Costanzo D’Angelo, Vasto

bola

NON MI FACCIO…CAPACI..

Mi si consenta il quasi gioco di parole, in una polemica arrivata come un uragano, paragonabile ad un attentato terroristico della legalità:
“La possibilità di ‘cure adeguate al proprio domicilio per Totò Riina, malato terminale.
Nella definizione PER NON DIMENTICARE facciamo riferimento alle vittime, in questo caso, è necessario NON DIMENTICARE chi è Totò Riina. E non c’è ‘pietas‘ che tenga…basterebbe anche solo il piccolo ‘Matteo’, il bambino sciolto nell’acido. Ma per chi ha la memoria corta o crede nel diritto per chi NON HA PIU’ DIRITTI, la voce strozzata di notizie come queste, possono far scrollare le ultime speranze di un Italia che voglia e possa restare garante della legalità.
Senza dimenticare TUTTI i detenuti, ai quali non è stato e non sarà riservato l’esercitare la stessa richiesta. (e anche qui l’elenco è lungo)

Chi è Totò Riina

Nel 1992 venne condannato in contumacia all’ergastolo insieme con il boss Francesco Madoniaper l’omicidio del capitano Emanuele Basile. Nell’ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all’ergastolo, come mandante dell’omicidio del boss Vincenzo Puccio. Nel 1994, altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta. Nel 1995, nel processo per l’omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all’ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Nel 1996 Riina venne nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme con i boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri. Sempre nel 1995, nel processo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all’ergastolo insieme con i boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi. Lo stesso anno, nel processo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano. Nel 1998 Riina venne condannato all’ergastolo insieme con il boss Mariano Agate per l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel 1999, viene condannato all’ergastolo come mandante per la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme con lui vengono condannati alla stessa pena i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia.

Nel 2000 subisce un’ulteriore condanna all’ergastolo insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano per l’attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese, oltre che per gli attentati di Milano e Roma. Nel 2002, per l’omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all’ergastolo come mandante; lo stesso anno la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò Riina all’ergastolo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo; sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all’ergastolo insieme con il boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni.

Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Bernardo Provenzano per la strage di viale Lazio. Nel febbraio 2010, ancora un ergastolo per Riina, che insieme con i boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise nel 1983 l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989 e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992. Il 10 giugno 2011 viene assolto, per “incompletezza della prova” (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d’Assise di Palermo per l’omicidio il 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro. Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all’ergastolo da parte della Corte di Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992 avvenuto in via Palmanova a Milano. Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d’Assise di Firenze dall’accusa di essere stato il mandante della Strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l’ergastolo per Riina che era l’unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.

Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994 durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto dal capo-redattore della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L’intervento di Riina causò l’apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Nella primavera del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Il 22 maggio 2004, nell’udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d’Amelio, e riferisce dei contatti fra l’allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo al tempo non convocato in dibattimento. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006 all’ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci. Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l’accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato. Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell’anno primaRiina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti. (da allora sotto scorta per ben due ‘condanne a morte’ da parte di Totò Riina…

Le parole di  Don Luigi Ciotti
(sotto scorta da anni per essere stato ‘condannato a morte’ da Totò Riina…)

“Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione. Non fa eccezione Toto Riina, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Sull’ipotesi , avanzata dalla Cassazione , di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco. Perché certo c’è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno,  che in questo caso non c’è stata, di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione.

Ma c’è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari. Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d’animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta. C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni”. Luigi Ciotti

Una richiesta va allo Stato: la precisa applicazione di LEGGI a GARANTIRE tutele e per quanto sta accadendo in questi giorni, lasciare inciso nella nostra storia,  la parola GIUSTIZIA da abbinare ad  una COSA VERA che non ci faccia pensare mai più a ‘COSA NOSTRA’